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La febbre del selfie

Location da favola, vite al limite e like come se piovesse… Sì, ma a che prezzo?

Non c’è più niente di sacro”.

Con questo payoff, due anni or sono, esordiva su Netflix Suburra, prima produzione italiana del colosso di Los Gatos: un viaggio nei loschi affari di una Roma sconosciuta ai più, dove la sacralità della Città Eterna è costretta a scendere a patti con un mondo d’intrighi, delitti e corruzione.

Una frase forte per una serie TV, ma quanto mai attuale e provocatoria: nell’era dei social network, è davvero rimasto qualcosa di sacro?

Qualche settimana fa, a Berlino, camminavo fra i corridoi del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa; un monumento grave e potente, eppure – complici il primo sole d’estate e l’innegabile teatralità del luogo – uno stuolo di turisti d’assalto ha iniziato a rincorrersi fra una stele e l’altra: pose, urla e scatti, contrapposti alla grigia sobrietà di un’opera tristemente diventata fra le più instagrammabili d’Europa.

Fra caption fintamente accorate e selfie senza ritegno, la cultura dell’esserci – a scapito del come esserci – prende sempre più piede, svilendo la natura stessa di simboli così importanti per la nostra memoria. Una provocazione raccolta da Shahak Shapira, artista israeliano residente a Berlino, che attraverso il progetto virale Yolocaust ha colpito duramente i visitatori meno attenti: attingendo a decine e decine di foto inopportune sui social di fronte al Memoriale, ne ha calato i protagonisti negli scenari più crudi ed emblematici dell’Olocausto, creando contrapposizioni che suonano come fortissimi pugni allo stomaco.

Iniziative di questo tipo saranno sufficienti a parlare alle coscienze? Non nella corsa allo scenario di tendenza, una ricerca spasmodica di attenzioni che – nei casi più estremi – può sfociare in pericolo.

Di solo poche settimane fa è il caso legato a Chernobyl, acclamatissima miniserie HBO e Sky Atlantic che ha messo in luce alcuni dei più oscuri segreti sul disastro nucleare del 1986. Disastro le cui conseguenze si pagano ancora oggi, ma che sembrano non aver destato alcuna preoccupazione nelle centinaia di influencer (o aspiranti tali) che si sono riversate nella cosiddetta zona di alienazione – estremamente radioattiva – per immortalarsi in quei luoghi spettrali e abbandonati.

E così, senza mai rinunciare alla didascalia d’effetto, ecco gli instagrammer accanto ai simboli della tragedia, a testimonianza di un’isteria collettiva che non può e non deve essere giustificata dal clamore per la serie TV del momento. Uno spirito di emulazione così forte da aver costretto Craig Mazin, il creatore della serie, a intervenire con un tweet che invitava al rispetto per le vittime.

Altrettanto d’effetto è la notizia che le iper-instagrammate Maldive della Siberia – lago artificiale sottostante la centrale elettrica di Novosibirsk, le cui acque turchesi ricordano da vicino quelle originali – siano in realtà altamente nocive per chiunque ci si immerga: il monito degli addetti ai lavori basterà a fermare i social addicted più ansiosi di fingersi ai Tropici?

Passare il tempo fra location da urlo, vite da copertina e lusso sfrenato è un sogno comune a tanti, ma è giusto chiedersi se ciò che inseguiamo così voracemente ci restituisca qualcosa, ci dia più valore come essere umani. Vivere fino in fondo le situazioni, invece che subirle in funzione di una miglior visibilità, dovrebbe essere il nostro obiettivo: che la scelta di Instagram di togliere il numero di like sotto i post pubblicati sia una spinta in questa direzione?Quel che è certo è che, per quanto cool, impegnativi o ricercati, non saranno i nostri post a rivelare chi siamo davvero. – Bella questa, quasi quasi ci faccio una story…

di Irene Geronimi_Digital Content

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