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Fake news: servono buoni giornalisti, ma anche buoni lettori

Le “fake news” sono l’argomento del momento.

Le “fake news” sono l’argomento del momento, ma non sono certo un fenomeno nuovo: prima, semplicemente, si chiamavano bufale o leggende metropolitane. Ovviamente non parliamo delle fake news dolose costruite ad arte per danneggiare un avversario di mercato o politico – un tema più ampio, che non riguarda solo l’hi-tech – ma più in generale delle notizie che trasmettono un messaggio errato per ricercare il clamore mediatico o semplicemente per la scarsa preparazione di chi le ha scritte.

Tutto il sistema del trasferimento delle informazioni da chi le genera a chi le recepisce vive infatti sull’assunto che la “lingua” dei due interlocutori sia la medesima, ovvero che chi legge capisca quello che è stato scritto. Una cosa tutt’altro che scontata, soprattutto in un’era in cui il vero problema, anche più serio delle stesse fake news, sta diventando l’analfabetismo funzionale. Se chi legge capisce altro, possono nascere fake news anche dalle notizie più vere e circostanziate.

Questa mancata comprensione è ingigantita laddove il tema trattato è complesso, difficile per la maggior parte degli utenti e purtroppo anche per qualche giornalista. In questo gap di competenze prendono vigore notizie scritte bene ma mal comprese e notizie scritte male perché il loro significato è erroneamente inteso dall’autore del pezzo: l’effetto è il medesimo di una fake news dolosa.

La difficoltà di rendere accessibili ai più i temi complessi diventa una miscela ancor più esplosiva con la frammentazione e la “twitterizzazione” dell’informazione: se si vuole “comprimere” una notizia in pochi caratteri, poco più di un titolo, è evidente che si trasferisce solo una faccia della realtà, probabilmente quella che massimizza l’attenzione del lettore, anche a costo di concentrarsi su un dettaglio, tradendo la vera natura della notizia.

È chiaro che chi produce l’informazione ha delle responsabilità rilevanti. Anche perché, almeno in Italia, il sistema dell’informazione online è ancorato ai clic come quasi unico indicatore di performance. Chi clicca su una notizia o su un video non lo fa non per il valore che quel contenuto ha in sé (e che non ha ancora letto), ma per il valore del titolo o della foto che lo accompagna. Finché non si affermeranno, oltre al clic, altre metriche per la valutazione della “forza” di un sito, le fake news finalizzate a raccogliere “page view” saranno inevitabilmente sempre più diffuse.

Ma delle responsabilità le ha anche il lettore, che non dovrebbe fermarsi ai titoli; che non dovrebbe leggere poche righe da cento articoli, ma provare a leggerne interamente dieci; che dovrebbe cercare di memorizzare il nome della testata che gli ha fornito un’informazione valida, mettendolo nei bookmark; che non dovrebbe affidare ai soli motori di ricerca la selezione delle fonti.

Porgere attenzione alla reputazione di chi dice le cose diventerà vitale per non cascare in tranelli facili. Sempre più il lettore dovrà difendersi scegliendo fonti e autori che ha imparato a conoscere, di cui si fida. Altrimenti le fake news si faranno largo come un coltello caldo nel burro.

a cura della redazione di RedWave_mag

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