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Empatia e Simpatia: due caratteristiche sempre più ricercate

Le emozioni condizionano i nostri comportamenti. Sappiamo riconoscerle e poi gestirle? E quale impatto possono avere sugli altri?

“La più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore”, diceva Voltaire. Ma da cosa dipende il buonumore? Da ciò che ci accade, dalla gentilezza di chi ci sta vicino o perfino dal sole? No, il buonumore è un allenamento continuo e, al contempo, una delle abilità dell’intelligenza intrapersonale.

In primis, ci si allena imparando ad apprezzare quello che c’è e quello che si ha, senza prendersi troppo sul serio ed esprimendo gratitudine per ciò che funziona. Propongo un esempio: il corpo cammina, vede, sente, afferra, tocca, digerisce, respira, senza che noi prestiamo alcuna attenzione.

Eppure, il buonumore dipende spesso anche dagli altri, da come ci parlano, da come si muovono verso di noi e questo può portare ad essere felici. Perfino in ambito occupazionale, la felicità sta iniziando a essere considerata una vera e propria necessità.

«È​ l’umore a determinare l’efficacia delle persone sul posto di lavoro. Sempre più imprese negli Stati Uniti e in Europa decidono di puntare sulla felicità e sul benessere dei propri dipendenti. In una recente ricerca, la Harvard Medical School ha rilevato che ben il 96% dei manager è vittima di burnout, una sindrome da stress che incide sulla capacità relazionale, emozionale e professionale delle persone e ha pesanti ricadute sui risultati delle aziende. La società statunitense di analisi Gallup stima che l’87% dei dipendenti è demotivato e questo provoca una grave carenza di produttività. Se i dipendenti stanno bene, l’azienda cresce di più e meglio, tanto che negli Stati Uniti (e ormai anche in Europa, almeno nei Paesi del Nord) si sta sempre più diffondendo la figura del Chief of Happiness Officer, il responsabile della felicità aziendale, che ha il compito di garantire il benessere e la felicità dei dipendenti al fine di migliorare il conto economico».

Questo breve estratto da un articolo è stato pubblicato solo pochi mesi fa. Nel leggerlo ci si rende conto di come cambiano i rapporti personali e le relazioni professionali se i nostri capi sono più empatici e simpatici, se si sforzano di comprendere le emozioni che agitano la nostra vita e che condizionano i nostri comportamenti.

Si può imparare a essere empatici? Sì, facendo un piccolo passo indietro e lasciando più spazio agli altri, senza rinunciare ai propri valori nel pieno rispetto reciproco.

Questo non significa essere d’accordo con ogni interlocutore. L’obiettivo è piuttosto essere in grado di leggere in lui il motivo per cui agisce in un determinato modo, superando le apparenze. È necessario far però attenzione anche alle nostre emozioni, evitando di prendere decisioni nei momenti di rabbia, ansia o eccessivo nervosismo.

Inoltre, risulta fondamentale imparare a essere più simpatici, rispettando l’etimologia di questo termine: la simpatia nasce infatti solo quando le emozioni di una persona provocano simili stati d’animo anche in un’altra, creando un univoco “sentimento condiviso”.

di Gianluca Ferrauto_ Consulente in Formazione Comportamentale e Coach Partner fondatore di CMF, ConcaMangoFerrauto.

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