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Effetto Amazon: apocalisse del retail o selezione della specie?

L’ascesa del gigante di Seattle ha cambiato le regole del gioco. Ma ritornare in pista si può: un libro spiega come.

Ci sono aziende che diventano verbi, grazie ai loro prodotti. È toccato a to hoover per “passare l’aspirapolvere”, a to xerox (“fotocopiare”), a to google (“cercare informazioni online”). Adesso è il turno di Amazon, ma al passivo: to be amazoned, “essere amazonato”, significa vedersi schiacciare il business perché Amazon è entrata nel proprio settore.

Il cosiddetto “effetto Amazon” è un’esca a colpo sicuro per invogliare alla lettura di molti articoli sul retail. L’ascesa dello shopping online, unita a una profonda evoluzione delle abitudini di spesa nei consumatori, ha messo in luce un panorama troppo affollato. I negozi chiudono come ai tempi della recessione, i modelli tradizionali di business vengono stravolti, la lotta per la sopravvivenza è un tutti contro tutti. Agli allarmisti che gridano all’apocalisse del retail, gli analisti più avveduti replicano con il darwinismo: chi non è all’altezza sarà spazzato via, ma per chi riuscirà a differenziarsi la partita è ancora tutta da giocare.

Parola di Natalie Berg e Miya Knights, considerate tra i top influencer nel campo e autrici di “Amazon. Come il retailer più inarrestabile del mondo continuerà a rivoluzionare il commercio (Hoepli)”. Nel libro, garantiscono alle aziende terrorizzate dalla concorrenza con il gigante di Seattle che la strada per uscirne vive passa dalla rilevanza.

In altre parole, bisogna essere importanti per i clienti, offrire loro un’esperienza che fonda online e offline (shopping digitale e brick and mortar) ed eccellere nel WACD, What Amazon Can’t Do. Imparando da Amazon, nel frattempo, ciò che la società di Jeff Bezos ha mostrato di saper fare benissimo: innovare senza sosta grazie ai potenti driver tecnologici (connettività diffusa, interfacce pervasive, autonomic computing) per assicurare al cliente di oggi, sempre più “a modo suo”, un’esperienza d’acquisto unica, priva di attrito (frictionless) e pienamente integrata.

I cambiamenti, infatti, sono tutt’altro che esauriti. La stessa Amazon ha riconosciuto che la piattaforma online da sola, l’ecommerce pure play, non basta più. La convergenza di retail fisico e digitale sta accelerando. Amazon ha bisogno di negozi se vuole sfondare in settori dove più conta l’aspetto touch and feel, come l’alimentare e la moda. E la necessità si palesa anche nel caso volesse compensare l’aumento dei costi di spedizione, o conquistare nuovi clienti per ampliare la succulenta platea degli iscritti al programma Prime (nel 2018 arrivati a 100 milioni in tutto il mondo).

From Online To Offline: sotto la sigla O2O nasce il supermarket per il consumatore del ventunesimo secolo. Senza casse, con al centro i dispositivi mobili, usando i negozi come punto di raccolta o di reso e, soprattutto, interagendo con i clienti in modi che sarebbero impossibili online. Si tende quindi, parallelamente, al from store to story, con l’accento posto meno sul prodotto e più sull’esperienza.

Il negozio del futuro sarà un luogo dove fare acquisti, ma anche mangiare, lavorare grazie alla presenza di spazi di coworking, imparare seguendo corsi e workshop, persino prendere in prestito. L’acquisto “necessario” percorrerà altre vie e Amazon mostra ancora una volta la direzione, passando dagli acquisti one click a quelli zero click con il Dash Button: il pulsante permette il riordino in automatico di prodotti come dentifricio e candeggina. Si aprirà così spazio per un retail come attività per il tempo libero (retailtainment) e per un nuovo contatto con il cliente, sempre più spesso fondato sulla co-opetition, la collaborazione-concorrenza tra Amazon e gli altri retailer. Retailer al contempo chiamati a essere rilevanti e resilienti: non per vendere tutto, ma per vendere meglio.

di Alessandro Vezzoli_Copywriter Redattore

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