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Dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori

L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di “Narcos”, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa

“Se negli anni ‘80 avete venduto l’anima, oggi potete ricomprarla”. Con questo straordinario pezzo di copywriting Volkswagen lanciava, agli inizi del 2000, il nuovo Maggiolino. In questo titolo è sintetizzata la storia di una generazione che negli anni ‘60 ha manifestato a suon di fiori dentro i cannoni, professando l’amore libero e universale. Una generazione che si muoveva in Maggiolino o con il T1, rigorosamente Volkswagen, che pernottava all’aria aperta per giorni in attesa di un concerto. Hippie si chiamavano, o figli dei fiori; erano ispirati dai poeti della beat generation e da visionari come Timothy Leary. Qualcuno li definiva anarchici, ma in fondo erano solo dei romantici. Poi sono cresciuti, con il passare degli anni hanno perso un po’ di quel romanticismo e sono diventati agenti di Borsa. Yuppie si chiamavano, hanno fatto i soldi e hanno rivisto un po’ i loro valori. Dal camping all’aria aperta sono passati agli attici di Central Park. Insomma, hanno fatto carriera e hanno alimentato il nuovo capitalismo. Aprendo la strada al consumismo più sfrenato. Eh già, perché è proprio in questo periodo che, grazie alla televisione commerciale, la pubblicità ha vissuto il suo più grande splendore in termini di persuasione. Tutto quello che veniva pubblicizzato aiutava l’uomo a sentirsi più uomo, e aiutava la donna a sentirsi più donna di casa. Ecco, quindi, che agli inizi del nuovo secolo anche l’icona degli hippie, il Maggiolino, si ripropone in chiave moderna e, di conseguenza, icona del lusso. Oggi siamo tutti alla finestra a osservare la Generazione Z, la nativa digitale. Che non ha niente in comune con quella dei propri nonni e dei loro genitori. Apparentemente. Non sono ambiziosi perché il contesto intorno non li fa sognare. Hanno una personalità offline e una online, spesso molto diverse tra loro. Non amano il possesso e pernottano all’aria aperta per giorni in attesa del nuovo iPhone. Come unico canale guardano Youtube, hanno come unico media di riferimento il social in tutte le sue declinazioni e ascoltano un brano musicale per 50 secondi. Quest’anno hanno votato per la prima volta. Ci si rivolge a loro con un tono di voce diverso, spesso attraverso gli influencer. Già, questa nuova figura un po’ youtuber, un po’ ambassador, il punto di raccordo tra le marche e la loro audience. Non sono mai smaccati, perderebbero di credibilità, e con questa lo status di influencer. Un danno per tutti. Ecco, allora, la prima cosa che hanno in comune le tre generazioni: i social. Hanno cominciato a usarli ognuno per motivi diversi, e oggi li utilizzano per lo stesso motivo. Condividersi. La maggior parte degli accessi avviene da dispositivi mobile, ed ecco il secondo punto di contatto: la tecnologia smart. Oggi la più cercata e ricercata, che ristabilisce il gap generazionale. L’unico vero media è il mobile e le tre generazioni confluiscono in un unico grande stile di comportamento. Be connected. Il comportamento connesso lo chiamano, quello della “Generazione C”, la prima che non si basa sull’anagrafe, ma su un’attitudine. Questa generazione sta cambiando il mondo, davvero. L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di Narcos, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa e dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori.

di Geo Ceccarelli_Chief Content Officer

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