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  • La casa di carta di Netflix conquista Piazza Affari a Milano

    Lo scorso 18 luglio è andata in scena l’anteprima esclusiva dei primi episodi della terza stagione: la serie spagnola di Netflix si conferma un grande successo di pubblico e critica.

    “Il 18 luglio la banda suonerà l’adunata, rispondete per assistere in anteprima assoluta a La casa di carta: Terza Parte. Più diretta di una telefonata del Professore. Più rumorosa di una risata di Denver. Più sobria dei completi di Nairobi. La chiamata è fissata per le 21.30 in Piazza Affari con la proiezione delle prime due puntate della nuova stagione”.

    Ecco cosa recitava l’invito su Facebook rivolto da Netflix a tutti i fan della fortunata serie “La casa di carta”, rievocandone personaggi e dinamiche tipiche. L’iconica location nel centro di Milano è stata infatti selezionata (insieme a Madrid e Tel Aviv) per ospitare l’anteprima mondiale della terza stagione, anticipando di qualche ora la diffusione delle prime puntate su Netflix (19 luglio).

    La scelta è ricaduta su Piazza Affari anche per la somiglianza degli edifici presenti con la Zecca di Stato spagnola, dove avviene l’ormai celebre rapina al centro della trama. Il luogo della proiezione è stato quindi addobbato con installazioni dedicate alla serie, come la ricostruzione simbolica di un rapinatore in tuta rossa con la maschera di Dalì (proprio accanto al “dito” di Maurizio Cattelan.

    La portata dell’evento è suggerita perfino dai numeri registrati online nei giorni precedenti: ben 4 mila utenti hanno segnalato su Facebook la propria intenzione a partecipare, mentre altri 13 mila si sono dichiarati interessati. Tutto questo clamore sottolinea, sempre che fosse necessario, come “La casa di carta” abbia conquistato una larga fetta degli spettatori italiani.

    Sorprende però la facilità con cui Netflix ha creato una vincente esperienza di fruizione mediale anche al di fuori della sua “comfort zone”, ossia la dimensione online. Il brand ha dato vita a una moderna versione di “cinema all’aperto” offrendo i suoi stessi contenuti: togliere l’accento dalla fruizione casalinga ha permesso l’identificazione (parziale o meno) di una community basata sull’interesse per una serie tv. Tutto ciò, proponendo un’anteprima globale totalmente gratuita.

    Non c’è assoluta certezza, ma Netflix potrebbe aver appena dato una connotazione precisa a un nuovo format di entertainment: un’idea che, al momento, sembra esser nata sotto un’ottima stella. Staremo a vedere (non si sa se in piazza o sul pc)…

    a cura della redazione di redwave_mag
  • 50 anni fa lo sbarco sulla luna: La celebrazione di Todd Douglas-Miller con un documentario inedito

    Il 20 luglio 1969 l’uomo metteva piede per la prima volta sulla superficie lunare. Dopo 50 anni emergono alcune scene inedite in un documentario del regista Todd Douglas-Miller

    11 mila ore di immagini inedite: è partito da qui il regista statunitense Todd Douglas-Miller per cercare di elogiare e sorprendere attraverso il suo documentario “Apollo 11”, attraverso una profonda analisi e una scelta oculata del nuovo materiale a disposizione.

    L’opera, grazie a una serie di straordinari frammenti rimasterizzati in HD, porterà direttamente gli spettatori nel cuore della missione più celebre della NASA: quella che, per prima, ha portato gli uomini sulla Luna e ha reso eroi per sempre Neil Armstrong e Buzz Aldrin, insieme al pilota del modulo di comando Mike Collins.

    Il trailer del documentario parla della missione come dell’“ultima volta in cui l’umanità è stata una cosa sola”. Per rivivere quelle ore e quei giorni epici che hanno ispirato decine ricostruzioni cinematografiche e sci-fi (nonostante già l’anno precedente debuttasse nei cinema il capolavoro “2001 Odissea nello spazio”), in Italia si dovrà attendere il 9 settembre: l’elenco delle sale che ospiteranno le proiezioni sarà pubblicato a breve su NexoDigital.

    Le recensioni sul lungometraggio di Douglas-Miller non lasciano però dubbi sul fascino che saprà suscitare tra il pubblico. Al Sundance Film Festival 2019, “Apollo 11” si è infatti aggiudicato il Premio Speciale della Giuria Documentari per il Miglior Montaggio. Il motivo è presto detto: l’obiettivo del regista è stato dar forma a un eccezionale lavoro di storytelling, che sapesse distinguersi rispetto alle tradizionali ricostruzioni e svelare dettagli nascosti, andando oltre la mera cronaca della missione.

    In ogni caso, tornando al presente, sembra che oggi gli obiettivi di sviluppo della NASA siano drasticamente cambiati. Se l’agenzia a stelle e strisce non pare più interessata a portare l’uomo tra i crateri lunari, Cina e India hanno invece avviato programmi spaziali di valore assoluto. Le due potenze orientali desiderano esplicitamente essere le eredi di quel sogno spaziale che accumunava tutti gli spettatori del pianeta sintonizzati su radio e tv nel corso del 20 luglio 1969.

    La grande sfida del futuro è portare l’uomo su Marte: non si sa quale agenzia nazionale sia in vantaggio in questo percorso, né tantomeno chi riuscirà a tagliare il traguardo per primo. Ma una certezza già c’è: chiunque vincerà la corsa al pianeta rosso creerà sicuramente le condizioni per far rinascere (anche solo per pochi istanti) un sentimento di comune gioia, entusiasmo e perfino estasi in grado di unire tutti gli abitanti del globo.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • La Formula E a Roma, quando la Città Eterna diventa Montecarlo

    Sabato 13 aprile ha preso il via la seconda edizione del Gran Premio Eco-friendly, dove Roma per un weekend è diventata un circuito cittadino in stile Montecarlo

    La zona prescelta è quella dell’EUR che da ormai due anni si trasforma per un weekend di metà aprile in un circuito dove le monoposto elettriche possono ingaggiare duelli emozionanti, in grado di stupire anche i tifosi più scettici.

    Per gli appassionati di motori, quando si pensa a un circuito cittadino, la mente viaggia immediatamente al Gran Premio di Montecarlo, storicamente uno dei gran premi più emozionanti della Formula 1. Roma, però, in questi ultimi due anni ha dato prova di non essere da meno e, malgrado le numerose polemiche, l’edizione dell’E-Prix si è rivelata un successo.

    Il calore dei tifosi italiani ha reso questo circuito uno dei più attesi da parte degli appassionati delle monoposto elettriche, dopo solo due edizioni. Non saranno le Ferrari, le McLaren o le Williams della Formula 1, ma questi bolidi continuano a stupire, e la Formula E si sta, a mano a mano, facendo spazio tra i più grandi campionati automobilistici al mondo.

    Mitch Evans su Panasonic Jaguar Racing è il vincitore del secondo E-Prix di Roma di Formula E sul circuito cittadino dell’EUR. Una gara che non ha certamente deluso le attese. Con un imprevisto dopo 45 minuti di corsa, più un giro, la corsa è stata infatti sospesa 50 minuti nelle prime fasi a causa di uno scontro che ha coinvolto numerose vetture. Purtroppo, la seconda edizione dell’E-Prix di Roma è stata un po’ rovinata dalla pioggia. Ma fin dalla mattina, con le prime prove alle 8, e il tempo clemente, l’evento tanto atteso, con i bolidi elettrici a Roma, si era animato, e tanti romani si erano presentati all’EUR.

    Non resta che aspettare la 3a edizione di questo Gran Premio, per essere ancora una volta immersi in un turbinio di emozioni elettrizzanti, con uno scenario magnifico come solo la Città Eterna sa offrire.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • Noi serie-dipendenti, AKA come Netflix & Co ci hanno cambiato la vita

    Dalle uscite costanti alle serate in casa, dalle attese spasmodiche alle serie terminate in una notte: ecco come le piattaforme streaming hanno cambiato il nostro quotidiano. Ma sarà sempre per il meglio?

    Cedo ferie estive per rimanere a casa davanti a Netflix.

    Pochi giorni fa, scorrendo fra i post di un gruppo Facebook dedicato alla più famosa piattaforma streaming, mi è capitato di leggere la frase di cui sopra – in Caps Lock.

    Quelle poche parole mi hanno regalato un interessante spunto di riflessione: ero di fronte a un’esagerazione o alla più alta espressione di un nuovo stile di vita?

    È inevitabile affermare che i servizi streaming – da Netflix a TIMVision, passando per Prime Video, Infinity e NOW TV – abbiano completamente mutato il nostro modo di fruire dei contenuti audiovisivi, ma fino a che punto si sono addentrati nel nostro quotidiano?

    Sino a qualche anno fa appannaggio di pochi Paesi, ricordo ancora l’eccitazione con cui accolsi la notizia che nel 2015 Netflix sarebbe arrivata anche in Italia: guardare (quasi) tutto quello che vuoi quando vuoi, rivedere serie cult del passato (hai detto Breaking Bad?) e scoprirne di nuove era per me – fanatica fin da insospettabile età – come vivere nel Paese dei Balocchi.

    Quel che nessuno poteva immaginare è che, in breve tempo, le piattaforme on-demand sarebbero diventate uno degli strumenti più democratici, aggreganti e sociali degli ultimi decenni. Ormai la domanda “quali serie stai guardando?” è diventata un imprescindibile argomento di conversazione, sia per rompere il ghiaccio che per trarre ispirazione e passare a una nuova dipendenza seriale.

    L’approccio stesso alla socialità è cambiato: dai weekend alla ricerca dell’ultima frontiera del divertimento a copertina, divano e serie TV; dai ristoranti più in voga alle consegne a domicilio… ma senza fretta, tanto decidi tu quando premere play. Una modalità che – pur non condivisa da chi continua a preferire la vita “là fuori” – ha legittimato un pensiero che quasi tutti almeno una volta abbiamo avuto, ma non abbiamo mai espresso ad alta voce: perché uscire per forza?

    Restare in casa a vedere una serie è ora non solo socialmente accettato, ma anche di tendenza; il fatto stesso di immergersi nel fenomeno seriale del momento – e di finirlo in tempi record – crea un vantaggio spendibile con gli altri, che a seconda dei casi si traduce in consiglio, spunto di dialogo o motivo di vanto.

    Un potere aggregante da non sottovalutare, che trova la massima espressione nei forum e nei gruppi social nati per discutere e confrontarsi su questa tematica. Al netto di amministratori sempre attenti a non “contaminare” i confini delle piattaforme (se il topic è Netflix, al bando riferimenti a serie disponibili sui competitor, o peggio ancora in TV!), le discussioni vertono su un’infinità di soggetti, in cui gli interlocutori si sentono liberi di esprimere i loro pareri e di chiedere suggerimenti ai serie-dipendenti più navigati.

    E lì, fra un post e l’altro, vengono a crearsi rapporti basati sulla fiducia, non soltanto per i buoni consigli ricevuti, ma soprattutto per il riconoscersi parte di qualcosa e condividere una passione comune. Un luogo in cui, senza temere giudizi, una persona possa addirittura dichiarare – scherzando? – di essere disposta a rinunciare alle ferie estive pur di proseguire con le maratone seriali, raccogliendo peraltro non pochi consensi.

    E qui mi viene da riflettere: è giusto sostituire i rapporti reali con altri virtuali, abbandonare la vita sociale per preferire il calore di casa? Le serie TV hanno da sempre il merito di stimolarci e immergerci in mondi diversi dal nostro, ma come per ogni altra cosa è bene approcciarsi con moderazione e spirito critico.

    E se ve lo dice una serie-dipendente, potete crederci.

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • Il ruolo del testimonial nell’era della trasformazione digitale

    L’utilizzo di un volto noto o la voce di una persona influente è in grado di fare realmente la differenza in pubblicità. Ma nel mondo web e social come funziona esattamente?

    Quando si parla di pubblicità, una delle figure chiave è il testimonial. Da sempre stuoli di top model, attori, artisti e sportivi famosi sono i protagonisti di spot televisivi, apparendo sui cartelloni pubblicitari e sulle pagine di riviste e quotidiani. Oggi, però, il modo di promuovere un prodotto attraverso Internet è molto diverso da quello usato per altri canali. Nell’advertising classico il testimonial che presta viso e voce al prodotto o al servizio da pubblicizzare deve essere un personaggio facilmente riconoscibile. Nel web, invece, pur se il concetto sostanzialmente rimane lo stesso, tutto questo assume forme diverse. Così, se un’azienda vuole avere successo deve andare alla ricerca del personaggio giusto. E quindi esplorare i social per scoprire talenti emergenti, o collaborare con nomi già rilevanti in modo da avere un ritorno immediato e concreto. È dunque necessario possedere l’abilità di selezionare brand partner che aiutino a raccontare storie nuove capaci di coinvolgere la community di riferimento senza sforzo. Ecco perché la figura del testimonial è stata sostituita dal brand ambassador o da quella dell’influencer. Scegliere un influencer – ovvero un individuo capace di avere un impatto rilevante a livello di comunicazione sugli utenti e, quindi, sui brand – negli ultimi tempi è diventata una scelta decisiva per molte aziende che decidono di avviare una campagna di Influencer Marketing. La loro popolarità è talmente ampia che sempre più aziende cercano di acquisire visibilità pagando tali personaggi affinché parlino bene del loro prodotto. L’importante è avere bene in chiaro cosa misurare e quale metro considerare per determinare se una campagna abbia avuto successo, o meno. Le aziende che vogliono investire quest’anno in Influencer Marketing devono allora, innanzitutto, capire bene come integrarlo col Content Marketing, comprendere dove si sta spostando l’attenzione del pubblico verso determinati formati di contenuto, scoprire quali canali stanno presidiando e soprattutto se in quei canali/communities c’è realmente il pubblico target. L’esposizione, unita al consiglio, è il vero strumento che può fare la differenza nella comunicazione web. Con l’esposizione si ha quasi una voce superiore al rumore generato giornalmente nelle varie community e si è in grado di fare ascoltare il proprio messaggio. Grazie al consiglio si determina il giudizio positivo o negativo che andrà a impattare sulle vendite, in quanto, molto spesso, anche il giudizio dell’influencer subisce una sorta di viralizzazione finendo con l’influenzare i giudizi del pubblico. L’Influencer Marketing non deve interessare soltanto i grandi brand, ma anche i piccoli. Là fuori è pieno di influencer di classe A, classe B o classe C, a seconda del loro grado di influenza. Non si devono per forza investire decine di migliaia di euro in campagne di Influencer Marketing. Ogni nicchia di mercato ha ormai influencer che possono diventare soggetti attivi nelle campagne di marketing anche delle piccole imprese. Tutto questo perché siamo esseri sociali, persone cioè che si lasciano influenzare dalla massa, e quando vediamo che già altri hanno fatto una scelta ci lasciamo influenzare. Perché odiamo essere soli nelle scelte e preferiamo fare ciò che gli altri ci dicono di fare.

    Alessandro Borgomaneri_ Senior Copywriter
  • Il mondo a 10 Gbit al secondo. Parte l’era della quinta generazione

    Il 5G rivoluzionerà profondamente le nostre vite e il mondo che ci circonda. Abbandoniamo tutte le abitudini, perché saremo proiettati alla massima velocità, per una iperconnessione senza precedenti.

    “Velocità, sono pura velocità!”, così Saetta McQueen si dà la carica all’inizio del film “Cars”.

    Ci siamo, manca poco e anche noi ci trasformeremo in pura velocità con l’arrivo del 5G.

    Sembra un potenziamento del 4G, vero? Detto così, il 5G sembra un upgrade. In realtà assisteremo a una vera e propria rivoluzione, capace di modificare geneticamente l’approccio di comunicazione, di connessione tra persone e persone, tra persone e oggetti. Stiamo per vivere una mutazione profonda di abitudini e strumenti a sostegno del quotidiano. Quei momenti in cui si scavalla in una nuova era.

    Ma facciamo un esempio: contate fino a 30… un film di due ore è già scaricato.

    Un altro esempio per scaldarci? Moltiplicate per 1000 il mondo che già conoscete, quello che viaggia alla velocità del 4G. Aggiungete alla vostra simulazione una latenza di appena 4 millisecondi e una stabilità della connessione anche a 500 Km/h. Velocità, siamo pura velocità! Questa sarà la vita della quinta generazione e il futuro è ormai prossimo.

    Nel 2020 partiranno come un razzo le prime cinque città italiane (Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera) e il nostro Paese guiderà la cordata rivoluzionaria. Nel 2019, praticamente domani, usciranno i device che dialogheranno con le infrastrutture del 5G.

    A livello infrastrutturale scompariranno le antenne, lasciando il posto a una rete di celle dislocate in modo capillare su tutto il territorio e onde ad altissima frequenza.

    Ma come la velocità di connessione andrà a modificare sociologicamente (arrivo a dire antropologicamente) il modello finora noto? E cosa cambia realmente nella comunicazione?

    Smart City, Smart Home e Smart Grid avranno finalmente terreno fertile e non rimarranno più allo stadio progettuale o di esperimenti isolati.

    Gli oggetti comunicheranno con le persone. Ciascuno di noi potrà ricevere la delivery del cibo da un drone, monitorare e attivare la domotica della propria casa semplicemente dal proprio smartphone, interagire con robot, godere della guida autonoma, ricevere trattamenti sanitari e interventi chirurgici da remoto e soprattutto essere iperconnesso, ovunque e sempre.

    Il mondo immaginato dalla fantascienza è qui, a portata di touch. Riguarderà non sono Brand avanguardistici e Istituti di ricerca. Impatterà sulla vita reale di ogni singola persona. A simulazioni fatte, sarà la velocità di 2,6 miliardi di utenti entro il 2025.

    Il supporto del 5G non è solo applicabile alla Mobile Technology, ma alla Cybersecurity, al Cloud Computing, alla robotica, all’e-health, alla Virtual e Augmented Reality, per citare solo alcuni dei campi impattati.

    Le macchine comunicheranno con le macchine, in uno scambio virtuoso di dati a velocità interstellare, in cui la mano dell’uomo non entrerà più, non potrà. 50 miliardi di oggetti in dialogo, movimentati da intelligenze da remoto.

    I Big Data saranno analizzati all’istante da algoritmi di Intelligenza Artificiale.

    Gioveranno del 5G le tecnologie RFID – per uno sviluppo della logistica e della distribuzione – e fiorirà come non mai il Cognitive Computing.

    Lunga la lista delle sperimentazioni già in atto, per prepararsi a sgommare come Saetta McQeen alla velocità massima.

    La comunicazione si adeguerà non solo ritmicamente, ma anche per la creazione di contenuti adatti ai nuovi strumenti e per la progettazione di interconnessioni molteplici.

    Tra i 500 miliardi e i 2 trilioni di dollari il peso specifico sull’economia globale.

    Bisogna arrivare pronti e prima degli altri, essere competitivi. In fin dei conti i costruttori, gli operatori e i marketer sono già a lavoro. Sono già Pura veloci!

    di Benedetta Mincarini_ Content Strategist
  • Torna il Festival della Comunicazione, da settembre a Camogli

    Da giovedì 6 a domenica 9 settembre torna, nella suggestiva location ligure, l’appuntamento annuale più atteso in Italia, dedicato alla comunicazione, alla cultura e all’innovazione.

    Da giovedì 6 a domenica 9 settembre torna a Camogli l’appuntamento annuale più atteso in Italia, dedicato alla comunicazione, alla cultura e all’innovazione, il Festival della Comunicazione, diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer e organizzato da Frame, in collaborazione con il Comune di Camogli. Dopo Comunicazione, Linguaggio, Web e Connessioni, il fil rouge di quest’anno, Visioni, porta avanti l’eredità di Umberto Eco, ideatore e padrino della manifestazione, il cui pensiero dà forma a ogni edizione, non solo nei toni e nelle tematiche, ma soprattutto nella sua particolare visione del contemporaneo e dell’umano: un meraviglioso sistema di segni da interpretare secondo diverse prospettive, sensibilità, punti di vista, combinando alto e basso, serietà e ironia, particolare e universale. E proprio al grande maestro e semiologo, il festival dedica nella sua giornata d’apertura lo speciale evento “Musica e parole. Un ricordo di Umberto Eco”. Dell’ingegno multiforme di Umberto Eco si è ricordato molto ma non tutto: il serissimo studioso di san Tommaso, semiologo, romanziere, bibliofilo, faceva posto nella sua sterminata memoria alla più completa raccolta di barzellette del secolo. Ci raccontano il suo precoce umorismo due amici d’infanzia e di gioventù e di tutta la vita, Gianni Coscia e Furio Colombo. I suoi allievi e poi colleghi, Valentina Pisanty e Riccardo Fedriga, ricordano qualcuna delle sue infinite battute di spirito. Paolo Fabbri, Maurizio Ferraris, Marco Santambrogio, vecchi amici e colleghi, descrivono i momenti più impensati in cui lo hanno visto ridere e giocare con le parole. Sul tema Visioni si affronteranno e confronteranno oltre 100 ospiti tra i più prestigiosi rappresentanti della cultura, dell’economia, della scienza, dello spettacolo, dell’innovazione tecnologica dell’Italia e del mondo, e gli amministratori delegati e i presidenti di alcune delle maggiori aziende nazionali e internazionali. «Visione è narrazione, sogno, fantasia, talvolta illusione ed inganno – spiegano Rosangela Bonsignorio e Danco Singer – È interpretazione del reale secondo la nostra peculiare sensibilità percettiva, le nostre coordinate storico-culturali e la nostra genialità. È la capacità di scorgere l’inedito, di vedere oltre il piano materiale e immaginare situazioni possibili e realizzabili. È il risultato di uno sguardo al contempo particolare e d’insieme, che a partire dal contesto attuale disegna nuovi scenari, apre nuove strade e mette in moto il cambiamento. Le grandi innovazioni della storia e le scoperte della scienza derivano da menti visionarie che, spostando l’orizzonte delle capacità presenti, fissano nuovi traguardi. L’arte, la scrittura e la musica, spesso contaminandosi a vicenda, ci mostrano in atto universi possibili, alternativi e complementari e arricchiscono così le visioni del presente, perché possiamo immaginare futuri diversi». Il Festival della Comunicazione 2018 sarà aperto da una lectio magistralis dell’architetto e senatore a vita Renzo Piano sulla nuova visione dell’ambiente urbano, con le sue mutate concezioni di tempo e spazio, individuo e socialità. A seguire, un ricco palinsesto di conferenze, dialoghi e interviste che intrecceranno linguaggi, discipline, personalità e mondi apparentemente distanti.

    di Daniele Bologna
  • Nike React. Il nuovo successo dello Swoosh.

    Cosa ne pensi della nuova linea di scarpe per runner firmata Nike? Dillo creando il tuo avatar!

    Come si può realizzare una campagna che sappia essere incisiva e performante verso gli utenti e, al contempo, catturare gli elogi della critica di settore? Che sia in grado di trasmettere un key-concept semplice e intuitivo, ma anche accattivante e catchy? Che riesca a creare engagement e aspettativa attorno al prodotto? Che possa ridefinire e dare un ulteriore boost a un brand icona della globalizzazione e tra i più famosi del pianeta?

    Ok, forse sono stata troppo generica. Sto parlando della recente digital campaign Nike React”, firmata appunto dall’azienda dello Swoosh, con l’obiettivo di pubblicizzare l’omonima linea di calzature, seguendone ed esaltandone le caratteristiche principali. Le neonate Nike React offrono un nuovo standard di ammortizzazione: grazie a una schiuma più morbida, leggera, elastica e resistente, si adattano a ogni tipo di attività sportiva (running in pole position). Nike assicura dunque prestazioni e comfort sorprendenti, garantiti dall’innovativa suola definita con il design computazionale.

    Ma torniamo al digital advertising plan. Sul portale nike-react.com, Swoosh-addicted e si può creare il proprio avatar in versione “React Runner”. Come? In 3 semplici step, con il “Nike Reactor”:

    1. Scegli due sensazioni che colleghi alla linea Nike React: la morbidezza di un cuscino o di un teddy bear, la reattività di una molla, la delicatezza delle bolle di sapone o di una piuma….
    2. Scegli il tuo stile di corsa: Serotonin Seeker, Sunday Special, Zen Master o Early Bird. Ovviamente, con un manichino 3D che simula le diverse tecniche.
    3. E infine, il prodotto: scegli quale colore dare alle tue nuove running shoes, scrollando i vari modelli.

    E qui, il gioco Lego-style si conclude con la creazione dell’avatar tridimensionale, secondo le tue preferenze: la grafica adottata è semplicemente perfetta nella sua immediatezza e nella cura degli effetti dinamici. Dopo aver aggiunto il tuo nome per pubblicare il tuo fake-runner nella gallery del sito, puoi ricevere il relativo video mp4 via mail da condividere sui social. Ergo, brand awareness e lead generation in modalità full gas.

    Come accennato, la campagna Nike React è stata immediatamente un successo di critica. awwwards.com ha premiato l’idea dei “runner su pixel” con un voto complessivo di 8,2/10 (corrispondente alla media delle valutazioni per design, usability, creativity, content e mobile). La giuria dei CSS Design Awards, invece, si è dimostrata ancora più entusiasta, arrivando ad attribuire un grade di 8,77.

    Vuoi un consiglio? “Corri” a provare questa nuova esperienza di marketing: per un attimo (o, forse, anche di più) sarai convinto di avere delle Nike React ai tuoi piedi!

    Parlando di innovazione, un bel caso 🙂

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • Come cambia il ruolo del Marketing Manager – Part II

    Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana?

    Nel mio precedente intervento su Redwave_mag introducevo l’importanza del ‘perché’ (Why) un’azienda dovrebbe investire sulla pubblicazione di contenuti e pianificare attentamente una strategia di Content Marketing.

    In generale, si dovrebbe sempre partire dal definire gli obiettivi che la funzione Marketing e Comunicazione deve garantire per fare da sostegno ad una più ampia strategia di Business. Se l’azienda deve aumentare le vendite, allora cosa deve fare il Marketing? Deve generale Lead? Deve farsi conoscere sul mercato da un target nuovo? Deve annunciare il lancio di un nuovo prodotto?

    Qualunque sia l’obiettivo, è evidente che il ‘perché’ richiede in primis la definizione attenta dei KPI di controllo e di analisi sull’efficacia della mia strategia di Content Marketing. Recenti studi evidenziano, infatti, che sebbene tre quarti delle aziende abbiano una strategia di Content, solo un 20% dichiara di ottenere risultati da essa e, spesso, il gap nasce proprio dalla mancanza di aver definito cosa si intende per risultato e dall’abitudine errata di analizzare il valore assoluto piuttosto che il valore incrementale nel tempo. Se voglio ottenere ‘100’ lead dalla mia attività di Lead Generation che lancio oggi per la prima volta, dovrei, prima di tutto, agire su due leve: capire come arrivare progressivamente (non è mai un ON/OFF) al mio obiettivo di 100 lead/mese e definire una gerarchia di sotto-obiettivi per intervenire, puntualmente, sulle varie attività. Il Content interviene in tutte le fasi del processo: dalla generazione di Awareness sui vari canali per intercettare l’interesse di nuovi clienti, fino all’Advocacy stessa, condividendo consigli e suggerimenti su come migliorare la fruizione di un prodotto/servizio promuovendo la condivisione degli stessi in una logica ‘Member get Member’.

    L’intero processo del ‘Why’ è quindi molto più complesso di una semplice definizione di Macro Obiettivi ma va esploso e ancorato al raggiungimento di sotto-obiettivi di controllo, come gli atterraggi in pagina, referral, Lead generati dal web… Tutti indicatori che, spesso, le nostre medie aziende ignorano e non monitorano, con il risultato di perdere di vista l’obiettivo di lungo termine.

    Progettare una gerarchia di indicatori di controllo non è facile ma mi sento di dire che, come tutti i cruscotti e i numeri, è il modo migliore per darsi un obiettivo e misurarlo nel concreto, giorno per giorno, per comprendere come migliorare la nostra Strategia di Content Marketing e arrivare a confermare (o modificare) il ‘perché’.

    di Andrea Ricotti_Sales & Marketing Director
  • Progettare il futuro. Da over 65

    Dinamici, in buona salute, autonomi, tecnologici, sportivi, viaggiatori, ma soprattutto ottimisti e con uno sguardo al domani: questa la fotografia della ricerca “Over 65: una vita a colori”

    Una volta li chiamavano “anziani” o “terza età”. Persone che hanno già vissuto gran parte della loro vita, magari appagati seppur non sempre in grado di avere ancora un ruolo attivo nella società. Ma questa fotografia è ancora attuale? Oggi, secondo l’Istat, gli Over 65 sono circa 13.672.000, pari al 22,6% della popolazione attuale, e sono destinati a crescere (34% entro il 2050), ma sono molto cambiati rispetto ai loro coetanei di soli vent’anni fa. Non chiamateli anziani, insomma. E’ quanto emerge dalla ricerca “Over 65: una vita a colori”, commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e realizzata da AstraRicerche su un campione di oltre 700 Senior tra i 65-85enni, per analizzare come vivono la loro “nuova età” nel terzo millennio e come hanno modificato il loro stile di vita e le loro abitudini in diversi ambiti: dalla salute al rapporto con la tecnologia, dalla famiglia alla vita sociale e allo svago.

     

    Risultati sorprendenti

     

    I risultati sono sorprendenti. Chi pensa che i Senior non siano tecnologici deve innanzitutto ricredersi: amano la tecnologia e la utilizzano, tanto che la ricerca è stata realizzata completamente on-line tramite smartphone, tablet e pc (tra le prime in Italia su questo target), sfatando questo luogo comune e rendendoli a tutti gli effetti la prima generazione di “Over 65 digitali”. Non solo. Dalla ricerca emerge una figura ben diversa rispetto a qualche decennio fa: i Senior odierni si definiscono dinamici e attivi e, oltre alle faccende domestiche e alla cura della casa, non rinunciano alle attività che li rendono felici, come viaggiare (54,2%), prendersi cura di sé (49,1%), praticare attività ludico-sportive (45,7%) o culturali (43,4%). C’è chi frequenta un corso di ballo, chi è iscritto a corsi di natura artistica, chi va a teatro o chi preferisce studiare. Hanno forti valori e ideali (per il 56,2%) e uno «sguardo al futuro» più che al passato, con una vita ancora da vivere. Si reputano curiosi (47,8%), ottimisti (44,1%), capaci di invecchiare serenamente (60,8%) e alcuni sono desiderosi di fare nuove esperienze (29,6%). Se la maggior parte si augura in futuro di poter fare le stesse attività che svolge oggi, c’è, infatti, anche il 35,2% che auspica di poterle fare con maggiore serenità e il 4,5% addirittura di ampliarle nei prossimi 5 anni prevedendo più viaggi (+13,7 p.p. al 67,9%), più attività ludico-sportive (+4,9 p.p.) e culturali (+6,4 p.p.). In sintesi, è prima generazione di questa fascia d’età che progetta concretamente un futuro. Non mancano, però, dei lati più critici, come il basso livello di felicità e il sentirsi poco ammirati, la possibilità che loro condizione di salute possa peggiorare, oltre che considerarsi un peso per le casse dello stato (ma non per le famiglie).

     

    Paradigmi di consumo

     

    Nel settore assicurativo, la longevità, il miglior stato di salute, la tecnologia e la dimestichezza nell’utilizzo della stessa dei Senior hanno cambiato il paradigma di consumo e di offerta. Si sono creati nuovi modelli di prodotto e di servizio, fino a qualche anno fa impensabili, che coniugano gli obiettivi di business con il ruolo sociale su cui si basa l’assicurazione. Oggi si possono, ad esempio, sviluppare soluzioni innovative e sostenibili dedicate agli Over 65 nel campo della mobilità, dei viaggi, della salute, della smart home, semplicemente attraverso un’app. Quello che differenzia ulteriormente i “nuovi Over 65” è il rapporto con la tecnologia. Oltre quattro su dieci dichiara di “amarla”, e questo grazie anche ai nuovi device diventati più semplici e intuitivi da usare. Una categoria, quindi, sempre più smart nei confronti di internet, dei social network e degli smartphone, con il 66,2% che dichiara di utilizzarli in modo autonomo e il 57,1% che ha particolarmente apprezzato l’avvento dei social network perché li rende meno isolati. Certo, non sono loro a essere innovatori (solo il 12,5% ritiene di esserlo), non è il loro compito, ma sono ben disponibili a mettersi in gioco e imparare.

    Uno sguardo alla salute

     

    Quasi nove Senior su dieci (86,8%) si sentono complessivamente più in forma rispetto ai coetanei di venti o trent’anni fa. Una generazione più attiva, lucida, in forze, sia a livello mentale(87,9%) sia fisico (77,2%), con memoria e ricordi del passato anche lontano (72,7%). Si sentono completamente autonomi nel 68% dei casi, con uno stato di salute ottimo/buono (per il 53,5%). Dati positivi che tra 5-10 anni sembrano, però, destinati a peggiorare, secondo il loro giudizio. La quota di chi pensa che il proprio stato sarà ancora ottimo o buono si riduce nettamente (32,8%). Anche l’autosufficienza cala drasticamente dal 68% al 19,4%, segno che nei prossimi anni sarà necessario un supporto esterno. Una critica va alla rete assistenziale, che include il servizio sanitario: solo per il 41,3% è accessibile ed efficiente. Le aziende che operano nel settore assicurativo e sanitario privato, si stanno, in effetti, orientando per offrire prodotti innovativi dedicati a questa fascia di età.

    Società e famiglia

     

    Interrogati su come vedono la loro generazione, rivendicano il ruolo sociale che li vede sempre più protagonisti nel supportare le famiglie, sia nella custodia ed educazione dei nipoti(per l’85,5%) sia a livello economico (82,2%). Sono, quindi, una fonte di serenità per i propri cari e senza dubbio sono più gli anziani che aiutano le proprie famiglie rispetto a quanto ricevono dalla rete di parenti e amici. Una risorsa preziosa, sempre secondo i Senior intervistati, che non si limita solo all’ambito familiare, ma all’intera società (per il 79,4%). Non si sentono assolutamente un peso per le famiglie, né ora e né in futuro, anche se tanti pensano, invece, di esserlo per le casse dello stato: oltre quattro su dieci sono convinti che gravano e graveranno sui conti pubblici in modo rilevante. Rivendicano un ruolo sempre più attivo, tanto che molti si sentono già considerati dalle aziende come gruppo sociale (36,3%), ma vorrebbero esserlo di più, con maggiori servizi o prodotti a loro dedicati che gli consentirebbe di dare vita a una cultura del benessere e della salute (86,4%).

     

    Mai un peso per gli altri

     

    Tra gli aspetti realmente fondamentali per i Senior emerge come non vogliano essere un peso per gli altri. Al primo posto segnalano, infatti, la lucidità e la buona condizione mentale (73,7%), che supera paradossalmente l’essere in salute e la buona condizione fisica (68,2%), mentre l’altro grande desiderio è quello di essere indipendenti (64,5%), in modo da provvedere autonomamente a se stessi. Solo una minima parte indica l’essere accudito. La serenità e la stabilità (51,6%) predominano sull’essere ben inseriti in un contesto familiare e sociale (37,5%): quasi a dire, “meglio sereni che accompagnati”. Una maggiore dinamicità comporta, ovviamente, un maggiore rischio per la propria incolumità. Quali sono le principali paure? Ai primi posti rientrano la paura di cadere in casacausandosi fratture o altri danni rilevanti (per il 50,2%) e l’insorgere di piccoli acciacchi che impedirebbero di frequentare un corso o un programma a cui ci è iscritti (47%). Ma si sono anche timori non legati all’ambito salute, come subire furti o aggressioni nella propria abitazione (42,9%) o avere un imprevisto che fa annullare o interrompere un viaggio (35,8%). Il tema dell’“essere soli” divide i Senior: se da un lato il 36,7% afferma di vivere sempre più in solitudine, dall’altro il 31,5% la pensa diversamente. Analogamente, ma con più orgoglio e rivendicazione della propria rilevanza, per il 31% è vero che gli anziani sono poco considerati, hanno un ruolo minore e calante, mentre per ben il 35,2% questa idea non corrisponde alla realtà.

    A cura della redazione di RedWave_mag