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Insight

  • Social media marketing: possibili scenari

    Da quasi vent’anni abbiamo una relazione con i social media che comporta un utilizzo e un legame più o meno forte. Ma aspettiamoci evoluzioni…

    Alex Packham, in un recente articolo su The Drum, evidenzia quattro punti nodali che potrebbero rappresentare l’evoluzione dei social media nei prossimi anni.

    1. Ci si sposterà dai contenuti dei feed: i messaggi one-to-one potrebbero prendere il sopravvento

    Il feed delle notizie cambierà e diventerà meno centrale.
    Un’evidente tendenza di oggi è quella di utilizzare i social media come piattaforme per rimanere in contatto con gli altri: WhatsApp e Facebook Messenger da soli, in un anno, raccolgono 22 trilioni di messaggi.
    Instagram Stories e Facebook Watch si espanderanno e potrebbero diventare territorio di posizionamenti di advertising.

    2. Gli influencer potrebbero essere un fenomeno che dura nel tempo

    Le attività con gli influencer sono state a volte demonizzate per la pratica di alcuni di loro di acquistare follower: un plan che ha generato pessimi risultati per le aziende che vi avevano investito. Ma la tecnologia avanza insieme alla selezione e oggi è più facile valutare la qualità reale degli influencer.

    I social media arriveranno a un punto di saturazione di advertising e l’unico sbocco forse possibile sarà proprio l’attività di passaparola e supporto che gli influencer potranno garantire verso uno specifico pubblico.

    3. I brand capiranno finalmente l’importanza dei contenuti e della loro coerenza

    I contenuti torneranno a fare la differenza. Le aziende dovranno capire che, per non scomparire, dovranno parlare con i propri clienti attraverso contenuti utili e pertinenti. In caso contrario, le aziende verranno mal viste, con un conseguente impatto sulla propria brand equity difficile da gestire.

    4. Le nicchie torneranno a essere sempre più importanti

    Come funziona un andamento ciclico nel settore mediale? In primis nasce una novità, che successivamente raccoglie masse; queste ultime si organizzano e formano gruppi di interessi comuni, fino a quando i contenuti “main stream” diventano sempre meno interessanti.

    Anche i social media stanno andando incontro a questo trend: i gruppi su Facebook ne sono una prova, l’utilizzo delle app di messaggistica ne sono un’estremizzazione.

    La condivisione di opinioni è più facile all’interno di un gruppo omogeneo per interessi: la singola voce vuole essere ascoltata e, anche per questo motivo, la comunicazione con le aziende dovrà passare per un rapporto uno-a-uno. Si vorrà infatti contattare in maniera istantanea un’azienda attraverso un servizio di messaggistica, percependo questo spazio come protetto.

    Riassumendo, quindi, le aziende dovranno farsi conoscere non solo per i prodotti, ma anche per i contenuti. Tutto ciò avverrà all’interno di uno spazio social sempre più saturo. Le persone cercheranno maggiormente contenuti pertinenti e, per farlo, si affideranno alle nicchie: gli strumenti di messaggistica verranno perciò sfruttati per sviluppare le relazioni all’interno di un perimetro che permette di percepire maggiore sicurezza rispetto alla possibilità di essere esposto al giudizio di grandi masse indifferenziate. Mettersi a disposizione, come aziende, dei propri clienti o utenti attraverso uno spazio di comunicazione one-to-one sarà dunque un fondamentale strumento di relazione.

    di Andrea Casagrande_Head of Digital
  • “Think Mobile!”, dice Google.

    Il colosso mondiale cambia priorità e la affida alla versione mobile dei siti. Dal 1° luglio i nuovi siti dovranno tenerne conto e i vecchi siti, basati sulla versione desktop, dovranno adeguarsi.

    Viviamo in un’era di continua e fluida evoluzione, giusto? Quindi la regola aurea, valida in tutti i contesti, è osservare quello che accade e adeguarsi velocemente. Meglio se prima degli altri.

    Le chiavi di lettura che appartengono al passato prossimo risultano subito inadeguate, posticce. Camaleonticamente ciascuna realtà è chiamata a restare fedele al proprio tempo, pochi sono chiamati ad anticiparlo.

    Chi più di Google poteva fare da apripista? Il colosso californiano ha dalla sua il 74,38% delle ricerche mondiali. Così ha deciso di cambiare, con un annuncio del 4 novembre 2016 che si basa su un’analisi ormai incontrovertibile: la maggioranza delle ricerche sul Search Engine avviene da dispositivi mobili. 

    Dal 1° luglio 2019 parte quindi definitivamente il Mobile-First Index.

    In cosa consiste e come sta cambiando l’approccio al Web Design e alla SEO da parte dei marketers?

    La versione desktop dei siti perde la priorità nell’indicizzazione e ranking e cede il passo alla mobile.

    Questo significa che i crawler di Google analizzeranno e indicizzeranno i contenuti dei nuovi domini scansionandoli sotto quest’ottica. Il principale index diventa quello costituito dal robot mobile. I siti già esistenti dovranno adattarsi per non perdere il posizionamento.

    L’esempio più lampante? A parità di argomenti, i siti desktop che non hanno una mobile version saranno ignorati a favore dei gemelli mobile-friendly.

    Sembra facile, ma in realtà sono più di 200 i fattori che Big G analizza per dare il suo ordine meritocratico.

    Per non perderci nella complessità, andiamo sul concreto focalizzandoci su usabilità e contenuti, strutturati in modo che Googlebot giudichi tutto compatibile con la versione mobile.

    Nuovo sito, nuova vita! Per tutto ciò che è disegnato ex novo il responsive design diventa la soluzione che garantisce l’adattabilità automatica dei contenuti di un sito alla larghezza disponibile (in pixel). Il responsive design consente di avere – e non è poco mettendosi gli occhiali dei crawler di Mountain View – una URL univoca tra versione desktop e mobile, gli stessi contenuti e metadati.

    Non si deve disdegnare però il Dynamic Serving, che – come nel caso del responsive – adatta tutto automaticamente ai pixel del dispositivo e mantiene la stessa URL. Cosa cambia? In questo caso si può differenziare il contenuto tra desktop e mobile per rendere più agevole e leggera la lettura da smartphone, non eliminando ma nascondendo il grosso dei contenuti mobile, accessibili da chi voglia approfondire. Questo permette di evitare scroll infiniti e non creerà problemi di analisi e indicizzazione da parte di uno Smartphone Googlebot.

    In Italia ancora molti siti hanno tuttavia solo una versione desktop o una versione mobile differenziata dalla desktop. I siti che non risultano Mobile-First indexing enabled oggi sono definitivamente penalizzati nella SERP: conviene quindi mettersi all’opera e lavorare su un nuovo sito compatibile con il mobile.

    Per qualsiasi dubbio, meglio affidarsi agli strumenti messi a disposizione dalla Search Console di Google e verificare in tempo reale se gli spider stiano procedendo a una scansione corretta del proprio sito o ci siano problemi di indicizzazione. Anche per i siti più âgé Google continuerà comunque a valutare la readiness (disponibilità) rispetto al Mobile-First Index.

    Sta di fatto che l’indice di Google rimarrà unico, mentre cambierà solo modo di scansionare e indicizzare i contenuti.

    Fissiamo solo sul calendario il 1° luglio 2019 e il nuovo mantra: “Mobile is king”, mutuando il celebre principio di Bill Gates “Content is king”.

    di Benedetta Mincarini_creative strategist
  • Quattro lezioni di Digital Marketing per i marketers – Parte 1

    Le sfide dei Chief Marketing Officer sono molte, complesse ed eterogenee. Mantenersi aggiornati ed efficaci non è semplice specialmente in un contesto ad alta velocità come tutto quello che ruota attorno al digital.

    Alcune premesse fondamentali

    Alcune decisioni di marketing non rientrano in una sola delle tre aree principali: alcune di esse possono riguardare tutti e tre gli aspetti.

    C’è una decisione fondamentale, tuttavia, che un operatore del marketing può prendere ed è quella che permette di creare un contesto adatto al fine di attrarre, acquisire e fidelizzare i clienti: ma quali sono le migliori soluzioni per tali sfide?

    Al giorno d’oggi, il principale strumento di marketing è il dato. Buona parte dei CMO ne è consapevole. Ciò che i CMO non sempre sanno è quali componenti della tecnologia sono necessari per capitalizzare quei dati e soddisfare al meglio le esigenze della loro organizzazione. Come usare il dato o come elaborarlo.

    La maggior parte delle aziende dovrebbe avere lo stesso obiettivo: aumentare il profitto.

    Se hai già definito come guadagni, la prossima domanda sarebbe: come facciamo a guadagnare di più? La risposta è nei dati e nelle analisi.

    Big Data e analisi sono così impegnativi a causa della necessità di agire sui dati. E per farlo, i dati devono esistere in una certa forma: completamente utilizzabile, completamente flessibile, granulare a livello di cliente o prospect.

    I dati grezzi sono di gran lunga il requisito più elementare per un approccio analitico di fascia alta. Eppure molte aziende continuano senza di essi perché non realizzano un punto cruciale: la capacità di quasi tutte le future azioni di marketing digitale dipenderà dal livello di granularità disponibile nei dati. Come può un’azienda personalizzare i contenuti quando non ha dati a livello personale?

    Lezione CMO numero 1: partire dai dati grezzi.

    Attrarre i prospect in target

    Al fine di preparare il terreno per azioni di marketing digitale ottimali, i CMO dovrebbero essere sicuri di selezionare un sistema di analisi che consenta di importare e lavorare dati grezzi.

    E qui sta la sfida del CMO: ottimizzare la spesa di marketing digitale in tutte le campagne.

    Quali campagne stanno dando i loro frutti e in che modo posso investire in campagne che saranno efficaci?

    Il primo passo qui è sapere come i clienti che convertono stanno arrivando sul tuo sito web.

    In altre parole, i CMO devono identificare con precisione il customer journey, ovvero la modalità con cui i propri clienti arrivano sul sito.

    Non è tuttavia sempre un’operazione semplice. Perché? Per due ragioni:

    • serve un modello di attribuzione e monitoring dei touch point che sia avanzato
    • occorre conoscere il posizionamento ideale del nostro advertising e ottimizzarlo

    Per affrontare il modello di attribuzione, i marketer devono comprendere non solo quale punto del customer journey ha catalizzato la conversione, ma anche utilizzare una piattaforma di analisi che consenta la modellazione multi-attribuzione.

    I modelli di attribuzione basati esclusivamente sul primo clic o sull’ultimo clic sono ormai desueti e non porteranno a niente.

    D’altro canto, il posizionamento degli annunci potrebbe essere il colpevole di prestazioni poco brillanti. Anche se un’organizzazione ha sviluppato un modello di attribuzione perfetto, potrebbe comunque subire delle perdite in relazione al suo investimento.

    In termini di marketing digitale, per cercare di risolvere il problema, dobbiamo guardare alla pubblicità in real time. Occorre fare in modo di posizionare i propri annunci nelle posizioni giuste, verso i giusti prospect, al costo giusto.

    di Andrea Casagrande_Head of Digital
  • L’inverno è arrivato

    Al via l’attesissima nuova stagione de “Il Trono di Spade”.
    Dopo quasi due anni la serie più vista di sempre torna con la sua stagione finale.

    La Serie prende ispirazione dai libri di George R.R. Martin “A song of Ice and Fire” con la regia affidata a David Benioff e D.B Weiss che hanno contribuito al successo della serie non solo con il grande pubblico ma anche la critica, arrivando a vincere 47 Emmy awards (gli Oscar per i programmi tv) e ben 128 nomination totali.

    Giunta ormai alla sua stagione conclusiva, Game of thrones racconta le vicende di numerose casate che si trovano a scontrarsi tra di loro in continui giochi di potere, in un mondo immaginario che ricorda quello medioevale, diviso in due continenti “Westeros” a occidente e “Essos” a oriente. La serie è di genere fantasy, non mancano, infatti, creature misteriose come draghi e non-morti ad arricchire un mondo perennemente scosso, che lascia davvero poco spazio alla noia, ma anzi che ha una sua estensione nell’immaginazione dei fan, che si trovano alla continua ricerca di teorie e idee sulle vicissitudini dei loro beniamini.

    Il Trono di Spade, è diventato un fenomeno virale in tutto il mondo. Nel corso della sua quasi decennale storia televisiva ha visto i suoi ascolti di prima visione HBO passare dai 2 milioni per episodio della prima stagione ai 12 milioni della settima stagione, record assoluto per la piattaforma. Sono molteplici le peculiarità che hanno contribuito al successo della serie, ma se si dovessero identificare le più rappresentative, o meglio la più rappresentativa, è la capacità di stravolgere completamente la trama in svariate occasioni, principalmente tramite l’uccisione, molto spesso brutale, dei protagonisti della saga. Nel corso dei settantatré episodi finora trasmessi sono 104 le morti di personaggi chiave all’interno della narrazione. Emblematica la frase di una delle protagonisti della saga Cersei Lannister (Lena Headey) nei confronti di Eddard Stark (Sean Bean), altro protagonista della serie: Al gioco dei troni, o si vince o si muore”.  

    Tra una morte sconvolgente e l’altra si è quindi giunti alla stagione conclusiva della serie. Sono tantissime le domande che assalgono i fan e pochissime sono le certezze. I beniamini del pubblico in questa stagione si troveranno a fronteggiare un nemico temibilissimo, ci s’interroga su chi sopravvivrà a questa guerra, chi ne uscirà vincitore e soprattutto chi sarà il prescelto a sedere sul tanto ambito trono di spade.

    L’attesa è finalmente finita, nella notte tra il 14 e il 15 Aprile è stata trasmessa la prima delle sei puntate conclusive di questa pluripremiata serie televisiva. Tra sei settimane si giungerà al season finale più atteso di sempre a livello mondiale. Una delle frasi più utilizzate dai personaggi della saga è “L’inverno sta arrivando”. E’ forse il caso di dire, a questo punto, che l’inverno è arrivato.

    A cura della redazione di redwave_mag
  • Parole O_Stili, la battaglia contro la violenza nelle parole

    Dal 2017, l’associazione no profit diffonde pratiche virtuose di comunicazione sul Web e offline, anche per aziende e mondo della politica. Il segreto? Il “Manifesto della comunicazione non ostile”.

    Fake news, hater e cyberbullismo. Ecco tre termini entrati da anni nel vocabolario comune degli utenti della Rete. Oltre ai tentativi di approccio tramite like, alle insistenti campagne pubblicitarie declinate in post sponsorizzati e agli aforismi filosofici che decorano selfie al mare o foto di gattini, c’è infatti un lato oscuro del Web. Anzi, forse neanche così tanto “oscuro” se si considera che il 91,8% dei giovani italiani crede che l’hate speech abbia conseguenze sulla vita delle persone offese.

    Episodi di violenza virtuale sono sempre più all’ordine del giorno. E la causa del problema va ricercata in una povertà culturale e comportamentale che contraddistingue sempre più coloro che comunicano attraverso pixel.

    Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse norme da parte degli organi legislatori per arginare questi fenomeni. Eppure, l’elevata penetrazione del digitale nella vita quotidiana non permette alle attuali regolamentazioni di spegnere in via definitiva ogni focolaio di maleducazione online.

    Ma andiamo “al sodo”. In questa situazione di oggettiva difficoltà, c’è chi si è ritagliato un ruolo da protagonista a beneficio di quella maxi-community definita dal Web: si tratta di Parole O_Stili.

    L’associazione no profit, nata a Trieste nel 2017, vuole sensibilizzare e educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile. Attraverso il suo “Manifesto della comunicazione non ostile”, oltre 300 professionisti della comunicazione (tra cui insegnanti, influencer, imprenditori e blogger) sottolineano quotidianamente come l’ostilità espressa in Rete abbia conseguenze concrete e permanenti nella vita delle persone. Come? Lavorando nelle scuole e nelle università, collaborando con le imprese e le istituzioni.

    Nel “Manifesto della comunicazione non ostile” si trovano, appunto, i concept fondamentali dell’attività di Parole O_Stili. Dieci regole, quasi dei mantra, tra cui compaiono: “Virtuale è reale”, “Le parole hanno conseguenze”, “Condividere è una responsabilità” e “Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare”. Insomma, il buon senso applicato perfettamente al grande panorama della comunicazione.

    Il Manifesto è stato poi adattato al mondo politico, con la campagna #cambiostile lanciata nel dicembre del 2017. Quasi 250 uomini e donne delle istituzioni (appartenenti ai più diversi partiti e gruppi parlamentari) hanno assunto l’impegno di focalizzare il dibattito politico su contenuti e idee orientati al bene comune: un’applicazione pragmatica del Manifesto sui toni e sullo stile da adottare durante i confronti e i dibattiti con gli avversari. L’impegno dimostrato e i risultati ottenuti dall’associazione le hanno addirittura permesso di ottenere la Medaglia di Rappresentanza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Ma l’uso di un linguaggio aggressivo e irrispettoso contraddistingue spesso anche l’ambito lavorativo, come dichiarato dal 58% dei lavoratori e dirigenti intervistati da Parole O_Stili in una sua ricerca. Durante il secondo evento dell’associazione tenutosi lo scorso 7 giugno, il gruppo triestino ha così presentato un ulteriore riadattamento del Manifesto, dedicandolo all’ecosistema aziendale. Perché, come ha ricordato Maria Cristina Origlia, Managing Editore de Il Sole 24 Ore, nel suo intervento alla rassegna estiva: “Il ruolo sociale delle aziende diventa sempre più importante, in qualità di aggregatori di idee, cittadinanza, valori, facendo cultura nell’intera società”.

    Uno spunto interessante, che richiama uno dei concetti cardine di Parole O_Stili: dove c’è ostilità, non ci può essere una corretta comunicazione; e dove non c’è una corretta comunicazione, non ci possono essere cultura e società.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • Davanti a un video online, per oltre un’ora al giorno

    Nel 2018 i consumatori a livello globale guarderanno video online per una media di 67 minuti al giorno, 11 minuti in più rispetto all’anno precedente, come prevedono gli Online Video Forecasts di Zenith, report annuale dedicato all’online video advertising e giunto quest’anno alla quarta edizione.

    Nel 2018 i consumatori a livello globale guarderanno video online per una media di 67 minuti al giorno, 11 minuti in più rispetto all’anno precedente, come prevedono gli Online Video Forecasts di Zenith, report annuale dedicato all’online video advertising e giunto quest’anno alla quarta edizione. Per il 2018 l’analisi si è focalizzata su 59 mercati chiave. Lo studio considera come “online video” tutti i contenuti video accessibili tramite connessione Internet, incluse piattaforme di proprietà di broadcaster come Hulu, servizi di abbonamento “over-the-top” come Netflix, siti di condivisione video, ad esempio YouTube, e i video visti sui social media. Secondo le previsioni di Zenith, entro il 2020 gli utenti trascorreranno in media 84 minuti al giorno guardando video online. La Cina registrerà la quota più alta in termini di tempo speso nel giorno con 105 minuti, seguita da Russia e UK (rispettivamente 102 e 101 minuti). Come conseguenza di questa crescita rapidissima del consumo di video online, i brand sono invitati a ripensare in modo profondo le proprie strategie di pianificazione sia televisiva che digitale. Come mostra il documento di Zenith, da qui al 2020 il consumo di video online aumenterà di 9 minuti all’anno andando a erodere il tempo speso sui mezzi tradizionali. Nonostante la presenza di piattaforme non commerciali quali Amazon Prime e Netflix, molta parte del tempo dedicato al consumo di video online è appannaggio di piattaforme che prevedono pubblicità, quindi l’incremento di consumo di video online si traduce in un progressivo ampliamento dell’audience commerciale. Secondo Zenith gli investimenti in video online advertising sono cresciuti del 20% nel 2017, raggiungendo quota 27 miliardi di dollari. Ricordiamo che nel 2014 c’era stato un picco del 36%, in seguito il trend di crescita è progressivamente diminuito pur mantenendosi alto. Per il 2018 si prevede un +19%, a seguire la crescita media annua sarà del 17% fino al 2020, quando la spesa riservata al video online toccherà i 43 miliardi di dollari. Gli investimenti in online video display advertising hanno rappresentato il 27% del totale spesa riservata al display nel 2017 e arriveranno a coprire il 30% nel 2020. L’online video advertising, rispetto alla dimensione della pubblicità televisiva, rappresenta ancora solo una piccola parte che tuttavia è destinata ad aumentare dal momento che la crescita annuale degli investimenti sulla TV è ferma tra lo 0 e il 2%. Nel 2015 il mercato della pubblicità video online ha rappresentato il 10% delle dimensioni del mercato pubblicitario televisivo, percentuale che nel 2017 ha raggiunto il 14% e nel 2020 sarà pari al 23%. Video Online e TV sono tra loro complementari. Inizialmente, la maggior parte dei brand pianificava il video online per aumentare la copertura delle campagne televisive. In seguito alla rapida crescita della visione online, i brand pianificano sempre di più TV e video online in sinergia con l’obiettivo di ottimizzare la frequenza. Utilizzando in modo strategico i due mezzi e, in particolare, l’online video advertising per intercettare i light TV viewers, è possibile eliminare i problemi legati alla sovraesposizione o alla bassa esposizione del target di riferimento.

    di Monica Magnoni_Communication & Business Development
  • TV revolution: come cambiano i sistemi di data analysis

    Le misurazioni della user experience davanti al piccolo schermo cambieranno l’intero mercato degli spazi advertising in onda.

    Ormai non è più un mistero. Le modalità di fruizione dei contenuti televisivi si sono radicalmente evolute dall’inizio del Terzo Millennio. In poco meno di due decadi, sono infatti comparse decine di manuali di semiotica sulle esperienze crossmediali e sulle attivazioni di user experience su più livelli.

    Ma, se i contenuti proposti sul piccolo schermo vengono declinati in formati sempre più innovativi, non si può affermare lo stesso delle metodologie di data analysis riguardanti gli ascolti. O le visioni, per essere precisi. Nell’Anno del Signore 2018, i declamati “esperti del settore” spesso basano ancora le loro misurazioni su analisi di gruppi-campione o valutazioni a carattere demografico, influenzando le politiche di acquisto e vendita di spazi pubblicitari in onda.

    Eppure, nuove fonti di TV viewing data stanno comparendo all’orizzonte e costringono marketer e broadcaster a ridiscutere i calcoli sulla TV viewership.

    Come accennato, lo scetticismo verso le tradizionali misurazioni panel-based è legato a tre principali fattori: la comparsa di nuove piattaforme di visione (leggasi OTT), il conseguente aumento esponenziale dei contenuti e le sperimentazioni digitali per un miglior targeting, con un tracking facilitato.

    Gli analisti di ascolti TV appartenenti alla Next-Gen hanno dunque elaborato nuovi mantra da seguire in questo contesto mutevole. In primis, hanno detto addio ai viewing data legati ad aspetti anagrafici e demografici: l’obiettivo è linkare i dati della fruizione del piccolo schermo con le ricerche effettuate e le preferenze dichiarate online. Implementare il targeting dei content TV garantisce poi un maggior ROI delle campagne ADV: ovviamente, solo se si applica un corretto matching tra i dati CRM e il tracking dell’esposizione dell’utente agli annunci TV. Per la gioia di coloro che sono rimasti folgorati sulla via della crossmedialità.

    I nuovi metodi di analisi sorpassano quindi i loro predecessori, grazie alla possibilità di campionare immediatamente milioni di spettatori (e non qualche decina di migliaia, come nei casi panel-based), distinguere un gran numero di possibili behaviour davanti alla TV, adattarsi alle richieste dei nuovi canali on-demand e, anche grazie a essi, creare viewer profile a 360°.

    Pregi da non sottovalutare, insomma. Soprattutto se si considerano le principali due fonti di Next-Gen TV data: il set-top box e l’automated content recognition. L’analisi dei dati catturati da ogni set-top box garantisce una precisione statistica sorprendente; e, a tutto ciò, si aggiunge la potenziale delivery di messaggi sempre più targettizzati, per assicurare funnel di data-driven advertising. Bypassando l’STB, l’ACR usa invece la tecnologia incorporata nella tv (o nel contenuto trasmesso) per raccogliere informazioni sull’utenza. Ergo, si lavora sui metadati e sulla loro attivazione, attraverso l’acoustic fingerprinting e il watermakig.

    In conclusione, è palese come la Next-Gen TV rappresenti un considerevole salto in avanti per network e marketer. Le nuove tecniche di misurazione permettono un miglior targeting e una più precisa rendicontazione, considerando un fattore determinante a lungo termine: le fonti di dati ACR e STB producono dataset ricchi di informazioni e difficili da gestire. È probabile, quindi, che nei prossimi anni i cosiddetti aggregator di dati avranno sempre maggior importanza nel panorama mediatico: da qui scaturiranno presumibilmente un’ulteriore frammentazione del settore (con l’aggiunta di questa nuova figura nel cast) e una ricerca di inediti equilibri e standard nell’ecosistema televisivo.

    di Luca De Marchi_Content & Strategy
  • Il futuro del cambiamento passa per le risorse umane

    Oltre seicento aziende italiane, coinvolte in un grande lavoro di monitoraggio, fotografano le difficoltà e le opportunità generate nelle imprese dalla trasformazione digitale, un contesto in cui è sempre più centrale la gestione delle persone

    La Digital Transformation come grande opportunità per rimettere le persone al centro delle imprese. È questa l’inedita fotografia e l’interessante prospettiva che emerge dalla prima edizione nazionale della ricerca realizzata dalla scuola dell’innovazione di Talent Garden e BearingPoint Italy, “La Digital Transformation nella gestione delle risorse umane”, in collaborazione con Talentsoft e con l’importante coinvolgimento di oltre seicento aziende italiane. Prima di essere software, applicazioni, programmi e soluzioni, la digitalizzazione è ridefinizione dei processi, riassetto degli equilibri, introduzione di nuove figure e ruoli, evoluzione delle competenze; in questo contesto, se da sempre l’evoluzione tecnologica accelera il cambiamento, emerge con grande chiarezza che impatta più che proporzionalmente sull’amplificazione delle competenze dell’HR e, quindi, ne definisce la sempre maggior strategicità del ruolo guida del cambiamento. Tuttavia siamo ancora all’inizio della rivoluzione, c’è molto da imparare e da mettere in atto sul fronte della formazione e del cambiamento culturale. Ed è ormai chiaro che tutte le aziende stanno percorrendo percorsi di trasformazione digitale con diverse intensità, dall’innovazione dei modelli di business alla pura digitalizzazione dei processi, e con differenti approcci, dall’implementazione alla sperimentazione. Per evitare che la Digital Transformation resti un puro “affare tecnologico” è necessario cambiare, in parallelo, cultura aziendale, professionalità e modo di lavorare. In questo contesto l’HR può avere una funzione importante di supporto al processo di trasformazione dell’azienda a patto che cambi esso stesso. Dalla ricerca emerge la consapevolezza che l’HR dovrà assumere sempre più il ruolo di leader, direttamente al fianco del CEO, nel processo di trasformazione digitale. Per il 61% degli intervistati, infatti, l’HR dovrà assumere il ruolo di change leader del futuro. Una guida di cui si sente sempre di più il bisogno perché, se è vero che aumenta la consapevolezza della necessità della trasformazione e per il 35% degli intervistati è chiaro che questa debba passare da un cambio culturale, è altrettanto vero che regna ancora molta confusione: ben il 54% delle persone coinvolte dichiara che la propria azienda non abbia una chiara strategia di People Digital Transformation e una guida forte. Un dato che sembra sottolineare quanto ci sia ancora da fare sul fronte dell’evoluzione digitale all’interno delle organizzazioni: si riscontra ancora un quadro generale di immaturità digitale, lentezza, paura del cambiamento, incapacità di comprendere le priorità e l’innovazione. In un contesto in cui si percepisce con chiarezza la necessità di ridefinire l’approccio al lavoro e di sviluppare le competenze, è evidente che non basta inserire nuovi talenti ma occorre coinvolgere tutta l’azienda per ridefinirne l’approccio culturale. Da qui la necessità espressa dal 59% degli intervistati di un cambiamento in primis per la figura chiave della trasformazione, ossia l’HR, che deve uscire da un contesto spesso ancora troppo marginale e limitato ad attività di implementazione operativa acquisendo centralità e nuove skill strategiche. Per gli intervistati saranno l’Intelligenza Artificiale e il Machine Learning i trend tecnologici più rilevanti del prossimo futuro (70%), seguiti dall’Internet of Things (45%), uso degli Analytics (41%) e Cloud (30%). Dati che evidenziano un’evoluzione della visione aziendale e la crescente introduzione di innovazioni fino a poco tempo fa ritenute rivoluzionarie, e che oggi si inizia a considerare quali normali strumenti di lavoro. Non meno importante la dimensione social delle nuove tecnologie: dalle risposte si evidenzia come i Social Media aziendali, i tool di Social Collaboration e Digital Gamification, nonché le piattaforme di servizi HR saranno gli strumenti più importanti dei prossimi tre anni. Se è vero che trend e tecnologie sono in veloce evoluzione, è però evidente che il reale motore della trasformazione saranno le persone. Diverse le visioni sull’approccio alla riorganizzazione che questo richiede: il 43% dei Top Manager è convinto che servano consulenti esterni, mentre gli HR tendono a privilegiare la valorizzazione delle risorse interne, formandole e ampliando le loro competenze. Su questo risulta cruciale l’evoluzione delle metodologie formative che vedono lezioni frontali e e-learning sempre più superate, specie tra i giovani, a favore di metodologie di Open Innovation, caldeggiate dal 58% degli HR. Forte, con un 39% anche l’indicazione di utilità su contenuti ispirazionali, come esperienze dirette e workshop applicativi, considerati efficaci per stimolare il cambio culturale. Facendo un ulteriore focus sul tipo di aggiornamento ritenuto necessario in termini di hard skill e soft skill, tra le prime il 44% degli intervistati indica il Social Media Management come indispensabile, così come il 43% indica la Data Analysis e il 34% il Content Marketing; dati che sottolineano la consapevolezza dell’importanza della comunicazione e di un approccio data driven. Per le soft skill, invece, spiccano il pensiero critico, l’approccio umano centrico e l’intelligenza emozionale ma, in un contesto così articolato, per il 58% degli HR la competenza determinante sarà risolvere problemi complessi. Un aspetto che richiede la capacità di lavoro in team con un approccio agile e centrato sulla persona. Nuovi ruoli: si assumono analisti e specialisti di Digital Marketing. Le figure di punta che le aziende ritengono di dover inserire o stanno già inserendo sono gli analisti e gli specialisti di Digital Marketing e comunicazione. Gli specialisti verticali come User Experience Designer e Sviluppatori di App rimangono importanti, ma sembra non sia ancora percepito come strettamente necessario averne una squadra interna di Digital Transformation. Alcune aziende stanno inserendo il Digital HR (10%), un dato già significativo perché parliamo di una novità quasi assoluta nel panorama italiano.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Simple is Magic

    Il fascino della semplicità applicato alla comunicazione

    Era il 9 gennaio 2007 quando, durante la conferenza di apertura del Macworld di San Francisco, Steve Jobs svelava al pubblico l’iPhone pronunciando le seguenti parole: “Oggi Apple reinventa il telefono”. Poche parole, chiare, dirette, dritte al cuore dell’intero mondo che era in suo ascolto. In queste parole è rinchiuso quello che ritengo essere il vero cuore della comunicazione: “Semplice è meglio”.

    In effetti, nella sua accezione semantica, il termine comunicazione ha il significato di “far conoscere”, “render noto”. Nel mondo di oggi, in cui le imprese devono muoversi tra un’infinità di flussi comunicativi e tra universi connessi (web, social network, smartphone, email, ecc.), i marketer e i commerciali sono spesso disorientati e quello che sembra essere un concetto molto semplice – “far conoscere” -, in realtà non lo è più. La semplicità è un traguardo spesso difficile da raggiungere, con il risultato che a volte le campagne non danno i risultati attesi e le aziende non riescono così a comunicare in modo veramente efficace. Come fare, quindi, a disegnare una strategia di marketing e comunicazione che riesca a comunicare in modo davvero efficace? Come attirare con successo l’attenzione del cliente?

    Nel contesto attuale la semplicità è una necessità. Saper offrire esperienze di semplicità ai clienti attraverso prodotti, servizi, punti vendita, è un fattore differenziante. Un grande aiuto arriva, oggi, anche dalle neuroscienze, che analizzano le decisioni inconsce. Se è vero che addirittura il 95% delle nostre scelte viene sviluppato a livello inconscio, per un marketer che desidera prevedere e influenzare le scelte d’acquisto, appare necessario capire come funzionano i meccanismi mentali per andare a proporre un’esperienza di acquisto semplice, meravigliosa e positiva. Si torna lì, alla semplicità. Che può rivelarsi differenziante non solo nel momento della scelta di un brand piuttosto che di un altro, ma anche nel processo di fidelizzazione al marchio.

    E in questo processo, caratterizzato dal fatto che le persone chiedono esperienze di semplicità, nasce un paradosso di cui tener conto: comunicare con semplicità, infatti, è un esercizio complesso. E qui sta la vera essenza delle attività di content marketing. L’azienda deve saper creare contenuti di qualità, portare valore al consumatore trasferendogli il reale senso di utilità, ma spiegandolo in modo semplice, con concetti chiari e immediati, arrivando, così, al cuore e alla mente della “persona”, al centro di ogni politica di marketing e comunicazione.

    La semplicità attira i clienti, motiva i dipendenti a dare di più e rende i processi più efficaci. Probabilmente è lo strumento più potente nel mondo del business. Perché saper rendere semplici le cose significa anche operare in velocità, altro paradigma fondamentale del marketing e della comunicazione. Ecco perché la semplicità dovrebbe essere insita nella mission aziendale, anche a livello di servizi e di struttura. Dev’essere la vera guida per qualsiasi attività: innovazione, organizzazione, vendita e comunicazione.

    di Monica Magnoni_Communication & Business Development
  • I dieci digital trend del 2018

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain: sono solo alcune delle buzzword risultate più ricorrenti nel 2017 e di cui sentiremo parlare ancora nei prossimi tre anni.

    Wavemaker, l’agenzia di media, contenuti e tecnologia nata dalla fusione di MEC e Maxus e che fa capo alla holding media GroupM, ha analizzato questo complesso scenario, identificando i trend digitali che definiranno l’agenda del cambiamento dei prossimi anni.

    Così, i dieci Digital Trend per il 2018 sono all’insegna di contaminazione, integrazione e automazione. Contaminazione perché il digital esce dai suoi confini per offrire ai mezzi tradizionali nuove opportunità di contatto. Integrazione perché canali, dati, contenuti e competenze vengono orchestrati con un’unica regia che restituisce sempre una visione coerente della marca. Automazione perché macchine e algoritmi permettono di gestire con efficacia attività sempre più numerose e articolate.

    Leggiamo lo scenario evolutivo alla luce della convergenza sempre più netta tra media, contenuto e tecnologia. I trend digitali vanno compresi e letti assumendo il punto di vista dell’utente e il suo Purchase Journey. Solo in tal senso argomenti di cui tutti parlano come dati, algoritmi, storytelling, omnicanalità rappresentano una reale opportunità per le aziende”, commenta Marco Magnaghi, Chief Digital Officer di Wavemaker.

    E in questa visione si rivelano, comunque, tutti abilitatori di una strategia di contatto costruita attorno al consumatore e, più in generale, alle persone che entrano in contatto con marche, prodotti e servizi attraverso un preciso Purchase Journey che va dalle fasi di contatto iniziale con consumatore (Priming Stage) e stimolo verso la marca (Trigger) alla fase di ricerca di un contatto attivo (Active Stage) e acquisto vero e proprio (Purchase). PRIMING STAGE, allora, significa influenzare il percepito della marca e del prodotto.

    I dieci trend sono suddivisi per fasi, con naturali sovrapposizioni, con due trend trasversali a tutto il percorso di contatto.

    1. DIGITAL BEYOND DIGITAL: Il digitale esce dai suoi confini elettivi e contamina i mezzi tradizionali che reagiscono adattando i contenuti alle caratteristiche delle audience.
    2. AUTOMATED DIGITAL: Il digitale evolve, impara e migliora autonomamente grazie a una maggiore disponibilità di dati e algoritmi più sofisticati.
      In fase TRIGGER, invece, è fondamentale suscitare l’interesse ad approfondire contenuti e offerta.
    3.  SOCIAL CURRENCY: L’engagement sui social è una vera e propria valuta in grado di rafforzare il posizionamento e tradursi in conversioni e vendite.
    4. CONVERSATIONAL APPROACH: I brand si rendono disponibili a conversare senza limitazioni di tempo, spazio… e persone.
      In termini di ACTIVE STAGE, appare utile fornire un’esperienza di contatto memorabile con marca, prodotto, servizi.
    5. TEXT LESS SEARCH: La ricerca avviene sempre di più attraverso voce e immagini e la risposta va oltre il sito canonico, allargandosi ad altri mezzi.
    6. EXTENDED REALITY: L’esperienza visiva si arricchisce grazie alla realtà aumentata e virtuale; gli oggetti si svincolano dallo spazio fisico e creano esperienze immersive.
      In chiave di PURCHASE, assume rilevanza essenziale poter assicurare l’acquisto, in una logica omnicanale.
    7. RECURSIVE PERFORMANCE: Conversioni e vendite derivano da approcci integrati tra canali pubblicitari e programmi di Crm, in una logica di contatto continuo con l’utente-consumatore.
    8. ONLINE TO OFFLINE: Il contatto hyper-local amplifica la rilevanza dei messaggi attraverso la personalizzazione a livello locale, creando traffico in store e convertendolo in vendite.
      Inoltre, spiccano ulteriori TREND COMUNI A TUTTE LE FASI.
    9. CONTENT ORCHESTRATION: I contenuti coinvolgono emotivamente i consumatori se vengono gestiti con una regia unica e assumendo il punto di vista del fruitore finale.
    10. CLEAN AND SAFE DATA: La pubblicità, distribuita sempre più spesso conoscendo le caratteristiche delle audience, deve essere trasparente, affidabile e salvaguardare le informazioni personali degli utenti.
    di Daniele Bologna