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Insight

  • Parole O_Stili, la battaglia contro la violenza nelle parole

    Dal 2017, l’associazione no profit diffonde pratiche virtuose di comunicazione sul Web e offline, anche per aziende e mondo della politica. Il segreto? Il “Manifesto della comunicazione non ostile”.

    Fake news, hater e cyberbullismo. Ecco tre termini entrati da anni nel vocabolario comune degli utenti della Rete. Oltre ai tentativi di approccio tramite like, alle insistenti campagne pubblicitarie declinate in post sponsorizzati e agli aforismi filosofici che decorano selfie al mare o foto di gattini, c’è infatti un lato oscuro del Web. Anzi, forse neanche così tanto “oscuro” se si considera che il 91,8% dei giovani italiani crede che l’hate speech abbia conseguenze sulla vita delle persone offese.

    Episodi di violenza virtuale sono sempre più all’ordine del giorno. E la causa del problema va ricercata in una povertà culturale e comportamentale che contraddistingue sempre più coloro che comunicano attraverso pixel.

    Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse norme da parte degli organi legislatori per arginare questi fenomeni. Eppure, l’elevata penetrazione del digitale nella vita quotidiana non permette alle attuali regolamentazioni di spegnere in via definitiva ogni focolaio di maleducazione online.

    Ma andiamo “al sodo”. In questa situazione di oggettiva difficoltà, c’è chi si è ritagliato un ruolo da protagonista a beneficio di quella maxi-community definita dal Web: si tratta di Parole O_Stili.

    L’associazione no profit, nata a Trieste nel 2017, vuole sensibilizzare e educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile. Attraverso il suo “Manifesto della comunicazione non ostile”, oltre 300 professionisti della comunicazione (tra cui insegnanti, influencer, imprenditori e blogger) sottolineano quotidianamente come l’ostilità espressa in Rete abbia conseguenze concrete e permanenti nella vita delle persone. Come? Lavorando nelle scuole e nelle università, collaborando con le imprese e le istituzioni.

    Nel “Manifesto della comunicazione non ostile” si trovano, appunto, i concept fondamentali dell’attività di Parole O_Stili. Dieci regole, quasi dei mantra, tra cui compaiono: “Virtuale è reale”, “Le parole hanno conseguenze”, “Condividere è una responsabilità” e “Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare”. Insomma, il buon senso applicato perfettamente al grande panorama della comunicazione.

    Il Manifesto è stato poi adattato al mondo politico, con la campagna #cambiostile lanciata nel dicembre del 2017. Quasi 250 uomini e donne delle istituzioni (appartenenti ai più diversi partiti e gruppi parlamentari) hanno assunto l’impegno di focalizzare il dibattito politico su contenuti e idee orientati al bene comune: un’applicazione pragmatica del Manifesto sui toni e sullo stile da adottare durante i confronti e i dibattiti con gli avversari. L’impegno dimostrato e i risultati ottenuti dall’associazione le hanno addirittura permesso di ottenere la Medaglia di Rappresentanza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Ma l’uso di un linguaggio aggressivo e irrispettoso contraddistingue spesso anche l’ambito lavorativo, come dichiarato dal 58% dei lavoratori e dirigenti intervistati da Parole O_Stili in una sua ricerca. Durante il secondo evento dell’associazione tenutosi lo scorso 7 giugno, il gruppo triestino ha così presentato un ulteriore riadattamento del Manifesto, dedicandolo all’ecosistema aziendale. Perché, come ha ricordato Maria Cristina Origlia, Managing Editore de Il Sole 24 Ore, nel suo intervento alla rassegna estiva: “Il ruolo sociale delle aziende diventa sempre più importante, in qualità di aggregatori di idee, cittadinanza, valori, facendo cultura nell’intera società”.

    Uno spunto interessante, che richiama uno dei concetti cardine di Parole O_Stili: dove c’è ostilità, non ci può essere una corretta comunicazione; e dove non c’è una corretta comunicazione, non ci possono essere cultura e società.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • US midterm elections 2018, le più #social di sempre

    Budget per Facebook moltiplicati rispetto al passato. Menlo Park risponde con una “war room”, ricordando il 2016

    Lo scorso 6 novembre, repubblicani e democratici a stelle e strisce hanno incrociato le armi in occasione delle midterm elections 2018. Breve recap politico: il Grand Old Party ha mantenuto il controllo del Senato (51 a 47) e si sono portati a casa 25 governatori, contro i 23 dei democratici. Gli elefantini del hanno invece dovuto digerire una sconfitta alla Camera, dove gli avversari asinelli hanno ottenuto la maggioranza per 231 a 198. Insomma, è andato tutto (o perlomeno molto) secondo le previsioni dei media negli USA: nessun “effetto Trump o Brexit” e tantomeno “tsunami blu”.

    Ciò che però ha colpito maggiormente la stampa dall’altra parte dell’Atlantico è stata l’ingente spesa elettorale dedicata ai canali social. E Facebook ha vinto l’Oscar del protagonista assoluto, nonostante sia facile ricordare l’interrogatorio pubblico che Mark Zuckerberg subì lo scorso aprile a Washington sugli scandali targati (anche) Cambridge Analytica. Tra interventi a favore della tutela della privacy online e accuse di incoerenza e truffa, 55 senatori tennero sotto scacco il SEO di Facebook per 5 ore.

    Sorprende dunque il fatto che due terzi di quegli agguerriti senatori abbiano speso cospicue cifre per le campagne elettorali di midterm proprio sul tanto demonizzato Facebook. In realtà, il fenomeno è diffuso: l’intero ecosistema politico statunitense si è riversato online. Nel 2014, le spese per gli ads sui social da parte di politici e partiti era dell’1% sull’intera spesa pubblicitaria. Le midterm elections 2018 hanno spostato l’asticella al 22% (circa 1,9 miliardi di dollari), secondo l’indipendente Centre for Responsive Politics. E, per completezza, i democratici hanno sborsato il triplo rispetto ai repubblicani.

    Tutto ciò accade nonostante negli ultimi mesi siano aumentate le critiche verso gli algoritmi di Facebook (che, a detta di alcuni sociologi e politologi, aumenterebbero la polarizzazione politica degli utenti) e le presunte influenze firmate da Russia. Influenze che si erano concretizzate sotto forma di fake news e disinformazione su larghissima scala.

    Nonostante questo fattore, Facebook mantiene tuttavia il trono di “re dei social” per gli stakeholder politici. In primis, per l’incredibile platea che racchiude in sé e, in seconda battuta, per la possibilità di avere feedback immediati sulla bontà o meno delle campagne online messe in gioco.

    Come ha risposto Menlo Park a tutta questa pressione? A pochi giorni dall’apertura dei seggi, Facebook ha invitato alcuni giornalisti nel suo HQ californiano per un tour della “war room”. Dedicata alle elezioni di midterm americane e alle presidenziali in Brasile, la “war room” ospita circa 30 esperti delle varie aree dell’azienda: dalla prevenzione contro le minacce alla moderazione delle azioni degli utenti.

    Gli obiettivi primari della “war room”, rispetto alle midterm elections 2018, sono stati essenzialmente tre: scovare ed eliminare i fake accounts, rendere la pubblicità più trasparente e combattere la diffusione di fake news.

    In conclusione, a conti fatti Facebook ha ottenuto ottimi risultati per quanto riguarda il panorama USA. Ciò che preoccupa gli analisti sono però i dati che arrivano dal Brasile: la diffusione di contenuti fake si sta spostando sempre più su WhatsApp (appartenente al gruppo societario di Facebook). Un fenomeno che non ha interessato direttamente gli Stati Uniti, ma che potrebbe far riflettere in vista delle prossime elezioni per il Parlamento Europeo, nel 2019.

    Luca De Marchi_Content & Strategy
  • Davanti a un video online, per oltre un’ora al giorno

    Nel 2018 i consumatori a livello globale guarderanno video online per una media di 67 minuti al giorno, 11 minuti in più rispetto all’anno precedente, come prevedono gli Online Video Forecasts di Zenith, report annuale dedicato all’online video advertising e giunto quest’anno alla quarta edizione.

    Nel 2018 i consumatori a livello globale guarderanno video online per una media di 67 minuti al giorno, 11 minuti in più rispetto all’anno precedente, come prevedono gli Online Video Forecasts di Zenith, report annuale dedicato all’online video advertising e giunto quest’anno alla quarta edizione. Per il 2018 l’analisi si è focalizzata su 59 mercati chiave. Lo studio considera come “online video” tutti i contenuti video accessibili tramite connessione Internet, incluse piattaforme di proprietà di broadcaster come Hulu, servizi di abbonamento “over-the-top” come Netflix, siti di condivisione video, ad esempio YouTube, e i video visti sui social media. Secondo le previsioni di Zenith, entro il 2020 gli utenti trascorreranno in media 84 minuti al giorno guardando video online. La Cina registrerà la quota più alta in termini di tempo speso nel giorno con 105 minuti, seguita da Russia e UK (rispettivamente 102 e 101 minuti). Come conseguenza di questa crescita rapidissima del consumo di video online, i brand sono invitati a ripensare in modo profondo le proprie strategie di pianificazione sia televisiva che digitale. Come mostra il documento di Zenith, da qui al 2020 il consumo di video online aumenterà di 9 minuti all’anno andando a erodere il tempo speso sui mezzi tradizionali. Nonostante la presenza di piattaforme non commerciali quali Amazon Prime e Netflix, molta parte del tempo dedicato al consumo di video online è appannaggio di piattaforme che prevedono pubblicità, quindi l’incremento di consumo di video online si traduce in un progressivo ampliamento dell’audience commerciale. Secondo Zenith gli investimenti in video online advertising sono cresciuti del 20% nel 2017, raggiungendo quota 27 miliardi di dollari. Ricordiamo che nel 2014 c’era stato un picco del 36%, in seguito il trend di crescita è progressivamente diminuito pur mantenendosi alto. Per il 2018 si prevede un +19%, a seguire la crescita media annua sarà del 17% fino al 2020, quando la spesa riservata al video online toccherà i 43 miliardi di dollari. Gli investimenti in online video display advertising hanno rappresentato il 27% del totale spesa riservata al display nel 2017 e arriveranno a coprire il 30% nel 2020. L’online video advertising, rispetto alla dimensione della pubblicità televisiva, rappresenta ancora solo una piccola parte che tuttavia è destinata ad aumentare dal momento che la crescita annuale degli investimenti sulla TV è ferma tra lo 0 e il 2%. Nel 2015 il mercato della pubblicità video online ha rappresentato il 10% delle dimensioni del mercato pubblicitario televisivo, percentuale che nel 2017 ha raggiunto il 14% e nel 2020 sarà pari al 23%. Video Online e TV sono tra loro complementari. Inizialmente, la maggior parte dei brand pianificava il video online per aumentare la copertura delle campagne televisive. In seguito alla rapida crescita della visione online, i brand pianificano sempre di più TV e video online in sinergia con l’obiettivo di ottimizzare la frequenza. Utilizzando in modo strategico i due mezzi e, in particolare, l’online video advertising per intercettare i light TV viewers, è possibile eliminare i problemi legati alla sovraesposizione o alla bassa esposizione del target di riferimento.

    di Monica Magnoni_Communication & Business Development
  • TV revolution: come cambiano i sistemi di data analysis

    Le misurazioni della user experience davanti al piccolo schermo cambieranno l’intero mercato degli spazi advertising in onda.

    Ormai non è più un mistero. Le modalità di fruizione dei contenuti televisivi si sono radicalmente evolute dall’inizio del Terzo Millennio. In poco meno di due decadi, sono infatti comparse decine di manuali di semiotica sulle esperienze crossmediali e sulle attivazioni di user experience su più livelli.

    Ma, se i contenuti proposti sul piccolo schermo vengono declinati in formati sempre più innovativi, non si può affermare lo stesso delle metodologie di data analysis riguardanti gli ascolti. O le visioni, per essere precisi. Nell’Anno del Signore 2018, i declamati “esperti del settore” spesso basano ancora le loro misurazioni su analisi di gruppi-campione o valutazioni a carattere demografico, influenzando le politiche di acquisto e vendita di spazi pubblicitari in onda.

    Eppure, nuove fonti di TV viewing data stanno comparendo all’orizzonte e costringono marketer e broadcaster a ridiscutere i calcoli sulla TV viewership.

    Come accennato, lo scetticismo verso le tradizionali misurazioni panel-based è legato a tre principali fattori: la comparsa di nuove piattaforme di visione (leggasi OTT), il conseguente aumento esponenziale dei contenuti e le sperimentazioni digitali per un miglior targeting, con un tracking facilitato.

    Gli analisti di ascolti TV appartenenti alla Next-Gen hanno dunque elaborato nuovi mantra da seguire in questo contesto mutevole. In primis, hanno detto addio ai viewing data legati ad aspetti anagrafici e demografici: l’obiettivo è linkare i dati della fruizione del piccolo schermo con le ricerche effettuate e le preferenze dichiarate online. Implementare il targeting dei content TV garantisce poi un maggior ROI delle campagne ADV: ovviamente, solo se si applica un corretto matching tra i dati CRM e il tracking dell’esposizione dell’utente agli annunci TV. Per la gioia di coloro che sono rimasti folgorati sulla via della crossmedialità.

    I nuovi metodi di analisi sorpassano quindi i loro predecessori, grazie alla possibilità di campionare immediatamente milioni di spettatori (e non qualche decina di migliaia, come nei casi panel-based), distinguere un gran numero di possibili behaviour davanti alla TV, adattarsi alle richieste dei nuovi canali on-demand e, anche grazie a essi, creare viewer profile a 360°.

    Pregi da non sottovalutare, insomma. Soprattutto se si considerano le principali due fonti di Next-Gen TV data: il set-top box e l’automated content recognition. L’analisi dei dati catturati da ogni set-top box garantisce una precisione statistica sorprendente; e, a tutto ciò, si aggiunge la potenziale delivery di messaggi sempre più targettizzati, per assicurare funnel di data-driven advertising. Bypassando l’STB, l’ACR usa invece la tecnologia incorporata nella tv (o nel contenuto trasmesso) per raccogliere informazioni sull’utenza. Ergo, si lavora sui metadati e sulla loro attivazione, attraverso l’acoustic fingerprinting e il watermakig.

    In conclusione, è palese come la Next-Gen TV rappresenti un considerevole salto in avanti per network e marketer. Le nuove tecniche di misurazione permettono un miglior targeting e una più precisa rendicontazione, considerando un fattore determinante a lungo termine: le fonti di dati ACR e STB producono dataset ricchi di informazioni e difficili da gestire. È probabile, quindi, che nei prossimi anni i cosiddetti aggregator di dati avranno sempre maggior importanza nel panorama mediatico: da qui scaturiranno presumibilmente un’ulteriore frammentazione del settore (con l’aggiunta di questa nuova figura nel cast) e una ricerca di inediti equilibri e standard nell’ecosistema televisivo.

    di Luca De Marchi_Content & Strategy
  • Il futuro del cambiamento passa per le risorse umane

    Oltre seicento aziende italiane, coinvolte in un grande lavoro di monitoraggio, fotografano le difficoltà e le opportunità generate nelle imprese dalla trasformazione digitale, un contesto in cui è sempre più centrale la gestione delle persone

    La Digital Transformation come grande opportunità per rimettere le persone al centro delle imprese. È questa l’inedita fotografia e l’interessante prospettiva che emerge dalla prima edizione nazionale della ricerca realizzata dalla scuola dell’innovazione di Talent Garden e BearingPoint Italy, “La Digital Transformation nella gestione delle risorse umane”, in collaborazione con Talentsoft e con l’importante coinvolgimento di oltre seicento aziende italiane. Prima di essere software, applicazioni, programmi e soluzioni, la digitalizzazione è ridefinizione dei processi, riassetto degli equilibri, introduzione di nuove figure e ruoli, evoluzione delle competenze; in questo contesto, se da sempre l’evoluzione tecnologica accelera il cambiamento, emerge con grande chiarezza che impatta più che proporzionalmente sull’amplificazione delle competenze dell’HR e, quindi, ne definisce la sempre maggior strategicità del ruolo guida del cambiamento. Tuttavia siamo ancora all’inizio della rivoluzione, c’è molto da imparare e da mettere in atto sul fronte della formazione e del cambiamento culturale. Ed è ormai chiaro che tutte le aziende stanno percorrendo percorsi di trasformazione digitale con diverse intensità, dall’innovazione dei modelli di business alla pura digitalizzazione dei processi, e con differenti approcci, dall’implementazione alla sperimentazione. Per evitare che la Digital Transformation resti un puro “affare tecnologico” è necessario cambiare, in parallelo, cultura aziendale, professionalità e modo di lavorare. In questo contesto l’HR può avere una funzione importante di supporto al processo di trasformazione dell’azienda a patto che cambi esso stesso. Dalla ricerca emerge la consapevolezza che l’HR dovrà assumere sempre più il ruolo di leader, direttamente al fianco del CEO, nel processo di trasformazione digitale. Per il 61% degli intervistati, infatti, l’HR dovrà assumere il ruolo di change leader del futuro. Una guida di cui si sente sempre di più il bisogno perché, se è vero che aumenta la consapevolezza della necessità della trasformazione e per il 35% degli intervistati è chiaro che questa debba passare da un cambio culturale, è altrettanto vero che regna ancora molta confusione: ben il 54% delle persone coinvolte dichiara che la propria azienda non abbia una chiara strategia di People Digital Transformation e una guida forte. Un dato che sembra sottolineare quanto ci sia ancora da fare sul fronte dell’evoluzione digitale all’interno delle organizzazioni: si riscontra ancora un quadro generale di immaturità digitale, lentezza, paura del cambiamento, incapacità di comprendere le priorità e l’innovazione. In un contesto in cui si percepisce con chiarezza la necessità di ridefinire l’approccio al lavoro e di sviluppare le competenze, è evidente che non basta inserire nuovi talenti ma occorre coinvolgere tutta l’azienda per ridefinirne l’approccio culturale. Da qui la necessità espressa dal 59% degli intervistati di un cambiamento in primis per la figura chiave della trasformazione, ossia l’HR, che deve uscire da un contesto spesso ancora troppo marginale e limitato ad attività di implementazione operativa acquisendo centralità e nuove skill strategiche. Per gli intervistati saranno l’Intelligenza Artificiale e il Machine Learning i trend tecnologici più rilevanti del prossimo futuro (70%), seguiti dall’Internet of Things (45%), uso degli Analytics (41%) e Cloud (30%). Dati che evidenziano un’evoluzione della visione aziendale e la crescente introduzione di innovazioni fino a poco tempo fa ritenute rivoluzionarie, e che oggi si inizia a considerare quali normali strumenti di lavoro. Non meno importante la dimensione social delle nuove tecnologie: dalle risposte si evidenzia come i Social Media aziendali, i tool di Social Collaboration e Digital Gamification, nonché le piattaforme di servizi HR saranno gli strumenti più importanti dei prossimi tre anni. Se è vero che trend e tecnologie sono in veloce evoluzione, è però evidente che il reale motore della trasformazione saranno le persone. Diverse le visioni sull’approccio alla riorganizzazione che questo richiede: il 43% dei Top Manager è convinto che servano consulenti esterni, mentre gli HR tendono a privilegiare la valorizzazione delle risorse interne, formandole e ampliando le loro competenze. Su questo risulta cruciale l’evoluzione delle metodologie formative che vedono lezioni frontali e e-learning sempre più superate, specie tra i giovani, a favore di metodologie di Open Innovation, caldeggiate dal 58% degli HR. Forte, con un 39% anche l’indicazione di utilità su contenuti ispirazionali, come esperienze dirette e workshop applicativi, considerati efficaci per stimolare il cambio culturale. Facendo un ulteriore focus sul tipo di aggiornamento ritenuto necessario in termini di hard skill e soft skill, tra le prime il 44% degli intervistati indica il Social Media Management come indispensabile, così come il 43% indica la Data Analysis e il 34% il Content Marketing; dati che sottolineano la consapevolezza dell’importanza della comunicazione e di un approccio data driven. Per le soft skill, invece, spiccano il pensiero critico, l’approccio umano centrico e l’intelligenza emozionale ma, in un contesto così articolato, per il 58% degli HR la competenza determinante sarà risolvere problemi complessi. Un aspetto che richiede la capacità di lavoro in team con un approccio agile e centrato sulla persona. Nuovi ruoli: si assumono analisti e specialisti di Digital Marketing. Le figure di punta che le aziende ritengono di dover inserire o stanno già inserendo sono gli analisti e gli specialisti di Digital Marketing e comunicazione. Gli specialisti verticali come User Experience Designer e Sviluppatori di App rimangono importanti, ma sembra non sia ancora percepito come strettamente necessario averne una squadra interna di Digital Transformation. Alcune aziende stanno inserendo il Digital HR (10%), un dato già significativo perché parliamo di una novità quasi assoluta nel panorama italiano.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Simple is Magic

    Il fascino della semplicità applicato alla comunicazione

    Era il 9 gennaio 2007 quando, durante la conferenza di apertura del Macworld di San Francisco, Steve Jobs svelava al pubblico l’iPhone pronunciando le seguenti parole: “Oggi Apple reinventa il telefono”. Poche parole, chiare, dirette, dritte al cuore dell’intero mondo che era in suo ascolto. In queste parole è rinchiuso quello che ritengo essere il vero cuore della comunicazione: “Semplice è meglio”.

    In effetti, nella sua accezione semantica, il termine comunicazione ha il significato di “far conoscere”, “render noto”. Nel mondo di oggi, in cui le imprese devono muoversi tra un’infinità di flussi comunicativi e tra universi connessi (web, social network, smartphone, email, ecc.), i marketer e i commerciali sono spesso disorientati e quello che sembra essere un concetto molto semplice – “far conoscere” -, in realtà non lo è più. La semplicità è un traguardo spesso difficile da raggiungere, con il risultato che a volte le campagne non danno i risultati attesi e le aziende non riescono così a comunicare in modo veramente efficace. Come fare, quindi, a disegnare una strategia di marketing e comunicazione che riesca a comunicare in modo davvero efficace? Come attirare con successo l’attenzione del cliente?

    Nel contesto attuale la semplicità è una necessità. Saper offrire esperienze di semplicità ai clienti attraverso prodotti, servizi, punti vendita, è un fattore differenziante. Un grande aiuto arriva, oggi, anche dalle neuroscienze, che analizzano le decisioni inconsce. Se è vero che addirittura il 95% delle nostre scelte viene sviluppato a livello inconscio, per un marketer che desidera prevedere e influenzare le scelte d’acquisto, appare necessario capire come funzionano i meccanismi mentali per andare a proporre un’esperienza di acquisto semplice, meravigliosa e positiva. Si torna lì, alla semplicità. Che può rivelarsi differenziante non solo nel momento della scelta di un brand piuttosto che di un altro, ma anche nel processo di fidelizzazione al marchio.

    E in questo processo, caratterizzato dal fatto che le persone chiedono esperienze di semplicità, nasce un paradosso di cui tener conto: comunicare con semplicità, infatti, è un esercizio complesso. E qui sta la vera essenza delle attività di content marketing. L’azienda deve saper creare contenuti di qualità, portare valore al consumatore trasferendogli il reale senso di utilità, ma spiegandolo in modo semplice, con concetti chiari e immediati, arrivando, così, al cuore e alla mente della “persona”, al centro di ogni politica di marketing e comunicazione.

    La semplicità attira i clienti, motiva i dipendenti a dare di più e rende i processi più efficaci. Probabilmente è lo strumento più potente nel mondo del business. Perché saper rendere semplici le cose significa anche operare in velocità, altro paradigma fondamentale del marketing e della comunicazione. Ecco perché la semplicità dovrebbe essere insita nella mission aziendale, anche a livello di servizi e di struttura. Dev’essere la vera guida per qualsiasi attività: innovazione, organizzazione, vendita e comunicazione.

    di Monica Magnoni_Communication & Business Development
  • I dieci digital trend del 2018

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain: sono solo alcune delle buzzword risultate più ricorrenti nel 2017 e di cui sentiremo parlare ancora nei prossimi tre anni.

    Wavemaker, l’agenzia di media, contenuti e tecnologia nata dalla fusione di MEC e Maxus e che fa capo alla holding media GroupM, ha analizzato questo complesso scenario, identificando i trend digitali che definiranno l’agenda del cambiamento dei prossimi anni.

    Così, i dieci Digital Trend per il 2018 sono all’insegna di contaminazione, integrazione e automazione. Contaminazione perché il digital esce dai suoi confini per offrire ai mezzi tradizionali nuove opportunità di contatto. Integrazione perché canali, dati, contenuti e competenze vengono orchestrati con un’unica regia che restituisce sempre una visione coerente della marca. Automazione perché macchine e algoritmi permettono di gestire con efficacia attività sempre più numerose e articolate.

    Leggiamo lo scenario evolutivo alla luce della convergenza sempre più netta tra media, contenuto e tecnologia. I trend digitali vanno compresi e letti assumendo il punto di vista dell’utente e il suo Purchase Journey. Solo in tal senso argomenti di cui tutti parlano come dati, algoritmi, storytelling, omnicanalità rappresentano una reale opportunità per le aziende”, commenta Marco Magnaghi, Chief Digital Officer di Wavemaker.

    E in questa visione si rivelano, comunque, tutti abilitatori di una strategia di contatto costruita attorno al consumatore e, più in generale, alle persone che entrano in contatto con marche, prodotti e servizi attraverso un preciso Purchase Journey che va dalle fasi di contatto iniziale con consumatore (Priming Stage) e stimolo verso la marca (Trigger) alla fase di ricerca di un contatto attivo (Active Stage) e acquisto vero e proprio (Purchase). PRIMING STAGE, allora, significa influenzare il percepito della marca e del prodotto.

    I dieci trend sono suddivisi per fasi, con naturali sovrapposizioni, con due trend trasversali a tutto il percorso di contatto.

    1. DIGITAL BEYOND DIGITAL: Il digitale esce dai suoi confini elettivi e contamina i mezzi tradizionali che reagiscono adattando i contenuti alle caratteristiche delle audience.
    2. AUTOMATED DIGITAL: Il digitale evolve, impara e migliora autonomamente grazie a una maggiore disponibilità di dati e algoritmi più sofisticati.
      In fase TRIGGER, invece, è fondamentale suscitare l’interesse ad approfondire contenuti e offerta.
    3.  SOCIAL CURRENCY: L’engagement sui social è una vera e propria valuta in grado di rafforzare il posizionamento e tradursi in conversioni e vendite.
    4. CONVERSATIONAL APPROACH: I brand si rendono disponibili a conversare senza limitazioni di tempo, spazio… e persone.
      In termini di ACTIVE STAGE, appare utile fornire un’esperienza di contatto memorabile con marca, prodotto, servizi.
    5. TEXT LESS SEARCH: La ricerca avviene sempre di più attraverso voce e immagini e la risposta va oltre il sito canonico, allargandosi ad altri mezzi.
    6. EXTENDED REALITY: L’esperienza visiva si arricchisce grazie alla realtà aumentata e virtuale; gli oggetti si svincolano dallo spazio fisico e creano esperienze immersive.
      In chiave di PURCHASE, assume rilevanza essenziale poter assicurare l’acquisto, in una logica omnicanale.
    7. RECURSIVE PERFORMANCE: Conversioni e vendite derivano da approcci integrati tra canali pubblicitari e programmi di Crm, in una logica di contatto continuo con l’utente-consumatore.
    8. ONLINE TO OFFLINE: Il contatto hyper-local amplifica la rilevanza dei messaggi attraverso la personalizzazione a livello locale, creando traffico in store e convertendolo in vendite.
      Inoltre, spiccano ulteriori TREND COMUNI A TUTTE LE FASI.
    9. CONTENT ORCHESTRATION: I contenuti coinvolgono emotivamente i consumatori se vengono gestiti con una regia unica e assumendo il punto di vista del fruitore finale.
    10. CLEAN AND SAFE DATA: La pubblicità, distribuita sempre più spesso conoscendo le caratteristiche delle audience, deve essere trasparente, affidabile e salvaguardare le informazioni personali degli utenti.
    di Daniele Bologna
  • Gli italiani online comperano così

    Luci e ombre. Solo il 12% delle imprese italiane con più di dieci dipendenti ha venduto i propri prodotti o servizi online. E, nonostante la percentuale sia in continua crescita, l’Italia rimane ancora tra le ultime in Europa. Ma la certezza è che sia solo una questione di tempo. Dalla ricerca inedita commissionata da eShoppingAdvisor e realizzata sulla base della rielaborazione dei dati Istat, emerge inoltre che il mercato di riferimento per le imprese italiane che scelgono di vendere online è innanzitutto quello nazionale: il 98% delle imprese si rivolge a clienti italiani.

    Gli italiani si rivelano sempre più buoni clienti dei negozi online, soprattutto al Nord e soprattutto gli uomini.

    Anche le imprese Made in Italy che scommettono sull’e-commerce risultano in continuo aumento e preferiscono rivolgersi a compratori connazionali. Con una sorpresa nel podio delle regioni più attive nelle vendite: in barba al digital divide tra Nord e Sud, se la regione con più imprese che vendono online è il Trentino Alto Adige, al secondo posto c’è però la Calabria, seguita dall’Umbria. Quarta nella classifica è un’altra regione meridionale, la Sicilia, che in cinque anni ha raddoppiato la sua performance, aumentando di ben sette punti percentuali.

    Sono solo alcuni dei dati più importanti che emergono dall’Identikit dello Shopping online 2018, il primo Report eShoppingAdvisor su acquisti e vendite online in Italia, commissionato dall’innovativa piattaforma pubblica di recensioni esterna ai siti, interamente dedicata agli acquisti online e specializzata in e-commerce.

    In particolare, più della metà degli utenti italiani (il 53%) con accesso a Internet ha acquistato beni o servizi sul web nell’anno 2017, anche se permane un gap tra il Nord e il Sud dell’Italia. Pure in questo caso, le evidenti distanze tra settentrione e meridione vengono però sfumate dal caso Sardegna: l’isola, infatti, è al terzo posto per numero di acquirenti dopo Val d’Aosta e Trentino Alto Adige. La ricerca ha quindi confermato un fattore determinante: l’e-commerce italiano cresce, mostrando aspetti sempre più interessanti. I dati rivelano che cinque anni prima, comperava online circa il 38% degli utilizzatori della rete.

    Solo il 12,5% delle imprese in Italia con più di dieci dipendenti ha però venduto i propri prodotti o servizi online. E, anche se è vero che si tratta di una percentuale in continua crescita, l’Italia rimane ancora tra le ultime nazioni in Europa sotto questo punto di vista; gli esperti del settore garantiscono però che è solo questione di tempo.

    Come riportato dalla suddetta ricerca di eShoppingAdvisor (realizzata sulla base della rielaborazione dei dati Istat), emerge inoltre come il mercato di riferimento per le imprese italiane che scelgono di vendere online sia innanzitutto nazionale: il 98% delle impresesi rivolge infatti a clienti italiani, il 55% delle imprese guarda anche al mercato europeo, mentre solo il 35% ha orizzonti più lontani, ossia il resto del mondo.

    Per quanto riguarda le differenze di genere, gli uomini appaiono più propensi agli acquisti in rete rispetto alle donne (35% contro 29%). Le maggiori disparità si trovano nelle categorie Abbigliamento (dove le donne staccano gli uomini di dieci punti) e Informatica&Tecnologia: in quest’ultimo caso gli uomini doppiano le donne.

    Infine, l’81% delle imprese vende con un proprio sito web o la propria applicazione; il 54% si serve anche di intermediari (marketplace). E proprio il possedere un proprio sito web può essere considerato un buon indicatore per misurare la voglia d’indipendenza dai marketplace e la predisposizione alle vendite online delle aziende italiane.

    di Daniele Bologna