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  • Stranger Things ed il movimento marketing del “sottosopra”

    In occasione del lancio della terza stagione della serie targata Netflix, la compagnia leader nel settore dello streaming ha collaborato con numerosi brand

    Nella piccola cittadina di Hawkins, in Indiana, la vita dei locali è sconvolta da presenze paranormali, veri e propri mostri denominati “Demogorgoni” provenienti da un mondo parallelo ricco di oscurità e malvagità chiamato ”Sottosopra”. Questo genere di nomi è un chiaro riferimento al gioco di società Dungeons & dragons, che appassiona il gruppo di protagonisti di questa appassionante storia. Il tema della serie è sicuramente tendente al thriller-horror, ma lascia spazio ad analisi profonde dei personaggi e al glorioso omaggio che viene tributato agli anni ’80.

    In occasione della release della terza stagione, sono numerosi i brand che hanno voluto celebrare il lancio della stessa e, in particolare, la sua ambientazione temporale.

    Questa nuova serie di episodi, a differenza delle precedenti, sarà ambienta nel periodo estivo: H&M ha quindi voluto sfruttare questo particolare lanciando una linea di t-shirt, costumi sgambati fluo e bikini floreali firmate Hawkins Pool, con Dacre Montgomery (Billy, nella serie) come testimonial d’eccezione. Anche Coca-Cola ha omaggiato Stranger Things attraverso una nuova lattina ad hoc, con annesso spot di lancio interpretato dai protagonisti della serie. Lego ha invece sfruttato l’uscita proponendo un vero set completo che ricrea la casa dei Buyers (personaggi primari della serie), con la duplice interpretazione del mondo: quello a noi conosciuto e quello parallelo identificato con il “sottosopra”. Nike ha preferito richiamare gli anni ’80 con la “Nike Stranger Things collection”, rispolverando alcuni modelli particolarmente in voga nel decennio della vittoria mondiali degli azzurri in Spagna e del crollo dell’Unione Sovietica. Polaroid cita la serie tramite i colori blu e rosso, proponendo poi il tema del “sottosopra” con logo e scritte appositamente al rovescio. Burger King, infine, sceglie di dedicare un panino al prodotto Netflix: il burger più conosciuto della catena di fast food (il “whopper”) viene totalmente ribaltato nella versione “upside down”. Una menzione tutta italiana a Stranger Things è però offerta da Zerocalcare, che, su richiesta di Netflix, disegna un’illustrazione per raccontare il settimo episodio della seconda stagione.

    Il movimento di marketing generato dalla serie targata Netflix ha fatto da padrone per i mesi di giugno e luglio. Il 4 luglio si è giunti perciò all’apice dell’hype a tema Stranger Things: l’attesa è ormai terminata, gli anni ‘80 stanno ufficialmente per tornare a ritmo di morsi di burger, sneakers dal gusto vintage o magliette rigorosamente griffate Hawkins Pool.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • La risposta è “Brand Purpose”

    In uno scenario di rivoluzione nel rapporto fra brand e consumatori, è necessario per le aziende comunicare attraverso il Brand Purpose. Ovvero, parlare attraverso i valori in cui credono.

    Nel corso degli anni, lo sappiamo, il rapporto fra brand e consumatore ha subito una decisa evoluzione. I media e la tecnologia hanno dato a tutti il potere di condividere le proprie opinioni, quasi il brand fosse diventato di proprietà comune. I consumatori sono diventati stakeholder di grande valore, usando il loro potere d’acquisto per prendere posizione.

    La decisione d’acquisto non si basa più solo su prezzo, qualità del prodotto e customer experience. Viene valutato l’impatto del brand sul proprio benessere individuale, ci si aspetta prodotti e promesse significativi. E ancora più rilevante, oggi gli utenti considerano anche cosa un brand comunica, come agisce, quali valori sostiene e in che modo contribuisce a migliorare il mondo.

    Un esempio? Secondo il rapporto “Meaningful brands 2019” di Havas, il 73% degli italiani si aspetta che i brand siano attivamente coinvolti nella soluzione di problemi sociali ed ambientali.

    In un momento caratterizzato dalla lenta scomparsa dei grandi movimenti di opinione, le persone vedono nei brand reali punti di riferimento valoriali: la volontà della platea è di essere coinvolta in una comunicazione trasparente. Una recente ricerca Accenture ha perfino evidenziato come il 62% degli intervistati si aspetti che le aziende prendano posizione su temi attuali come sostenibilità, trasparenza, rapporti con i dipendenti.

    Allinearsi con gli ideali e i valori dei consumatori, quindi, non è più un nice to have per le aziende. Si tratta piuttosto di una grande sfida e, al tempo stesso, di una grande opportunità per emergere in un panorama mediatico sempre più affollato.

    In questo contesto il Brand Purpose costituisce elemento di forte differenziazione, influenzando le decisioni d’acquisto dei consumatori e la competitività dell’azienda. Sempre secondo la sopracitata ricerca firmata da Accenture, alla domanda “Cosa ti spinge ad acquistare un prodotto di una marca rispetto a un’altra, oltre a prezzo e qualità?” le risposte più interessanti sono state:

    – la cultura del brand, nel senso che fa quello che dice e mantiene le promesse (66%);

    – la trasparenza sulle materie prime e sul trattamento dei lavoratori (66%);

    – la volontà di ridurre la plastica e migliorare l’impatto ambientale (62%);

    – i valori etici e la dimostrazione di autenticità nelle sue operazioni di mercato (62%).

    Ma cos’è esattamente il cosiddetto “purpose”?

    È la ragion d’essere, il motivo per cui l’azienda esiste, l’essenza di fondo che rende un brand rilevante e necessario. È il vero motore dell’azienda, che la guida verso ciò in cui crede e per cui è disposta a battersi. È la “scintilla” che può rendere l’azienda unica e che ispirerà il consumatore a connettersi con essa.

    Tutto ciò non ha a che vedere con la vision (il dove si sta andando), la mission (il come arrivarci) o i valori (il come l’azienda si comporta) . Certo, sono tutti elementi collegati. Ma se questi sono i mattoni del brand, il brand purpose sono le fondamenta, ovvero la ragione più alta per cui un’azienda fa ciò che fa.

    Chiarezza, autenticità, trasparenza, empatia, coinvolgimento dei dipendenti e dei consumatori sono ingredienti base per la costruzione di un purposeful brand.

    Basti pensare a realtà consolidate come Dove, Nike, Tesla e Starbucks.

    Addirittura Larry Fink, CEO di Blackrock, nella sua lettera del 2017 a tutti i CEO delle società in cui ha investito, è arrivato a dire che «senza uno scopo, nessuna azienda pubblica o privata, può raggiungere il suo pieno potenziale».

    In questo scenario, solo le aziende che agiscono per qualcosa di più grande rispetto a ciò che vendono, che sanno entrare in sintonia con i valori dei propri clienti e che prendono azioni decisive sui temi sociali, riusciranno a creare una relazione più forte e profonda. Riusciranno a centrare il target comunicando attraverso il purpose, ossia parlando attraverso i valori in cui credono: ecco come può nascere una proficua comunità di stakeholder allineati ai valori più alti che il brand ispira.

    di Monica Magnoni_ Communication & Marketing
  • Twitch, il social dedicato alle live sposorizzato da Amazon

    La piattaforma online viene considerata la YouTube dei videogiochi, e permette di guadagnare
    grazie a donazioni tramite Amazon

    Twitch è la nuova piattaforma streaming dedicata ai gamers, i videogiocatori. Sul sito è possibile assistere a numerosissime live di qualsiasi videogame di qualsiasi console di nuova e vecchia generazione (PS3, PS4, Xbox 360, Xbox One). I contenuti rimangono successivamente disponibili anche non in-live permettendo così ad un ipotetico spettatore appassionato di fruire dei contenuti anche in differita.

    La piattaforma offre principalmente un duplice servizio: si può infatti essere tranquillamente fruitore e fornitore del servizio streaming. Per diventare gamer e realizzare le proprie live è infatti sufficiente iscriversi alla piattaforma, creare un proprio canale e catturare le immagini del proprio gameplay, la cosa forse più complicata sulla quale Twitch per ora può fare ben poco. Proprio per questo motivo è soprannominata la YouTube dei videogiochi, dando la possibilità quindi di essere spettatore e/o protagonista.

    Twitch offre inoltre la possibilità di partecipare a tantissimi tornei per i giochi che possiede, come ad esempio Pokemon FIFA e altri titoli. Per questa funzione però, oltre alla registrazione alla piattaforma, è imperativo che il giocatore possegga anche l’attrezzatura necessaria per catturare le immagini della partita e trasmetterle dal computer.

    Su Twitch è anche possibile guadagnare qualche soldo. Il guadagno è un’esclusiva per “Affiliati” o “Partner”. Per diventare un affiliato, un canale deve avere 50 follower, 8 ore di streaming pubblicati in almeno sette giorni diversi e una media di tre spettatori per ogni streaming. Per un partner le ore di streaming salgono a 25 ore in almeno 12 giorni diversi e con una media di 75 spettatori. Se le ore di video caricati sono solo una questione d’impegno e costanza, arrivare a 75 spettatori non è così semplice. Twitch però da priorità a canali già affermati, i primi passi sono quelli più complicati. Così come avviene altrove, arrivare da 0 a 50 spettatori è più difficile che passare da 500 a 600. Per emergere si consiglia di “promuovere il canale su altre piattaforme, come Twitter e Facebook”. Guadagnare attraverso Twitch non è un gioco ma un lavoro vero e proprio.

    Amazon ha visto e sfruttato il potenziale della piattaforma acquistandola. La principale innovazione che ha portato il colosso dell’e-commerce alla piattaforma è stata l’introduzione di Twitch Prime. Twitch Prime può essere collegato al proprio account Amazon Prime senza costi aggiuntivi, e permette di usufruire di servizi dedicati oltre che ad alcune offerte specializzate.

    L’ascesa di questa piattaforma sembra davvero inarrestabile. Il gameplay è un format che è sempre stato apprezzato, mentre il genio di Twitch è stato quello di cogliere questo potenziale e farlo esplodere con un servizio interamente dedicato.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • Rivoluzione podcast

    In un mercato dell’audio in fortissima espansione i branded podcast sono sempre più utilizzati nelle strategie di content marketing. La chiave? Coinvolgimento e storytelling immersivo che catturano l’ascoltatore.

    I podcast non sono certo una novità. La loro nascita viene più o meno fatta risalire verso il 2004 in America. Da allora, questo strumento di comunicazione ha vissuto fasi alterne di popolarità, raggiungendo una vera e propria esplosione con Serial, una serie di giornalismo investigativo su un caso di cronaca nera, che ha ottenuto un successo planetario, addirittura paragonato a serie tv come House of Cards o True Detective.

    Negli Stati Uniti, dove il mercato dei podcast è molto più maturo, sono più di 91 milioni gli ascoltatori settimanali; una ricerca condotta da Edison Research dice che il 70% di questi ascolta un contenuto per intero, che l’ascolto avviene principalmente via smartphone, in casa (e qui emerge la rilevanza degli Smart Speaker) o in auto.

    Secondo gli analisti gli acquisti vocali varranno 40 miliardi di dollari entro il 2022.

    In Italia il fenomeno podcast è ancora agli albori, benché stia diventando anche qui un mezzo narrativo di grande fascino ed è sicuramente un segmento in espansione. Secondo Nielsen, negli ultimi 3 anni i “podcaster” sono triplicati, arrivando a circa 2.700.000 ascoltatori.

    A ruota gli investimenti pubblicitari. Lo studio annuale di IAB e PwC stima che la cifra del valore del mercato adv su questo canale dovrebbe arrivare fino a 659 milioni di dollari nel 2020. Tra i formati più diffusi, le ads ospitate all’interno degli episodi, ma ancor più efficaci le campagne direct response, che spesso includono un codice promozionale utilizzabile per ricevere sconti.

    Ma partiamo da ciò che rende unici i podcast, ovvero il contenuto.

    I podcast si rivolgono a interessi, passioni, hobby e investono gli argomenti più disparati: da approfondimenti sulla politica, l’economia, l’informazione a corsi di lingue, serie thriller, lezioni di cucina e così via.

    Gli utenti possono davvero trovare podcast in grado di soddisfare qualsiasi loro esigenza.

    Ogni settore può trovare un pubblico; è sufficiente capire quali argomenti possano essere trattati su base continuativa e indirizzare il contenuto alla giusta nicchia.

    I brand più attenti ai nuovi trend non si sono lasciati scappare l’opportunità di introdurre i podcast nelle loro strategie di comunicazione. Un’ulteriore piattaforma con cui raccontare i propri valori, coinvolgere, informare, intrattenere, stabilire con il pubblico una profonda connessione emozionale. Peraltro (e non da poco), con costi di produzione piuttosto contenuti.

    MasterCard ha lanciato una serie in cinque episodi per raccontare come il nostro rapporto col denaro stia cambiando.

    Microsoft ha lanciato “dot-future” per raccontare storie sulle numerose tecnologie che impattano sulle nostre vite quotidiane.

    Carlo Cracco racconta ingredienti, viaggi, esperienze straordinarie e una storia d’amore per la cucina.

    Pochi esempi per far capire quanto stiano cambiano le regole del gioco e come stia sempre più affermandosi questa nuova forma per ingaggiare gli utenti attraverso l’audio.

    Tramite la narrazione vocale il podcast permette di esplorare il contenuto in profondità e di raccontare storie più lunghe e più intime, storie che la gente ascolta perché piacciono, emozionano, intrigano.

    Tutto, ancora una volta, si gioca sul contenuto. Che deve essere rilevante, corretto rispetto al proprio target e di gran qualità.

    Tutto, ancora una volta, nella direzione delle aziende: da “semplici” imprese a vere e proprie media company.

    di Monica Magnoni_ Communication & Marketing
  • La musica del futuro con l’Intelligenza Artificiale

    Si parla spesso di Intelligenza Artificiale, ma ne conosciamo veramente il potenziale? Ad esempio, sapete che viene spesso usata anche nell’industria creativa e soprattutto nella composizione musicale?

    Tanti ne hanno paura, altri ne sono completamente affascinati, altri ancora sono attratti ma allo stesso tempo la rifiutano. Stiamo parlando dell’Intelligenza Artificiale. È difficile prendere una posizione chiara in merito, soprattutto tenendo conto degli svariati ambiti in cui può essere utilizzata, ma per gli appassionati di tecnologia significa una cosa sola: permettere a uomo e macchine di arrivare lontano e insieme, laddove non riuscirebbero da soli.

    Si parla di Intelligenza Artificiale credendo possa essere praticabile solo in attività manuali dove gli uomini sarebbero facilmente rimpiazzabili o dove sono richiesti calcoli complessi. In realtà, anche l’industria creativa e, in particolare, la composizione musicale, beneficia dei potenziali dell’AI. Due fratelli e ingegneri informatici, Pierre e Vincent Barreau, hanno dato vita a un compositore virtuale di musica classica e sinfonica chiamato Aiva (Artificial Intelligence Virtual Artist), che basandosi sulle partiture dei più grandi compositori – come Mozart, Beethoven e Vivaldi – è in grado di comporre brani originali. Ma non solo. In futuro, questo tipo di tecnologia potrebbe essere applicata persino per il completamento di opere rimaste incompiute, come la Sinfonia n.8 di Schubert.

    Questo software lavora sull’apprendimento approfondito (deep learning) e l’apprendimento automatico (machine learning) insieme all’interazione di molteplici reti neurali artificiali che imitano il funzionamento del cervello umano costruendo gli algoritmi della tecnologia di Aiva. Questi algoritmi analizzano oltre 15mila partizioni musicali digitalizzate dando origine a un nuovo modello matematico e intuitivo di musica che viene usato per scrivere nuove composizioni. Sembra tutto molto tecnologico e “disumanizzato”. Ma non è così. Infatti, per i due fratelli, l’intervento umano rimane l’elemento fondamentale: affidarsi a musicisti professionisti per verificare l’orchestrazione, gli arrangiamenti, la produzione e i parametri di apprendimento dell’algoritmo, rimane un lavoro necessario.

    di Antonella Libera_Digital Strategist
  • L’insostenibile leggerezza della Generazione Z

    Dopo Baby Boomers, Generazione X e Millennials è ora il turno della Generazione Z, la più giovane, il futuro, con tante sfumature al suo interno.
    Per i marketers, la nuova tipologia di consumatore da intercettare e incuriosire.

    È la prima generazione successiva all’era Internet.

    Nati tra la seconda metà degli anni 90 e il 2010, vivono immersi nei social media, utilizzano circa cinque dispositivi (rispetto ai tre dei Millennials), conoscono solo lo smartphone e al posto delle parole utilizzano le emoji.

    Sono la Generazione Z, i veri digital native.

    Il mondo digitale è l’habitat naturale di questi giovanissimi trendsetter. È su Internet che costruiscono il proprio spazio sviluppando relazioni e creando micro community private su passioni e interessi.

    E grazie al potere d’acquisto che stanno sempre più acquisendo – anche grazie alla forte influenza che esercitano in ambito familiare – sono oggi il target più ambito da parte di brand e aziende.

    Andare a intercettare questo nuovo bacino di consumatori non è tuttavia così semplice, proprio per i tratti peculiari e più difficilmente inquadrabili che la contraddistinguono.

    Ora più che mai è fondamentale per i marketer conoscere il mondo dei post millennials – molto più consapevoli e pragmatici rispetto ai loro predecessori. Indispensabile conoscere i luoghi virtuali che frequentano e le modalità di comportamento sui social.

    Sì, perché i giovani di questa generazione sono informatissimi, affamati di novità e di imparare da autodidatti; per nulla fedeli ai brand, hanno una soglia di attenzione bassissima (stimata in circa 8 secondi) e si annoiano facilmente. Molti hanno già abbandonato Facebook (ritenuto roba per vecchi) per spostarsi verso Youtube e tutti gli altri i social che vivono di immagini, proprio perché più immediate e più efficaci.

    Desiderano restare anonimi, il che pone per le aziende la necessità di andare a intercettarli sui canali diretti per coinvolgerli ma, nonostante tengano alla privacy, amano lasciare feedback, commenti e recensioni. Nota particolare: si informano sui diversi canali prima di compiere un acquisto ma il 67% di loro fa acquisti nei negozi fisici, per poi documentare sui social il loro shopping.

    Convivono dalla nascita con il bombardamento degli annunci da parte delle aziende ma apprezzano l’interazione con i marchi e sono pronti a sperimentare tutto ciò che questi offrono loro in termini di esperienze originali (anche dal vivo) e in prima persona, purché sia qualcosa che li coinvolga e li faccia sentire parte integrante del brand. Realtà virtuale, video live, video 360, live streaming sono sicuramente mezzi in grado di catturare questa gioventù, puntando sempre su contenuti visual ed effimeri, coinvolgenti, rilevanti e soprattutto brevi.

    I primi ingredienti fondamentali per raggiungere questo target sono quindi: una comunicazione per immagini, immediata (banditi messaggi prolissi) e che alimenti la curiosità; una customizzazione che soddisfi il bisogno di unicità; il coinvolgimento emotivo.

    Il tutto deve avvenire in modo non invasivo, anzi, in maniera naturale. Solo offerte mirate, dimostrando sempre grandissima attenzione ai valori della qualità autentica, della trasparenza e della responsabilità sociale.

    Questo può voler dire per un brand cambiare in toto la propria strategia. Basti pensare a Prada Linea Rossa che con la recente campagna digital SS19 ha dirottato la sua strategia di marketing puntando tutto sulla Generazione Z; oppure Heineken con la birra analcolica 0.0, o ancora la recentissima campagna Samsung per il lancio dei nuovi smartphone Galaxy A, pensati proprio per la Z Gen.

    Il cambiamento di rotta è del resto imprescindibile, posto che questa generazione rappresenta il target che popolerà sempre più il mondo digitale dei prossimi anni.

    Alle aziende la sfida di stare al passo, sapersi innovare, mantenere la freschezza di base per riuscire ad accedere a un’interazione ed essere considerati da questi nuovi spenders. Parola chiave, saper cogliere il loro vero spirito: fare, creare e lasciare il segno.

    di Monica Magnoni_ Communication & Business Development
  • Il “Big Gap” del marketing Locale

    Nel passaggio "online-to-offline" si concentra l'essenza del moderno marketing locale e il punto più importante del marketing funnel che richiede un presidio mirato e orientato alle performance.

    I moderni operatori di marketing hanno l’arduo compito di accompagnare virtualmente i clienti lungo la customer journey online, osservandone i comportamenti e cercando di influenzare le scelte che conducono, si spera, verso la decisione d’acquisto. Un contesto in cui ormai tutto è digitale: la comunicazione, la vendita, i pagamenti, i prodotti, le relazioni.

    Questa forte spinta verso la digitalizzazione e l’innovazione ci fa spesso dimenticare che il 95% del commercio è ancora direttamente o indirettamente connesso al retail tradizionale. Il motore dell’economia è quindi ancora saldamente legato al territorio dove competono, off-line, catene di negozi, operatori della grande distribuzione e milioni di piccoli commercianti.

    Gli acquisti tradizionali sono però fortemente influenzati dai canali digitali.

    I numeri parlano chiaro:

    • il 30% delle ricerche provenienti da smartphone è di tipo locale;
    • il 76% delle persone che cerca qualcosa nelle vicinanze visita l’attività commerciale entro 1 giorno;
    • il 28% delle persone che effettua una ricerca locale compie un acquisto in-store.

    In questo delicato passaggio “online-to-offline” si concentra l’essenza del moderno marketing locale, l’ultimo miglio delle comunicazione digitale e il punto più importante del marketing funnel per tutti gli operatori del retail e delle filiere collegate. Parliamo di un flusso digitale decisivo, prossimo alla conversione in-store, che va presidiato in modo strutturato grazie ad una strategia mirata e orientata alle performance.

    In questo punto così critico le strategie di comunicazione e marketing sono spesso assenti o inefficaci. Perché? I brand del retail faticano a gestire la granularità necessaria alla gestione di una comunicazione locale declinata sul singolo punto vendita, disperdendo così gli investimenti pubblicitari fatti a livello nazionale. Ai piccoli commercianti invece mancano semplicemente il tempo e le competenze digitali.

    E’ proprio questo il marketing gap della comunicazione locale. Un flusso promozionale che si interrompe nel suo punto più importante. Un problema per molti versi inconsapevole che danneggia il retail e l’intera filiera del commercio.

    Quali sono le soluzioni pratiche a questo problema? Tecnologia, marketing e automazione sono gli ingredienti principali di ogni strategia che deve focalizzarsi sul presidio digitale del mondo local. Serve un approccio completamente nuovo che parte dalla definizione di veri e propri funnel di marketing locali. Ogni punto vendita dovrà avere una presenza digitale completa e coerente, dei touchpoint digitali orientati all’acquisizione e alle vendite, delle campagne di local advertising che generano visibilità a livello locale.

    Ciò è possibile solo grazie a strutture operative dedicate, organizzate come una vera e propria digital factory, in grado di operare su produzioni massive secondo procedure e flussi standard mirate a garantire la presenza e visibilità digitale di ogni singolo store. A questo si dovrà aggiungere la parte consulenziale e strategica che consente di declinare sul mondo locale in modo omogeneo, controllato e strutturato le logiche a performance utilizzate a livello nazionale.

    La chiave del successo per gli operatori di marketing è abbinare la forza strategica e creativa della grande agenzia con il rigore, l’organizzazione e le capacità produttive della digital factory. Solo in questo modo sarà possibile portare qualità e concretezza in un contesto locale ancora non presidiato o poco digitalizzato andando a colmare il grande gap del local marketing.

    di Marco Santini, Digital Performance Strategist
  • I social, i brand e la “crisi della fiducia”

    La fiducia verso i social media è in caduta libera. E a farne le spese sono i brand.

    Tra fake news, Cambridge Analytica, bot e account spam, non c’è da meravigliarsi se, nell’ultimo periodo, Facebook & Co. non se la stiano passando tanto bene in fatto di fiducia.

    Secondo il Trust Barometer 2018 – l’indagine condotta ogni anno da Edelman, la più grande società di relazioni pubbliche al mondo – solo il 41% degli intervistati si fida dei social media, mentre 4 persone su 10 hanno cancellato almeno uno dei propri account nell’ultimo anno.

    Ma la diffidenza verso il mondo dei social è solo parte di un problema più grande – siamo nell’era dell’“implosione della fiducia” e rischia di portare a una perdita di fiducia nei confronti dei brand che hanno aperto canali su questi media. I social sono proprio il mezzo migliore che le aziende hanno per costruire relazioni di valore con i clienti: più la fiducia nelle piattaforme si deteriora, più i loro business possono essere messi a rischio.

    I consumatori guardano con crescente scetticismo le comunicazioni online dei brand, perché sono sempre più consapevoli delle tattiche di marketing messe in atto per raggiungerli. In più, nonostante molti utenti si rivolgano proprio ai social per cercare informazioni su prodotti e marchi, perdono subito interesse verso ciò che trovano. Questo perché spesso non è semplice distinguere tra contenuti di qualità – e quindi veri – e contenuti fake.

    Una sfumatura interessante di questa tendenza è la forte sfiducia che emerge tra i millennial: gli ormai soprannominati “social scettici”, infatti, sono tra i primi ad affidarsi sempre più a raccomandazioni di persone reali e non di marchi o istituzioni. Dalla “saggezza della folla” si passa al più classico passaparola, con una crescente condivisione di contenuti attraverso piattaforme di messaggistica privata, i cosiddetti “dark social”.

    Un’ulteriore indagine – il Trust Barometer Special Report: Brands and Social Media – condotta da Edelman in nove Paesi e pubblicata all’apertura del Cannes Lions International Festival of Creativity, rivela inoltre che la maggior parte degli utenti desidera che siano proprio i brand a fare pressioni sulle piattaforme, affinché agiscano in maniera concreta per dare valore alla loro esperienza sui social.

    In particolare, ai brand viene chiesto di unire le forze per trovare (insieme agli social media) soluzioni concrete volte a garantire contenuti di qualità e affidabili. Secondo Edelman, “i brand sono la nuova democrazia e la società si aspetta che abbiano dei valori precisi, non una semplice value proposition”.

    Le aziende necessitano la fiducia dei consumatori per sopravvivere e hanno perciò il bisogno di promuovere il cambiamento. Ergo, devono considerare i social media come responsabili di obiettivi più grandi e di standard più elevati. Devono comunicare attraverso contenuti di qualità esperienziale e che aggiungano valore, integrando i social con gli altri canali di comunicazione, dalla pubblicità ai punti vendita, fino al customer service. Devono stabilire politiche e governance aziendali specifiche per i social media che siano a conoscenza dei regolamenti pubblicitari, insistendo sulla trasparenza e sull’autenticità.

    Il social media marketing sta entrando in una nuova era. E i brand sono chiamati a adottare una visione a lungo termine sulle azioni da compiere in questi canali, chiedendosi chiaramente se vogliono essere parte del problema o della soluzione all’“implosione della fiducia”.

    di Serena Sansica_Social Media Manager
  • I consumi in Italia: la situazione attuale

    In questa intervista a Redwave_mag, il Direttore Marketing e Comunicazione Coop Italia, Francesco Cecere, analizza l’andamento dei comportamenti di acquisto alla luce del clima di incertezza politico che sta influenzando il momento.

    Come si stanno muovendo i consumi in Italia? Quali sono le tendenze principali che si evidenziano in questa fase? E come si può valutare il primo trimestre di quest’anno, dopo che il 2017 aveva riservato sorprese positive e si era chiuso assai meglio di come si era annunciato?

    In effetti, una piccola ripresa, pur non percettibile in tutti i territori e gli stati sociali, c’è stata. Sostenuta soprattutto dalle famiglie, ma anche dai primi segnali di risveglio degli investimenti, l’economia ha fatto segnare un’inattesa accelerazione, misurata dalla progressiva revisione al rialzo della crescita del Pil. Le politiche economiche, i tassi d’interesse quasi nulli, la bassa inflazione e il traino della ripresa globale hanno offerto esiti inaspettati, e alimentato la fiducia delle famiglie e delle imprese. Si è determinata, insomma, una combinazione particolarmente favorevole alla crescita di tutta l’area euro: recupero del commercio mondiale, euro debole, bassi prezzi del petrolio, tassi d’interesse a zero e borse in crescita. I consumi delle famiglie hanno così tenuto, andando anche oltre quanto l’evoluzione dei redditi avrebbe giustificato. Gli investimenti sembrano ripartire sostenuti dagli incentivi fiscali, soprattutto quelli “Industria 4.0”, recentemente estesi al 2018. Intanto, resta da notare che gli italiani sembrano alla ricerca di un rinnovato sistema di valori e nuovi stili di vita, più concentrati sul proprio benessere individuale, ma nello stesso tempo intenzionati ad ampliare la loro attenzione alle comunità di appartenenza e al contesto territoriale e ambientale in cui vivono. Questo quadro generale, poi, si manifesta in un momento caratterizzato dall’emergenza di altri elementi maggiormente marcati dall’incertezza. È chiaro che anche i consumi ne sono, in qualche modo influenzati.
    Per ottenere una fotografia più chiara proprio sull’andamento dei consumi in Italia alla fine dei primi tre mesi del 2018, RedWave_mag ha potuto ascoltare la voce di Francesco Cecere, Direttore Marketing e Comunicazione Coop Italia.

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    Dal vostro punto di vista la situazione attuale così incerta potrebbe influire sull’andamento dei consumi nel corso dell’anno?

    L’incertezza del quadro politico, che si ripercuote anche a livello economico, ha senz’altro generato nei primi mesi dell’anno un rallentamento sull’andamento dei consumi, che ha sicuramente provocato un freno o perlomeno una contrazione. Di sicuro si registra un atteggiamento prudente.

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    Quali sono le categorie merceologiche che stanno performando meglio?

    Il maggior trend in crescita si registra nei prodotti del segmento salute e benessere. In particolare si evidenziano le scelte più estreme, ad esempio legate all’animalismo, alla protezione degli animali e all’alimentazione di stile vegano. Proprio in tema alimentare si nota una riduzione nel consumo di carne a favore di alimenti a base di proteine vegetali. Inoltre, si verifica un decremento nel consumo dei prodotti base, mentre è in fase di progresso la vendita di piatti pronti, dei mix di legumi e cereali, dei prodotti per la prima colazione e delle proposte di pasto completo. In questo quadro tendenziale si inserisce, poi, un’ulteriore dinamica, che riguarda la maggiore attenzione riservata alla qualità degli ingredienti.

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    Rispetto alle esigenze del consumatore, come stanno impattando le novità digitali che riguardano i punti vendita, parlando anche della loro esperienza?

    Impattano soprattutto nel processo decisionale e di informazione precedente la fase d’acquisto. E lo si nota, ad esempio, nell’impennata delle attività legate alla comparazione dei prezzi. In questo contesto, lo smartphone, così come avviene per altri strumenti nell’ambito delle nuove tecnologie, diventa una sorta di “assistente all’acquisto”. Dunque, ci si trova di fronte un consumatore molto più evoluto, al quale vanno assicurate molte più informazioni. Ecco perché sul nostro sito diamo la possibilità, ad esempio, di risalire all’origine dei prodotti a marchio Coop. In effetti, l’origine e la sicurezza dei prodotti alimentari per Coop sono due temi centrali. Vogliamo garantire il controllo rigoroso delle materie prime, dei processi produttivi e, insieme, la trasparenza delle informazioni. Su cooporigini.it è possibile verificare la provenienza degli ingredienti principali, prodotto per prodotto.

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    Attualmente quali sono le vostre attività di comunicazione su cui vi state concentrando e i prossimi passi?

    Parliamo a un target ampio di consumatori. Da quando più categorie di persone sono coinvolte nell’attività del “fare la spesa”, è derivata la necessità di andare a colpire più target (mamme, ragazzi etc..). In chiave operativa, lo facciamo utilizzando un mix di mezzi, a partire dagli strumenti classici più diffusi come la tv e la radio, con un’attenzione particolare alle serie tv di maggiore ascolto. E poi ci sono le attività sul fronte digitale, dove il web è protagonista, con l’azione mirata a raggiungere target specifici.

    di Daniele Bologna
  • Retail vs Digital Transformation

    Il retail ai tempi della rivoluzione 4.0: il digital marketing è l’alleato perfetto dello shopping offline

    Nell’era del digital, in cui gli utenti sono sempre più proiettati verso un futuro ricco d’innovazioni a portata di click come i chat bot, le smart home e i dispostivi wearable, l’e-commerce elettronico non ha rimpiazzato del tutto il retail: la cara bottega sotto casa è ancora apprezzata da una buona percentuale di consumatori che ama toccare con mano i prodotti. Nonostante non ci sia stata un’apocalisse dei negozi fisici, è altrettanto vero che il canale online ha tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio alleato del retail. Infatti, l’online integrandosi con l’offline, offre ai clienti un’esperienza d’acquisto indimenticabile, che va ben oltre il prodotto acquistato. Come si può dunque rendere lo shopping offline un momento più unico che raro? Sicuramente una strada vincente è quella della customer experience personalizzata: grazie all’estrapolazione dei big data, ovvero dei dati di vendita su tutti i canali, online e offline, è possibile giocare d’anticipo sulle scelte dei consumatori e creare esperienze d’acquisto totalmente personalizzate sul target di riferimento. In tal modo il brand può intercettare il consumatore al momento giusto con un’offerta su misura. Inoltre, grazie all’analisi approfondita delle conversazioni degli utenti sui social media, è possibile comprendere quali siano i beni più richiesti sul mercato e produrli in maggior quantità.

    Oltre ai big data, troviamo anche tante altre tecnologie di successo che accompagnano il consumatore passo dopo passo nell’acquisto:

    • Le app per smartphone utilizzate anche dagli stessi brand.
    • I social network per trovare informazioni e pareri sui prodotti.
    • L’internet of things che semplifica l’acquisto grazie a scaffali intelligenti, magic mirror e vetrine che sfruttano la realtà aumentata.

    Ecco quindi che un processo di digital transformation diventa importante per le aziende.

    Se da un lato, all’estero imprese tradizionali come Amazon e Walmart si sono innovate, in Italia, secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della School of management del Politecnico di Milano, il retail italiano avanza lentamente nel rinnovamento digital.

    Nonostante ciò, la convergenza tra fisico e digitale, è una delle priorità dei retail italiani: tra le principali innovazioni digitali i negozi del futuro saranno dotati di tecnologie legate alla realtà aumentata che permetteranno ai clienti di immaginare l’utilizzo di un determinato prodotto attraverso la simulazione in qualsiasi ambiente. Pertanto, la realtà aumentata offrirà loro un’esperienza di acquisto unica e divertente. Interazioni con il brand sempre più coinvolgenti ed emozionanti permetteranno quindi di ottimizzare la customer experience.

    a cura della redazione di RedWave_mag