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  • BOBO SUMMER CUP, QUANDO L’IRRIVERENZA INCONTRA LA SOLIDARIETA’

    La competizione, ricca di ospiti del mondo del calcio e non solo, è ormai giunta alla terza edizione. Si punta al pieno di incassi tramite l’irriverenza, con un unico obiettivo: la beneficenza.

    Un gioco semplice, ma allo stesso tempo potenzialmente spettacolare: ecco la formula vincente del foot-volley, ovvero una pallavolo per calciofili. Le regole sono in sostanza le stesse del volley tradizionale, ad eccezione della norma principale: esattamente come nel calcio, è severamente vietato l’uso delle mani. Si passa così da violente schiacciate “alla Ivan Zaytsev” a rovesciate spettacolari, più in linea con le abilità tecniche dell’organizzatore Christian Vieri e dei suoi compagni.

    L’evento conta un’incredibile mole di sponsorship: da Heineken a Goleador, passando per la Gazzetta dello Sport solo per citarne alcune. I match saranno trasmessi sulle piattaforme Mediaset, trovando spazio anche su SportMediaset, la sezione dell’emittente televisiva dedicata alla sport.

    Ciò che suscita maggiore interesse è però come sia stata creata e gestita questa idea di business, nata dalla mente (e non dai piedi) di uno dei più iconici ex calciatori italiani. Le tre tappe della competizione (nelle città di Jesolo, San Benedetto del Tronto e Riccione) permetteranno di raccogliere incassi da devolvere in beneficenza all’associazione Heal, che si occupa di prevenzione e cura di tumori infantili. Gli introiti saranno garantiti dalle attività rivolte al pubblico presente e dalla messa all’asta delle maglie di alcuni grandi giocatori di Serie A, amici di Vieri: tra questi spiccano i nomi di Cristiano Ronaldo, Nainggolan, Piatek e molti altri.

    Il progetto è stato concepito da Bobo pochi anni fa: mentre si trovava in vacanza a Formentera, non resistiva al desiderio di sfidare chiunque a foot-volley. Ogni giorno non mancava chi volesse provare l’ebrezza di sfidare sulla sabbia l’ex campione di Inter, Lazio, Juve e Milan. Dopo questo inaspettato successo, Vieri ha deciso quindi di cavalcare l’onda, spettacolarizzandola sempre di più: probabilmente tutto ciò è un indizio di come, anche dietro personaggi irriverenti e stravaganti come lui, si possa celare una mente capace di ideare un progetto di valore per definire un nuovo format di business.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • Gli italiani e i Social Media nel 2019

    Torna l’appuntamento con l’indagine di Blogmeter sulle abitudini d’utilizzo dei social in Italia.

    Quali social network usano gli italiani e perché?

    A rivelarlo è la terza edizione di “Italiani e Social Media”, l’indagine annuale di Blogmeter sulle abitudini d’utilizzo dei social in Italia. Realizzato su un campione di 1.510 persone tra i 15 e i 64 anni iscritte ad almeno un social network, lo studio ha confermato quanto rivelato per la prima volta nel 2018. Ossia, l’esistenza di due tipologie diverse di piattaforme:

    • i cosiddetti “social di cittadinanza”, usati molto frequentemente e che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione. Nonostante la presunta fuga di utenti, qui Facebook continua a dominare la classifica: almeno il 91%del campione ha infatti un profilo. Seguono due social visual come YouTube (89%) e Instagram (71%);
    • poi ci sono i “social funzionali”, come Skype o TripAdvisor, utilizzati più saltuariamente e che servono per task specifici. Le piattaforme più in crescita sono appunto TripAdvisor e Messenger, entrambe utilizzate il 4% in più rispetto all’anno scorso.

    Ma quali contenuti apprezzano maggiormente gli italiani? Sono dei “creator” o dei follower? Ecco cose dice Blogmeter:

    • il 43% degli intervistati legge contenuti di altri utenti
    • il 35% scrive post originali e interagisce con altri post
    • il 12% scrive post originali
    • infine, il 10% si limita a commentare post altrui

    A leggere i contenuti realizzati da altri utenti sono soprattutto i giovanissimi: il 69% del totale ha un’età compresa tra i 15 e i 24 anni. La spiegazione di questo fenomeno si evince da uno dei motivi più comuni per cui gli italiani accedono ai social: cercare nuove idee. A questo proposito, YouTube sale al primo posto tra le piattaforme più usate per ricerca d’ispirazione (+4%) e svago (+20%), mentre Facebook rimane il social a cui ci si affida per finalità di informazione, recensioni e condivisione. Cresce ancora Instagram (+11%), che si conferma nel 2019 la piattaforma preferita per seguire influencer e social icon.

    Ma perché gli utenti seguono un influencer? E chi sono i seguaci più accaniti? Anche in questo caso, parliamo di utenti appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, il 23% in più rispetto al totale del campione intervistato. Ma, più in generale, il 31% degli italiani segue una social icon sui social per:

    • affinità di argomenti trattati (70%)
    • simpatia (70%)
    • spontaneità (57%)
    • fiducia (52%)

    Sarà che si tratta proprio di uno degli strumenti più utilizzati dagli influencer per comunicare con le proprie audience, ma per la prima volta Blogmeter evidenzia nel suo rapporto il boom delle stories nel nostro Paese. Dall’indagine emerge infatti che un italiano su 3 preferisce guardare storie anziché leggere un post. La ragione sembra essere che questa tipologia di contenuti risulta più spontanea e consente ai follower di essere sempre aggiornati in tempo reale.

    Come si comportano invece gli utenti nel caso in cui queste stories siano sponsorizzate? Che si tratti di promoted stories, video o caroselli, infatti, cambia la percezione degli utenti rispetto al social advertising. Il 45% degli utenti Facebook ritiene che i post sponsorizzati siano dei suggerimenti interessanti, mentre il 17% addirittura non li nota e su Instagram le percentuali sono molto simili. Diversa invece la situazione su YouTube, dove per il 65% degli utenti le inserzioni video rappresentano delle interruzioni, risultando così fastidiose.

    Nonostante ciò, la ricerca svela come, rispetto al 2018, sia in crescita la percentuale di persone che riconosce l’utilità dei contenuti sponsorizzati: oltre al +19% su Facebook e al +7% su Instagram, persino su YouTube si registra un ottimo +10%.

    di Serena Sansica_Social Team Leader
  • DAL CAOS ICARDI ALLA DIATRIBA KESSIE-BAKAYOKO-ACERBI: COME CAMBIA IL CALCIO ATTRAVERSO I SOCIAL.

    La continua tendenza dei calciatori è quella di utilizzare i social network come mezzo di sfogo, creando scenari difficili da immaginare per gli appassionati di una volta

    Lo sport, e in particolare il calcio, è parte integrante della cultura italiana e, cosi come molte delle consuete abitudini, ha subito l’avvento della tecnologia e dei social network in particolare. Polemiche, indiscrezioni di mercato, dichiarazioni ufficiali e ufficiose, il tifoso ama tenersi informato su questo genere d’informazioni, ma con l’avvento della tecnologia si è arrivati a una vera e propria esuberanza, che sfocia talvolta in una sensazione di fastidio da parte degli appassionati.

    I calciatori, cosi com’eravamo abituati a intenderli, ovvero come atleti in campo, sono cosi diventati degli influencer, liberi di esprimersi sui social network, creando così molte più polemiche, spesso tratte da argomenti futili, di quanto non fossimo abituati in precedenza. E così, se il gossip intorno a un calciatore si limitava ad argomenti del tipo quale potesse essere la sua nuova fiamma, si è passati a insulti da diretti rivali tramite social e addirittura a frecciatine verso il proprio club di appartenenza.

    È il caso di Mauro Icardi, attaccante argentino e punta di diamante dell’Inter, che in seguito alla decisione della società di privarlo della fascia di capitano, si è rifiutato di giocare per quasi due mesi, in quanto presumibilmente offeso. Dal 13 febbraio al 3 aprile, Icardi non ha più giocato un solo minuto con la maglia neroazzurra, senza proferire una sola parola, senza nessuna dichiarazione che spiegasse il perché di questa sua decisione, ma parlando (in maniera velata) esclusivamente tramite i social network, in particolare Instagram. Parte integrante di questa faida tra club, l’Inter e il giocatore è stata la moglie-agente Wanda Nara che, sempre tramite i social network, non mancava di difendere il proprio marito dalla brutta e cattiva società rea di averlo degradato a semplice attaccante del club. Wanda Nara è anche da quest’anno opinionista televisiva e, durante questo periodo, non sono mancatele discussioni durante la trasmissione, con la moglie-agente colpevole di aver detto qualcosa di troppo nei confronti dei compagni di squadra del marito. Sì, perché oggi anche le mogli dei calciatori attraverso i social manifestano eventuali malumori dei propri compagni, alimentando polemiche puntualmente riprese dalla stampa.

    Gli stessi calciatori contribuiscono a inasprire gli animi dandosi addosso uno contro l’altro. Recentemente, in vista della partita Milan-Lazio di campionato del 13 aprile, Acerbi, difensore della Lazio, e Bakayoko e Kessie, centrocampisti del Milan, hanno aizzato un polverone mediatico prima tramite i social e quindi tramite gesti palesi. Acerbi qualche giorno prima della partita ha dichiarato alla tv del club “di essere superiore nei singoli al Milan”. A quel punto, via Twitter, Bakayoko ha replicato “Ci vediamo sabato”. Immediatamente dopo la partita terminata 1-0 a favore dei rossoneri, Bakayoko e il compagno Kessie hanno esposto la maglia di Acerbi alla propria curva come un trofeo, in segno di derisione per le sue dichiarazioni. Di lì a poco gli stessi tifosi si sono scatenati, mentre Acerbi affermava, sempre tramite social, che “fomentare odio non è sport”. Il calciatore si riferiva ai numerosi insulti ricevuti che ricordavano un suo periodo non facile vissuto per una malattia che gli stava costando la vita. I due centrocampisti del Milan si sono quindi scusati, sempre tramite social, per il loro gesto non curanti della quantità di odio scatenato.

    Il calcio è passione, e negli anni sugli spalti se ne sono viste di tutti i colori, ma la sensazione è quella che i social rischino di rompere il giocattolo. Sono lontani i tempi in cui per il calcio si era capaci di interrompere delle guerre, come nel 1914, quando francesi e tedeschi deposero le armi per sfidarsi a colpi di pallone durante la notte di Natale.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • Mobile World Congress di Barcellona: il futuro è presente

    La più importante fiera del mondo dedicata al mobile ha chiuso con grande successo di pubblico e novità che ci proiettano in un futuro fatto di velocità, iperconnettività e soluzioni intelligenti.

    Barcellona è diventata ormai il cuore pulsante delle novità nel campo della tecnologia e del mobile. Ogni anno al Mobile World Congress si danno appuntamento Brand, addetti ai lavori e pubblico di appassionati per presentare e ammirare i progressi e le innovazioni che stanno trasformando le nostre vite.

    L’edizione del 2019, conclusasi il 28 febbraio scorso, ha segnato il nostro futuro di connessione, non solo in termini di lancio di nuovi modelli e dispositivi, ma con l’introduzione effettiva del paradigma che guiderà i prossimi anni. Insomma, molto più di un successo. Si tratta di un cambio di passo epocale.

    I numeri parlano chiaro: 109.000 visitatori (il 65% dei quali proveniente dall’Europa), 7.700 CEO, 11.600 relatori e 2.400 Brand espositori e sponsor.

    Cifre altisonanti che fanno da traino e diffondono il verbo ai miliardi di dispositivi connessi in tutto il mondo.

    Intelligent Connectivity è il tema che ha radunato sotto un cappello concettuale le novità del settore.

    Perché ormai di intelligenza si tratta: guidata o sostitutiva, ci troviamo ad esperire ciò che fino a ieri era percepito come futuro, neanche troppo ravvicinato.

    Al galoppo siamo arrivati allo standard del 5G, che è stato protagonista di questa edizione con la sua alta velocità e la diminuzione dei tempi di latenza (cioè di attesa tra emissione e ricezione del comando).

    Tutti si stanno muovendo alla velocità di un millisecondo per farsi trovare preparati: gli operatori, investendo 160 miliardi di dollari l’anno per potenziare le proprie reti; le multinazionali del settore che, nella kermesse spagnola, hanno mostrato i muscoli, presentando smartphone potenziati in grado di integrare il nuovo standard e di offrire performance da capogiro.

    In un mercato in leggera flessione, il 5G rappresenterà il nuovo traino. Pensate che nei prossimi 15 anni sposterà infatti 2,2 trilioni di dollari.

    5G a parte, la seconda keyword della telefonia wireless mobile e del Mobile World Congress è “foldable”. Quindi smartphone con grandi display che pieghi e usi come tablet.

    Ma non solo: presentati al mercato anche batterie di lunga durata, che coprono un giorno a pieno regime e si ricaricano in 30 minuti, e tanta ricerca su materiali evoluti che puntano sulla resistenza.

    Finita qui? No. Il MWC non ha parlato solo la lingua di smartphone e tablet: l’IoT, i social network, l’automotive, l’intelligenza artificiale hanno animato i quattro giorni di kermesse.

    Ma quali sono i nuovi modelli destinati tra pochi mesi a diventare i must-have?

    Tra gli altri, Samsung ha presentato il Galaxy Fold, con due display che trasformano il dispositivo in tablet a seconda delle necessità. Huawei risponde con la release dello smartphone pieghevole Mate X Falcon Wing con ben 3 fotocamere.

    Grande attenzione anche per la realtà virtuale con visori di ultima generazione, ad esempio l’HTC Vive, per esperienze immersive ad alto impatto, o l’HoloLens 2, il visore della Microsoft per applicativi non meramente ludici, ma che possono andare dalla sanità all’industria, fino all’ambito militare.

    Tanto spazio, infine, per l’intelligenza artificiale applicata a prodotti, che vanno dal mobile agli… spazzolini da denti!

    Troppo? Vi sentite circondati? No panic… potete respirare. Il futuro è presente.

    di Benedetta Mincarini_Content Strategist
  • Google è il più grande influencer del mondo retail

    Oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali sul loro motore di ricerca e su Google Maps. Numeri da capogiro che rendono Google il più grande "influencer" del mondo retail.

    Si è calcolato che ogni mese oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali su Google e Google Maps. Per capire la portata planetaria del fenomeno basti pensare che il 30% delle ricerche su Google ha ormai un intento locale con una crescita anno su anno nel 2017 di oltre il 50%. Ciò dimostra ancora una volta l’importanza del mondo digitale, e dei motori di ricerca in particolare, nel “drive to store”. In questo contesto giocano un ruolo fondamentale, gli smartphone, ormai parte integrante e irrinunciabile della nostra esistenza, che hanno permesso di connettere ogni persona al mondo circostante, con una ricchezza di informazioni e possibilità di interazione impensabili solo un decennio fa. Queste ricerche locali, inoltre, sono decisive nel marketing funnel del retail.

    • Il 76% delle persone che effettuano una ricerca locale su Google dal loro smartphone visitano il negozio entro un giorno (percentuale che sale all’88% se consideriamo un orizzonte temporale di 7 giorni)
    • Il 28% di queste visite in negozio poi si trasforma in un acquisto.

    Google è dunque il canale che più influenza la visita in negozio, coinvolgendo in particolare persone con un’alta propensione all’acquisto offline. Ciò significa che la presenza locale di un brand su Google ha un impatto diretto e significativo sul fatturato offline dei singoli punti vendita.

    In quest’ambito, Google My Business è sicuramente il posizionamento più importante e strategico su cui è fondamentale concentrarsi a livello locale. Google My Business è la carta d’identità di un’azienda su Google e di conseguenza il primo punto d’accesso degli utenti che cercano attività locali sul motore di ricerca. E’ una scheda che compare tra i risultati di ricerca su Google e Google Maps e che fornisce alcune importanti informazioni aziendali: ragione sociale, indirizzo, mappa, recensioni, orari di apertura, telefono, foto se presenti. È un prodotto che si è arricchito nel tempo di funzionalità che hanno trasformato questa scheda in un avanzato strumento di marketing locale.

    Purtroppo non esiste ancora una consapevolezza diffusa sull’importanza di questo touchpoint locale. Migliaia di schede Google, da quelle di piccoli commercianti a quelle delle grandi catene di negozi, sono spesso non rivendicate o incomplete, senza numeri di telefono, con indirizzi errati, con foto approssimative o centinaia di recensioni a cui nessuno ha dato mai risposta.

    Due persone su tre, che effettuano ricerche online su un negozio fisico, dichiarano di non aver trovato le informazioni che cercavano. Ciò ha generato nel 43% dei casi un senso di frustrazione che ha un impatto negativo sulla reputazione del brand e sul fatturato. Nel 41% dei casi, infatti, questa mancanza di informazioni genera una forte propensione ad acquistare presso un altro negozio.

    Google My Business, a sorpresa, è quindi il posizionamento più influente e decisivo in un contesto locale digitalmente ancora molto arretrato e inconsapevole. Molte aziende dovranno accelerare il passo per colmare questo GAP sfruttando questo strumento che ha un impatto diretto e significativo sulle visite nel punto vendita e sul fatturato.

    di Marco Santini_Digital Performance Strategist
  • Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana? (P.4)

    Se doveste ricercare una competenza chiave per selezionare domani il vostro Marketing Manager, su quale scommettereste?
    Io non ho dubbi: la capacità di saper analizzare i dati e di trasformarli in azioni.

    Se negli articoli pubblicati fino ad oggi abbiamo capito “cosa” dovrebbe fare il marketing manager di una media azienda italiana oggi, in questo mio nuovo intervento ragioneremo su come stanno cambiando, nell’epoca della ormai sempre più attuale “Digital Transformation”, le competenze chiave di questo ruolo.

    Se, infatti, il mercato si è complicato, i clienti sono sempre meno facili da ‘interessare’ e i canali da presidiare cambiano sempre più di frequente le proprie regole del gioco, qual è la competenza essenziale di un moderno responsabile Marketing? Quanto del moderno ‘mix’ di strumenti deve essere disponibile in casa e quanto si può (o si deve) cercare in partner esterni?

    Le risposte a queste domande non sono semplici e dipendono dal tipo di mercato e di organizzazione che si deve gestire.

    Innanzitutto se siamo a capo di un ‘team’ di collaboratori e la struttura Marketing è sufficientemente ‘ampia’, è allora auspicabile che alcuni processi e attività si possano gestire internamente cercando, però, di comprendere con attenzione di che tipo di professionalità si necessita nel team.

    Ecco che le competenze del nostro marketing manager si spostano più verso un ambito gestionale e quest’ultimo dovrà selezionare, o formare, il proprio team dando importanza ad alcune caratteristiche prevalenti nel mercato di oggi: la capacità di ‘data analysis’, il Digital e il dominio della propria customer base con opportuni strumenti di CRM.

    Il marketing non è mai stato, infatti, così “data driven” come oggi e non disporre della capacità di interpretare i dati necessari a posizionare/riposizionare un brand, a profilare una propria base clienti o ad analizzare il ritorno delle varie campagne di marketing, ci metterebbe in estrema difficoltà; se non altro perché, con lo scopo di ottimizzare costi e struttura organizzativa il team marketing sarebbe facilmente ridotto, come mi capita ormai spesso di trovare, ad una mera rappresentanza ‘funzionale’ svuotata di competenze e di ragion d’essere.

    Il Marketing si ridurrebbe così ad una triste appendice di un altro ruolo operativo (es. un area manager, una segreteria di direzione, un Customer Service…) ma senza quella solidità alla base fondamentale per portare valore in azienda.

    Attenzione: se la costruzione in sé di una base dati di confronto e analisi non richiede notevoli sforzi, è la competenza necessaria ad analizzare questi dati e a trasformarli in azioni (strategiche e tattiche) concrete la vera novità che ha rivoluzionato, e arricchito, sensibilmente la funzione.

    Il marketing deve mantenere dei fortissimi punti di contatto con il commerciale, l’IT, il finance o la produzione e il rischio di venire travolti da queste quattro funzioni (che da sempre, a differenza del marketing, vivono e governano dati essenziali per la crescita aziendale come le vendite per il commerciale, l’impiego e il traffico di Megabyte per l’IT, il cash flow per il finance e i trend di produttività per la produzione) è elevato.

    Anche se ci ritrovassimo soli a presidiare un reparto Marketing, avremmo sempre l’opportunità di cercare all’esterno i partner adeguati per supportare i diversi processi (Digital, Inbound, Strategy…) ma a maggior ragione, un fortissimo presidio per giudicare la qualità dei risultati raggiunti e la capacità di saperli indirizzare diventa necessaria.

    In conclusione, indipendentemente dall’organizzazione e dal mercato, se dovete ripensare a questo ruolo, premiate e sviluppate competenze analitiche, di attitudine al problem solving basate sui dati, di saper interpretare un fenomeno descrivendolo però, sempre, in funzione di risultati attesi e di obiettivi.

    Questo è ciò che guida le organizzazioni oggi e il vero Marketing dovrebbe essere, da sempre, la vera guida delle aziende.

    di Andrea Ricotti_ Sales & Marketing Director
  • Inversione di tendenza: il mercato dei pc rialza la testa

    Siamo di fronte a una sorta di rinascita, dopo sei anni, con numeri significativi. I due principali analisti globali, IDC e Gartner, forniscono rilevazioni simili in merito al segmento.

    Era il primo trimestre del 2012 quando il mercato dei pc assisteva alla sua ultima, ma concreta, ascesa. Da quel momento in poi solo numeri in negativo per un settore che, qualche anno fa, sembrava dover scomparire del tutto sotto i colpi di tablet e ultrabook. E invece no. Siamo di fronte a una sorta di rinascita, a sei anni di distanza, con numeri significativi. Per una volta, anzi, i due principali analisti globali, IDC e Gartner, forniscono rilevazioni simili in merito al segmento, che ha beneficiato dei buoni risultati di vendita di almeno cinque player: HP, Lenovo, Dell, Apple e Acer. Entrambe le autorevoli fonti affermano che il mercato dei pc è cresciuto nel secondo trimestre del 2018: +2,7% per IDC, +1,4% per Gartner, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Da sottolineare che i dati di IDC includono le spedizioni di Chromebook, ma escludono quelle di tablet Windows, così come i dispositivi con tastiera rimovibile, come il Surface Pro. Gartner conta i tablet Windows, ma non i Chromebook o qualsiasi tablet Android. Più nello specifico, è il settore enterprise ad aver dato uno slancio maggiore al panorama pc. “La crescita è dovuta soprattutto alla domanda nel mercato business, che compensa un certo calo in quello consumer”, dice Mikako Kitagawa, principale analista di Gartner. “Nel segmento professionale, tuttavia, vedremo numeri più bassi quando, tra un paio di anni, diminuirà il picco di adozioni di Windows 10”. IDC concorda sul fatto che il ciclo di aggiornamento aziendale sta aiutando il contesto: “Anche se i pc tradizionali potrebbero non essere le macchine predefinite per molti scenari di utilizzo, il mercato continua a mostrare spazi di resilienza man mano che l’esperienza si eleva e migliora”, afferma Jay Chou, Research manager di IDC.
    In questo quadro tendenziale, il mercato del pc gaming appare ancora in espansione, ma a un ritmo lento; l’intensa competizione tra le aziende impegnate nel settore avrebbe determinato una riduzione dei prezzi che incide sul profitto delle aziende leader del settore, ovvero Asus e MSI. Nel segmento dei pc aziendali il focus di Intel e AMD su piattaforme rivolte a tale target di riferimento potrebbe, invece, portare benefici, ma non prima del terzo trimestre. A essere premiate saranno, quindi, le aziende che hanno approntato strategie commerciali efficaci per commercializzare entrambe le tipologie di prodotti. Dell, ad esempio, ha registrato consegne di pc in aumento del 6-7% nel primo trimestre del 2018, ed è riuscita a raggiungere gli obiettivi aziendali prefissati per le due categorie di prodotto. HP, al contrario, nello stesso trimestre ha riportato una riduzione delle consegne pari al 3% su base annua, perché le vendite dei pc gaming sono state inferiori alle aspettative. Resta delicata la posizione delle aziende taiwanesi, Acer e Asus, che continuano a perdere terreno nel mercato pc, a causa della competizione con Dell e HP negli Stati Uniti e in Europa, e con Lenovo in Cina. Le consegne di Asus potrebbero ridursi del 10% su base sequenziale.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • La rivincita degli SMS – Potenzialità e risultati di uno strumento che non ha fatto il suo tempo

    L’evoluzione e il destino del primo vero strumento di messaggistica real-time e il valore aggiunto degli SMS per i brand in una strategia di pianificazione media

    Che la ruota giri nel mondo digitale e degli strumenti di comunicazione non è certo una novità, ma non sono molti quelli che si aspettavano il ritorno di uno strumento tanto semplice quanto efficace come gli SMS.

    Con l’affermarsi di sistemi di messaggistica one-to-one come WhatsApp, l’uso dello smartphone ha modificato negli anni più e più volte le abitudini del grande pubblico. Chat, messaggi vocali, emoticon, stories, sono solo alcune delle funzioni che la nuvola mette a disposizione degli utenti di tutto il mondo per l’invio di messaggi. Un’app per ogni esigenza, fascia di età o Paese, rende l’offerta di questo ramo degli stores particolarmente ampia e frammentata, con un pubblico che solo in Italia conta più di 45 milioni di utenti attivi, solo per le prime tre app più popolari.

    Ma dove si ferma la creatività degli sviluppatori, inizia l’efficacia degli SMS. Uno strumento tanto semplice e ovvio che, dopo un declino che in 5 anni ha raschiato oltre il 75% dei volumi di utilizzo, sta ora trovando nuovo spazio all’interno delle pianificazioni media dei grandi brand e non solo. Secondo MailUp, su un campione di 170 medie-grandi imprese B2C, quasi il 30% utilizza regolarmente il canale SMS in modalità Marketing Automation.

    A oggi sono circa 560 milioni i messaggi che vengono inviati ogni giorno nel mondo, su oltre 6,8 miliardi di sim attive, risultando quindi anche un canale poco presidiato; se inoltre si considera che meno del 10% dei messaggi vengono segnalati come spam, gli SMS figurano come uno strumento davvero affidabile ed efficace.

    Il principale punto di forza di questo strumento di comunicazione è senza dubbio la semplicità. Con un vincolo di 160 caratteri, gli SMS si distinguono per la sintesi che riescono a imporre anche al copy più prolisso e, di conseguenza, per la quantità di informazioni che l’utente finale deve interpretare. Il risultato, supportato da un tasso di lettura dei messaggi del 98%, è un conversion rate medio vicino al 30%. Performance davvero fuori dal comune se si considera inoltre che il 90% dei messaggi vengono letti nei primi 3 minuti dalla ricezione.

    Un altro aspetto molto importante è la possibilità di ricevere risposte dirette e immediate da parte degli utenti. Se infatti le performance non hanno eguali in strumenti della stessa tipologia, la comunicazione tramite SMS si distingue anche per la possibilità di ricevere feedback da parte dell’utente. Call-to-action come “vuoi essere ricontattato?” o “ visita il link” o “rispondi Sì se ti interessa l’offerta” rendono estremamente facile per il brand ricevere una risposta immediata e continuare la conversazione con il cliente.

    Bisogna considerare inoltre che gli SMS vengono spesso utilizzati come canale di comunicazione ufficiale di servizi bancari, risultando molto comodi per ricevere informazioni sul proprio conto corrente o carte di credito. Anche questo fattore ha permesso che nel tempo gli utenti vedessero questo strumento molto più che un canale di messaggistica, ma come un vero e proprio hub personale legato alla sicurezza, andandone a incrementare il livello di affidabilità.

    Possiamo quindi affermare che, nonostante sia terminata da tempo l’era in cui gli SMS erano un costoso passatempo da teenager, fatti di rozzi smily, acronimi estremi e summer card da invidia, il loro destino è tutt’altro che al capolinea. L’affidabilità dello strumento, i costi limitatissimi di invio e l’efficacia di lettura e risposta ai brevi messaggi di testo, hanno trasformato questo canale di comunicazione tradizionale in un alternativo e prominente asset pubblicitario, da tenere fortemente in considerazione per una strategia marketing aziendale a 360°.

    di Marcello Pavan, Project Manager
  • Banda larga, Italia a tutta fibra

    Eccessivo il ritardo accumulato dal nostro Paese, ora è davvero necessaria l’azione di privati e Stato

    Banda larga: i ritardi accumulati non consentono più ulteriori indugi nell’azione dei privati e nell’intervento pubblico. È l’esito del confronto “Italia a tutta fibra: scenari e prospettive dello stato della banda larga in Italia e nel mondo” che si è tenuto nella Sala del Tempio di Adriano della Camera di Commercio di Roma. Il ritardo dell’Italia nelle infrastrutture materiali appare meno grave di quello che comunemente si ritiene e in certi settori sarebbe addirittura quasi inesistente. Il ritardo è molto grave, invece, nelle infrastrutture immateriali. In primo luogo nella banda larga, che è un fattore essenziale per la modernizzazione del nostro Paese, delle imprese, della pubblica amministrazione e delle economie territoriali. Per questo askanews ha deciso di dedicare alla diffusione della fibra ottica un convegno nel quale chiamare a raccolta le forze più dinamiche del Paese attorno a un progetto dal quale dipende la qualità del nostro futuro di Paese sviluppato. Ma qual è la situazione di sviluppo della banda larga in Italia? Nel convegno c’è stata una preziosa occasione di confronto tra la situazione italiana e quella del resto d’Europa. Attraverso la presentazione di dati e delle prospettive tecnologiche ed economiche delle autostrade digitali sono stati illustrati gli standard richiesti dai modelli di business del terzo millennio. Nel prossimo decennio poter disporre di un’infrastruttura in fibra ottica che raggiunga tutto il territorio nazionale sarà condizione necessaria per essere all’avanguardia in Europa. L’Unione Europea ha indicato la strada per la Gigabit society, basata su velocità di connessione raggiungibili esclusivamente con una rete in fibra che arrivi direttamente all’interno di case e uffici. Open Fiber la sta realizzando in Italia con un progetto innovativo e affidabile, colmando un vuoto nel nostro Paese e accelerando la rivoluzione digitale anche sfruttando le sinergie con il 5G”. Le reti a banda ultralarga rappresentano un fattore chiave per lo sviluppo della Società dell’Informazione e sono una condizione abilitante per la crescita economica come confermato dalle iniziative intraprese dalla Commissione Europea nell’ambito dell’Agenda Digitale Europea. Il potenziamento delle dotazioni infrastrutturali, direttamente collegato alla capacità di innovazione dei singoli territori, rappresenta uno degli obiettivi principali. La diffusione della banda ultralarga sul territorio, grazie alla maggiore velocità e affidabilità di trasmissione, abiliterà in modo significativo la diffusione dell’informazione, la condivisione e l’accessibilità del patrimonio pubblico, lo sviluppo e l’adozione di nuovi servizi digitali sia nel settore pubblico che privato, l’inclusione e la partecipazione dei cittadini, favorendo l’innovazione e il cambiamento in campo sociale ed economico.Nel frattempo, la tecnologia 5G darà un ulteriore accelerazione all’Internet of Everything: si stima che saranno 30 miliardi le persone e gli oggetti connessi entro tre anni; 1 trilione (1.000 miliardi) quelli connessi entro il 2030.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Digital Disruption, Digital Transformation, Innovation

    La complessità linguistica del marketing contemporaneo segue la necessità di mettere a fuoco la situazione attuale e i cambiamenti in corso. Significa dare un nome alle cose e rendere più comprensibile il cambiamento.

    La complessità linguistica del marketing contemporaneo segue la necessità di mettere a fuoco la situazione attuale e i cambiamenti in corso. Significa dare un nome alle cose e rendere più comprensibile il cambiamento. Il miglioramento continuo è ciò che guida il mondo digitale. Applicata come metodologia specifica oppure semplicemente presente come parte del contesto rispetto al quale facciamo business, la disciplina del cambiamento e della misurazione dei dati è una parte fondamentale dell’ambiente digitale. Parliamo di termini che utilizziamo ormai quotidianamente. Queste parole vanno di pari passo con la comprensione del fenomeno cui si riferiscono? Di cosa si tratta veramente? A volte sembra che pronunciare la parola giusta, al momento giusto, apra opportunità straordinarie che non si possono nemmeno immaginare.

    Il termine “disruptive innovation” è stato introdotto da Clayton Christensen, professore di Harvard, che lo coniò per indicare l’effetto di una nuova tecnologia o di un processo su un modello di business. Christensen è l’architetto e la principale autorità mondiale sulla disruptive innovation. Le innovazioni disruptive, secondo Christensen, presentano funzionalità normalmente ritenute poco interessanti o difficili da comprendere (quindi non facilmente rilevabili dalle ricerche di mercato standard) e hanno una velocità di propagazione molto elevata.

    Le aziende in genere, per loro natura, dovrebbero essere portate a innovare le proprie attività in modo incrementale, riuscendo così a supportare meglio i propri clienti, ma spesso la necessità d’importanti cambiamenti attiva processi non sempre fluidi e veloci. Quello che però può essere portato all’interno delle aziende è un cambio di passo nell’innovazione dei processi di Marketing. La domanda quindi potrà essere: “Come possiamo cogliere le potenzialità della tecnologia per migliorare in modo radicale e veloce le nostre operazioni di Marketing?”

    La digital disruption è un processo abilitato da un’innovazione digitale. Gli esempi sono tanti, da WhatsApp ad Apple. Proprio quest’ultima ha fatto della disruption la propria cifra. L’innovazione basata sull’utente è perfetta per creare innovazione incrementale, ma difficilmente genera cambiamenti radicali. In effetti, non mette in discussione i bisogni esistenti, anzi li rinforza. Con l’iPad, Apple non ha fornito una risposta ai bisogni del mercato.

    Un ottimo punto di vista è contenuto in un recente di McKinsey che fornisce alcune indicazioni piuttosto chiare e che ci spinge a liberarci della timidezza all’azione. Questi che seguono sono passaggi in grado, secondo McKinsey, di liberare il potenziale del digitale in azienda. Ecco i punti salienti: partire configurando la customer experience “top down”. Evitare di riproporre in ottica digital le attuali modalità di contatto con il cliente, ma progettarne di nuove. Mediare tra capacità tecnologica, standard e aspettative di mercato per proporre nuove customer experience. Attivare le trasformazioni IT sulla base dei processi. Inutile utilizzare le risorse IT in modo tattico per supportare le singole trasformazioni. Meglio individuare processi comuni e fare leva su questi per far seguire il resto. Prototipizzare, imparare e scalare. Realizzare, possibilmente coinvolgendo i clienti in ottica collaborativa, una configurazione di prodotto minima da testare. In tal modo si potranno ricavare i feedback che serviranno poi per la realizzazione del prodotto definitivo.

    Ricordate Virgin Air? Iniziò la propria attività proponendo il servizio con un solo aereo e su una sola tratta. Era un test per misurare l’idea di business, contenendo il rischio. L’estensione di questa modalità di testing potrebbe diventare una vera e propria strategia per l’innovazione, anche per le grandi imprese. Noi di H2H seguiamo il metodo del Design Thinking ormai da anni che ci guida in questa direzione di progettazione. Attivare il cambiamento culturale. Ecco un punto nodale. Sono richieste competenze che mescolino sensibilità di business, leadership e attitudine digitale. Questa è probabilmente la parte più difficile, soprattutto in contesti aziendali altamente strutturati. In tal caso è necessario un impegno extra del top management.

    Come sostiene Steve Ballmer, già CEO di Microsoft: “Non si può delegare la cultura”. Ecco quindi la Misurazione. Le metriche stesse cambiano. Guardare al ROI a breve termine potrebbe scoraggiare l’innovazione in alcuni casi, c’è un tempo di assestamento del ‘nuovo’. In generale sarà ancora più forte l’esigenza di un monitoraggio continuativo del cambiamento. Una vera e propria “analytics culture”. Abbiamo detto all’inizio Digital Disruption? Forse, meglio parlare di Digital Transformation. Profonda e, a tendere, feconda. Attivata da una nuova cultura.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist