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  • La febbre del selfie

    Location da favola, vite al limite e like come se piovesse… Sì, ma a che prezzo?

    Non c’è più niente di sacro”.

    Con questo payoff, due anni or sono, esordiva su Netflix Suburra, prima produzione italiana del colosso di Los Gatos: un viaggio nei loschi affari di una Roma sconosciuta ai più, dove la sacralità della Città Eterna è costretta a scendere a patti con un mondo d’intrighi, delitti e corruzione.

    Una frase forte per una serie TV, ma quanto mai attuale e provocatoria: nell’era dei social network, è davvero rimasto qualcosa di sacro?

    Qualche settimana fa, a Berlino, camminavo fra i corridoi del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa; un monumento grave e potente, eppure – complici il primo sole d’estate e l’innegabile teatralità del luogo – uno stuolo di turisti d’assalto ha iniziato a rincorrersi fra una stele e l’altra: pose, urla e scatti, contrapposti alla grigia sobrietà di un’opera tristemente diventata fra le più instagrammabili d’Europa.

    Fra caption fintamente accorate e selfie senza ritegno, la cultura dell’esserci – a scapito del come esserci – prende sempre più piede, svilendo la natura stessa di simboli così importanti per la nostra memoria. Una provocazione raccolta da Shahak Shapira, artista israeliano residente a Berlino, che attraverso il progetto virale Yolocaust ha colpito duramente i visitatori meno attenti: attingendo a decine e decine di foto inopportune sui social di fronte al Memoriale, ne ha calato i protagonisti negli scenari più crudi ed emblematici dell’Olocausto, creando contrapposizioni che suonano come fortissimi pugni allo stomaco.

    Iniziative di questo tipo saranno sufficienti a parlare alle coscienze? Non nella corsa allo scenario di tendenza, una ricerca spasmodica di attenzioni che – nei casi più estremi – può sfociare in pericolo.

    Di solo poche settimane fa è il caso legato a Chernobyl, acclamatissima miniserie HBO e Sky Atlantic che ha messo in luce alcuni dei più oscuri segreti sul disastro nucleare del 1986. Disastro le cui conseguenze si pagano ancora oggi, ma che sembrano non aver destato alcuna preoccupazione nelle centinaia di influencer (o aspiranti tali) che si sono riversate nella cosiddetta zona di alienazione – estremamente radioattiva – per immortalarsi in quei luoghi spettrali e abbandonati.

    E così, senza mai rinunciare alla didascalia d’effetto, ecco gli instagrammer accanto ai simboli della tragedia, a testimonianza di un’isteria collettiva che non può e non deve essere giustificata dal clamore per la serie TV del momento. Uno spirito di emulazione così forte da aver costretto Craig Mazin, il creatore della serie, a intervenire con un tweet che invitava al rispetto per le vittime.

    Altrettanto d’effetto è la notizia che le iper-instagrammate Maldive della Siberia – lago artificiale sottostante la centrale elettrica di Novosibirsk, le cui acque turchesi ricordano da vicino quelle originali – siano in realtà altamente nocive per chiunque ci si immerga: il monito degli addetti ai lavori basterà a fermare i social addicted più ansiosi di fingersi ai Tropici?

    Passare il tempo fra location da urlo, vite da copertina e lusso sfrenato è un sogno comune a tanti, ma è giusto chiedersi se ciò che inseguiamo così voracemente ci restituisca qualcosa, ci dia più valore come essere umani. Vivere fino in fondo le situazioni, invece che subirle in funzione di una miglior visibilità, dovrebbe essere il nostro obiettivo: che la scelta di Instagram di togliere il numero di like sotto i post pubblicati sia una spinta in questa direzione?Quel che è certo è che, per quanto cool, impegnativi o ricercati, non saranno i nostri post a rivelare chi siamo davvero. – Bella questa, quasi quasi ci faccio una story…

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • Auditel, nasce il sistema di rilevazione degli ascolti tv sul digital

    Dallo scorso 25 giugno, la Società pubblica quotidianamente anche i dati sugli ascolti TV su device digitali. Sono misurate le performance di contenuti e pubblicità.

    Nell’attuale panorama mediale, la distinzione tra canale e contenuti è diventata uno dei pilastri su cui costruire un adeguato sistema di analisi del settore. Si tratta di coerenza, ancor prima che di semiotica allo stato puro. Giusto per fare un esempio, è pretenzioso e fuorviante pensare ai contenuti televisivi come materiale veicolabile in via esclusiva solo sul piccolo schermo.

    Ecco perché ciò che è successo lo scorso 25 giugno in via Larga (civico 11) a Milano ha il sapore della primo step di un cambiamento epocale. O, perlomeno, di una delle più grandi innovazioni per i media italiani. Nella sede di Auditel, il presidente Andrea Imperiali ha convocato gli organi di stampa per la prima conferenza stampa nella storia trentennale della Società. Il motivo? Da quel giorno, Auditel rende pubblici ogni giorno gli ascolti TV sui device digitali in casa e fuori casa.

    Il nuovo sistema di raccolta censuario Auditel, in fase di rodaggio dal 16 dicembre 2018, misura quindi la performance dei contenuti e della pubblicità sulle moderne piattaforme, come smartTV, smartphone, tablet, PC e Game Consolle: i valori quotidiani vengono pubblicati, in queste prime settimane, alle ore 18 tramite le software house Nielsen, MCS e Techedge. Ogni martedì alle ore 10 viene poi fornito gratuitamente il rapporto Auditel Standard, con i dati della settimana (dalla domenica al sabato precedenti). E, se il sistema campionario di Auditel conta 191 editori, quello censuario (adottato per i digital device) comprenderà l’86,5% del totale ascolto televisivo: in questa percentuale trovano spazio DeAgostini, Discovery, La 7, Mediaset, Sky e Rai.

    “Si apre una nuova era per tutti”, ha giubilato Imperiali. Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente di Utenti Pubblicità Associati, ha subito voluto aggiungere: “Questo progetto mette l’Italia in prima fila nel settore delle analisi: noi investitori possiamo ora analizzare un pubblico nuovo, più dinamico e diverso demograficamente rispetto al corrispettivo della tv lineare”. All’orizzonte si profilano però altre novità con un peso specifico di assoluto interesse. Per questi primi mesi, la nuova ricerca si affiancherà alle tradizionali analisi Auditel: l’obiettivo è arrivare alla definizione di una Total audience della TV, aggregando le rilevazioni della TV con quelle provenienti dai device digitali.

    I dati raccolti al momento da Auditel si riferiscono infatti alla sola visione da desktop, mobile browser e smartTV. Alla lista delle fonti mancano ancora le app, ma dovrebbero aggiungersi all’elenco a settembre 2019 dopo aver completato la fase di certificazione.

    Nei primi mesi del 2020 sarà implementata una library per armonizzare la denominazione dei contenuti e degli spot pubblicitari: un codice identificativo Cusv sarà legato a ogni campagna per tracciare uno specifico spot. Per quanto riguarda il formato video, si presume poi una vera e propria rivoluzione, grazie all’avvento del 5G in Italia e alle peculiarità dei nuovi formati che si svilupperanno.

    L’attenzione delle maggiori concessionarie pubblicitarie si sta tuttavia concentrando sulle nuove metriche adottate per le misurazioni delle fruizioni da digital: Average Minute Rating-Device (ascolto nel minuto medio), Legitimate Stream (volume dei stream erogati e visualizzati per almeno 300 ms), Total Time Spent (tempistica totale di visualizzazione) e Average Stream Duration (durata media di uno stream). I contenuti sono categorizzati in sei formati (tra cui live, digital first o preview), mentre quattro classi sono dedicate alla pubblicità.

    In ultima analisi, il vero grande vantaggio di questi primi dati Auditel è la loro comprovata oggettività. Le rilevazioni sono certificate, verificate e non generate da software fraudolenti. Il rispetto dei principi regolatori e la totale trasparenza connotano tali metriche di analisi come l’unica soluzione compatibile e in piena coerenza con il GDPR.

    di Luca De Marchi_Content & Strategy
  • Baricco: con The Game racconto chi ha scritto le regole del gioco digitale

    Dove stiamo andando, e soprattutto, come siamo arrivati fin qui?
    Una mappa imperdibile dell'Homo Sapiens dopo il sisma che ha sconvolto un'intera civiltà. La nostra.

    Una conversione collettiva a nuove tecniche di sopravvivenza. Una virata strategica geniale. Un formidabile cambio di paradigma. È la mutazione di cui Alessandro Baricco traccia un’articolata cartografia in The Game (Einaudi), avventurosa ricostruzione del complesso di innovazioni noto come “rivoluzione digitale”. Non solo un radicale cambiamento tecnologico indotto dagli strumenti che hanno trasformato le nostre vite negli ultimi trent’anni, ma il risultato di una vera e propria “insurrezione mentale”.

    Attenzione, infatti, a non confondere causa ed effetto: l’uomo nuovo non è quello prodotto dallo smartphone, ma “quello che l’ha inventato, che ne aveva bisogno, che se l’è disegnato a suo uso e consumo”. La rivoluzione digitale descritta nelle pagine di The Game ha dunque l’aspetto di una catena montuosa prodotta da un sisma sotterraneo, una cordigliera le cui vette scandiscono le tappe di un itinerario che, non a caso, prende simbolicamente le mosse da Space Invaders, il videogioco che nel 1978 smaterializza l’esperienza (non solo) ludica e ne sposta il baricentro, stabilendo la postura tipo dell’età digitale: uomo-tasti-schermo. Tre “gesti lunghi” tracciano il campo da gioco della nuova epoca: la digitalizzazione di testi, suoni e immagini che riduce allo stato liquido il tessuto del mondo (dal CD al DVD passando per l’MP3); la diffusione del personal computer che diventa davvero visibile a metà degli anni ’80 con Ibm, Commodore 64 e Mac e irreversibile a metà del decennio seguente con l’avvento di Windows 95; la connessione dei computer in una rete che si fa World Wide nel 1990 grazie al Web ideato da Tim Berners-Lee e arriva al traguardo nel 1998 con la nascita di Google.

    Tramonto delle mediazioni in un mondo a trazione diretta, apparentemente senza confini e senza élite; transizione dalla linearità alle strutture ipertestuali; profilarsi di una sorta di “umanità aumentata” che trova il suo habitat in un sistema di realtà dove la distinzione tra mondo vero e oltremondo virtuale decade a confine secondario: su queste fondamenta s’innesta il processo di colonizzazione digitale del pianeta. Wikipedia e Linkedin, Skype e Facebook, YouTube e Twitter preparano il momento clou del 9 gennaio 2007, quando Steve Jobs dal palco del Moscone Center di San Francisco dichiara di avere reinventato il telefono. “It’s very simple”, afferma mentre fa scaturire meraviglie pizzicando divertito lo schermo di “un piccolo computer che finge di essere un gioco”. Un gran finale e al tempo stesso il punto di partenza della fase in cui siamo immersi tuttora, dove all’esperienza intesa in senso classico, novecentesco (compimento, pienezza, sistema realizzato) si sostituisce la post-esperienza (squarcio, perdita di controllo, dispersione). Se l’esperienza era un gesto che metteva in ordine la realtà, la post-esperienza è un movimento che la destabilizza. E che diventa “il nostro modo di creare senso, di ritrovare la vibrazione del mondo”.

    Una volta compresa la straordinaria portata della mutazione digitale, siamo davvero sicuri di conoscerne gli obiettivi e i valori? Qualcuno ha calcolato le conseguenze dell’uso dei brand new tools sul nostro modo di vivere e forse anche di essere? Stiamo costruendo una civiltà brillante ma incapace di reggere all’onda d’urto del reale? Mentre ci addentriamo tra le sfide e le potenzialità offerte da un mondo in continuo movimento, diventiamo ogni giorno più consapevoli che le mappe di cui abbiamo bisogno ancora non esistono. Sappiamo però dove cercarle: nel rovescio delle nostre paure. Allora pronti? Let’s play.

    di Alessandro Vezzoli_Copywriter e Redattore
  • Crossmedia state of mind: il nuovo progetto firmato da Best Western

    Best Western sta lanciando in questi giorni un communication plan ad alto impatto, in esclusiva con la concessionaria Rai Pubblicità. L’obiettivo? Ottenere una copertura di 195 milioni di contatti.

    Il mercato italiano non ha ancora accolto pienamente la crossmedialità. O, perlomeno, è ancora ben lontano dai record registrati negli ecosistemi anglosassoni. Troppi communication plan made in Italy non propongono infatti un’adeguata declinazione e variazione dei concept all’interno di molteplici canali. E questo fenomeno va a discapito della sensibile differenza di dinamica esperienziale che connota target eterogenei, legati a specifiche piattaforme o device.

    Semiotica a parte, c’è chi però ha deciso di scommettere sull’approccio crossmediale. E questo “chi” risponde al nome di Best Western Italia, la business unit tricolore della celebre catena alberghiera con 4.200 hotel indipendenti sparsi in 86 Paesi. Numeri, insomma, che collocano questa società alla medaglia d’argento di categoria, dietro solo a Hilton, storicamente più attivo sui canali mainstream. In questi giorni, l’azienda sta lanciando una pianificazione multicanale (oltre al canonico investimento digital), affidandone l’esclusiva a Rai Pubblicità.

    L’obiettivo è ottenere una copertura di 195 milioni di contatti, con una strategy fondata su quattro pillar. In primis, la business acquisition: i canali digital saranno presidiati lungo tutto il funnel, con investimenti in crescita del 10% (keyword e mobile assorbiranno il 31% del budget, con targeting e affiliation ferme al 19%). Il secondo pilastro è rappresentato dalla loyalty: nonostante il programma Best Western Reward sia ben avviato in Italia (ricavi da 40 milioni di euro, grazie ai 60 mila iscritti), manca ancora un’adeguata gestione dei dati rilevanti per ottimizzare le proposte di comunicazione dell’iniziativa. Al terzo posto troviamo le funzioni mobile evolute per il room service, il chatbot e la notevole mole di strumenti che Best Western Italia mette in campo per la premium digital experience dei propri customer. L’ultimo punto della lista è dedicato al branding, di cui fa parte la collaborazione con Rai.

    In estrema sintesi, Best Western è intenzionata a sbarcare con forza su mezzi di comunicazione in grado di andare oltre il singolo click. Mantenendo la presenza su radio e cinema (mezzi che hanno già assicurato ritorni significativi), si darà maggiore attenzione alla tv e all’offerta digitale di Rai, vera scommessa della campagna.

    Non sorprende dunque che il communication plan sia stato declinato in primis su Rai Play e sul canale YouTube Rai, lo scorso 14 febbraio. Per la radio e la tv si dovrà aspettare il 17 marzo, con billboard, fuori break e spot di 7” e 20” sulle reti generaliste e specializzate Rai. La messa in onda avverrà durante i maggiori appuntamenti editoriali e fiction Rai, come i TG serali, Il nome della Rosa, Il commissario Montalbano, Meraviglie di Alberto Angela, Passaggio a Nord-Ovest, Geo & Geo e Kilimangiaro. Un riflettore speciale sarà puntato anche sugli eventi calcistici, tra cui alcuni match di Champions League, la finale di Coppa Italia e gli impegni della Nazionale Italiana nelle UEFA Euro 2020 Qualifying.

    Analizzando nel dettaglio l’operazione, si raggiungeranno 599 comunicati sul piccolo schermo, un totale di 1,8 milioni di impression su Rai Play, 117.404 passaggi al cinema e 546 diffusioni su radio con radio-promozioni e tabellare. E, se il budget del plan con Rai non è stato diffuso, per quanto riguarda l’aspetto economico si deve far riferimento alle dichiarazioni di Sara Diegesi, Chief Marketing Officer di Best Western Italia: «Il budget digital annuale ammonta a 1 milione di euro e 1,5 milioni per le attività loyalty. Per il brandind saranno portate a termine altre operazioni più piccole come eventi, sponsorizzazioni e pagine su stampa di settore. È un segnale di leadership verso il mercato».

    Difficile darle torto. Siamo di fronte a una delle proposte di comunicazione crossmediali più interessanti e stimolanti della storia del mercato pubblicitario italiano. Sarà uno step fondamentale per il futuro del settore, al di là di KPI raggiunti o meno. Per dirla come sull’altra costa atlantica, ormai #CrossmediaStateOfMind.

    di Luca De Marchi_Content & Strategy
  • La linea sottile fra politica e spettacolo nel tempo dei social

    Immediatezza e contatto diretto, sono queste le chiavi per raggiungere l’elettorato al giorno d’oggi: ecco perché i politici di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso ai social media.

    Ci fu un momento, nei primi anni 2000, in cui il potere aggregante dei social divenne chiaro: una dopo l’altra, la febbre da condivisione iniziò a colpire moltissime star di fama internazionale, che iniziarono a farci entrare nelle loro vite e a mostrarci un lato quotidiano capace di umanizzare anche i più irraggiungibili.

    Una tendenza a cui, per anni, un unico ambito sembrò resistere: la politica. Ancora appannaggio di comunicati ufficiali e media tradizionali, il linguaggio schietto, rapido e raramente sofisticato dei social media poco si prestava a rappresentare l’immagine dei politici, qualsiasi fosse la loro caratura.

    Tutto cambiò con le elezioni americane del 2012, le prime, vere “Social Media Elections” della storia: se già nel 2008 Barack Obama e il suo team erano stati lungimiranti nell’individuare le potenzialità dei social – pur potendo puntare su un bacino di utenti più limitato – nella vittoria del secondo mandato Facebook, Twitter e Instagram giocarono un ruolo cruciale. Proprio quel linguaggio privo di fronzoli contribuì in maniera massiccia ad avvicinare Presidente ed elettori, che si sentirono parte integrante della stessa campagna elettorale.

    Uno scenario quasi futuristico in altre parti del mondo, dove ci si domandava quando e se i social sarebbero riusciti a fare breccia nella roccaforte della politica nazionale: sei anni dopo, la risposta è evidentemente sì.

    Oggi i social network sono il principale mezzo di comunicazione fra politici ed elettorato: se i tweet al vetriolo di Trump – condannati dai detrattori ed elogiati dai sostenitori per la loro disarmante schiettezza – non hanno bisogno di presentazioni, anche da questa parte dell’oceano la nuova classe politica fa dei social uno strumento imprescindibile.

    Il filo conduttore? L’immediatezza. Non è un caso se anche i politici del Bel Paese scelgono di raccontare a tutto tondo le proprie esperienze, dal più ufficiale degli incontri all’endorsement per la serie TV del momento. Un modo di comunicare senza filtri che inevitabilmente avvicina la figura politica alla gente, rendendola più umana, accessibile, decifrabile.

    Il passo da figura istituzionale a web star è quindi brevissimo, al netto di una situazione che più che mai porta a polarizzare l’opinione pubblica fra fermi sostenitori – sarebbe meglio parlare di fan? – e instancabili oppositori – e qui la parola hater non verrebbe usata a sproposito.

    Una rivoluzione totale, motivata da mille ragioni diverse. Innanzitutto i social, oltre a garantire un approccio più diretto, permettono di aggirare i costi non proprio abbordabili di una campagna elettorale tradizionale: basta una buona pianificazione pubblicitaria sulle piattaforme social per arrivare come e dove si vuole. Investire in annunci pubblicitari su YouTube, ad esempio, è assai meno dispendioso che pagare una presenza in TV o in radio.

    Un secondo aspetto è la possibilità di captare e usare a proprio vantaggio l’opinione pubblica su una varietà pressoché infinita di argomenti: ricorrendo ai dati analitici dei canali, è ormai immediato misurare la reazione del pubblico su qualsiasi questione, aggiustando il tiro quando serve con costi limitati e in tempo reale.

    In definitiva, il politico d’oggi e la sua presenza online sottostanno alle stesse logiche di un brand: diventa quindi fondamentale pensare in modo ponderato a ciò che si vuole dire e come, evitando di ritrovarsi in pericoloso effetto boomerang quando un tweet, un post o un’immagine non raggiungono lo scopo desiderato. E di scivoloni social, si sa, ne è pieno l’internet.

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • Join the human side of marketing: l’emozione avvicina brand e clienti

    Le persone vengono prima dei consumatori. L’approccio H2H, Human-to-Human, scardina la classica dicotomia B2B/B2C e rivoluziona il mondo della comunicazione e del marketing.

    H2H, Human to Human: l’uomo torna al centro, in un nuovo Rinascimento dove “digitale” rima più che mai con “personale”. Per chi opera nell’ambito del digital marketing non basta avere acquisito tecniche e skills, né conoscere alla perfezione i brand di cui si occupa: è indispensabile raccogliere le molteplici sfide di un rapporto che nasce e si sviluppa attraverso la connessione tra gli esseri umani.

    H2H, Human to Human: più di un acronimo d’impatto, più di un versatile mantra, qui ci troviamo di fronte a una radicale inversione di paradigma. La chiave d’accesso a un Umanesimo della comunicazione, un paesaggio mutato e mutevole dove le aziende possono sopravvivere solo a patto di imboccare la strada della trasformazione “human oriented”.

    A coniare il termine e a lanciare il movimento #H2H è stato Bryan Kramer, cofondatore e CEO dell’agenzia PureMatter, social media strategist e influencer tra i più autorevoli a livello mondiale, in un testo che fin dal titolo non lascia spazio ai fraintendimenti: There’s no B2B or B2C; it’s Human to Human #H2H. Mentre l’unica opzione del marketing tradizionale sembrava giocata sull’alternativa “Business-to-Business” o “Business-to-Consumer”, l’approccio H2H impone ai brand di rinunciare all’arma spuntata degli slogan per ascoltare e comprendere il nuovo consumatore, non più target subissato da enunciati indiscutibili (“siamo i leader del mercato”, “proponiamo il top di gamma”, “offriamo soluzioni all’avanguardia”), ma protagonista di un dialogo ad armi pari con le aziende grazie all’interattività dei canali social. È il buzz che elettrizza le conversazioni di milioni di utenti, l’incessante brusio cui tendere l’orecchio, “ciò di cui tutta la città parla” e che il marketer attento non può permettersi di ignorare.

    Le imprese non hanno emozioni”, dichiara Kramer in un post sul suo blog, ma chi ne acquista i prodotti esige di essere emozionato. Il cliente che prepara le proprie scelte informandosi in modo sempre più autonomo e consapevole ormai non si limita ad allungare la mano verso un oggetto da infilare in un carrello fisico o virtuale. Pretende di sentirsi incluso in un contesto; vuole percepire un marchio come vicino a sé ed essere coinvolto in una community che si riconosca nel medesimo processo di identificazione; è incuriosito dalla storia e dalle persone (e dalla storia delle persone) a monte dei prodotti; desidera scoprire territori ignoti, apprendere contenuti interessanti e fornire a sua volta consigli.

    Ascoltate i vostri clienti: ecco il primo comandamento che l’approccio H2H impone alle aziende. Cercate di capirne i bisogni, ma soprattutto interagite con loro. Metteteci la faccia, mostratevi per come siete, anche a costo di apparire imperfetti, persino vulnerabili. In una parola, siate umani. Umani nell’adozione di un tone of voice semplice e immediato, che si rivolga in primo luogo alle persone. Umani nell’intelligente e ironica combinazione di testi, immagini e contenuti video per dare vita a forme di storytelling efficaci ed emozionali. Umani nella costruzione di una relazione aperta agli scambi in entrambi i sensi, che stimoli commenti, intercetti opinioni, trasformi ogni interazione in una preziosa opportunità di feedback.

    “Gli esseri umani” scrive Kramer “sono complessi per natura eppure ambiscono alla semplicità. La sfida che riguarda tutti noi, e in particolare chi si occupa di marketing, consiste nell’individuare, comprendere e spiegare la complessità nella sua forma più semplice. Trovare ciò che ci accomuna in quanto esseri umani e comunicarlo con le parole che tutti stavamo aspettando.”

    Alessandro Vezzoli_Copywriter
  • Turismo: a sorpresa, il Millennial preferisce l’agenzia

    Lo scenario delle vacanze 2018: la Grecia registra le migliori performance e la Spagna è in recupero dopo la flessione dello scorso anno, dovuta al caroprezzi. L’Italia cresce a doppia cifra, ma purtroppo su una stagionalità ancora troppo corta.

    Le persone che hanno prenotato vacanze organizzate da effettuare nel periodo giugno-settembre 2018 sono, ad oggi, il 15% in più rispetto a quelle dello scorso anno, nel pari periodo. E la percentuale aumenta se oltre agli individuali si considerano i gruppi. È interessante notare che nelle agenzie entrano nuove tipologie, nuovi profili di clienti. I Millennials, ad esempio. Il web non è più vissuto come concorrente ma come strumento per avvicinare nuovi cluster; le agenzie hanno sfruttato gli strumenti digitali messi a loro disposizione per rendersi accattivanti verso vari pubblici, dialogando con persone molto diverse grazie al supporto tecnologico e social. Da evidenziare anche che, rispetto agli anni passati, i clienti spendono mediamente di più: il tempo libero torna ad avere un ruolo centrale negli investimenti. Dal week end alla vacanza balneare al viaggio complesso, si registrano maggiore attenzione e passione verso il comparto turistico. Le mete più richieste per l’estate 2018 sono Spagna, Italia e Grecia. La Grecia registra le migliori performance e la Spagna è in recupero dopo la flessione dello scorso anno dovuta al caro-prezzi. L’Italia cresce a doppia cifra ma purtroppo su una stagionalità ancora troppo corta. Il clima, su buona parte delle nostre coste, consentirebbe di operare con una stagionalità da maggio a fine settembre ma fino a quando le vacanze scolastiche non verranno riviste con una gestione modulare questo non potrà accadere. In Italia le famiglie prediligono ancora il format del villaggio, ma sono in crescita le richieste di hotel su misura, con caratteristiche ad esempio declinate sulla presenza di centri benessere, hotel per coppie e strutture con ristorazione specifiche e in grado di gestire allergie alimentari. Nel medio raggio si assiste al posizionamento di Egitto e Tunisia.

    L’Egitto balneare è in fortissima ascesa, e lascia supporre che il trend continuerà per tutto l’anno; la meta più richiesta è Marsa Alam (Mar Rosso), seguita da Marsa Matrouh (costa Mediterranea) e Sharm El Sheikh. La Tunisia dà segnali di ripresa, ma si prevede che i frutti si coglieranno nell’estate 2019. Le crociere piacciono sempre molto agli italiani e riscuotono successo anche grazie alle politiche promozionali, di sviluppo e di innovazione dei crocieristi, all’ampliamento della programmazione e dell’offerta. Se un tempo si poteva pensare che le crescite nel bacino del Mediterraneo fossero indotte dalle criticità in atto in alcune destinazioni del nord Africa, oggi si nota una crescita autonoma. Nel cosiddetto lungo raggio l’andamento è sempre molto positivo verso l’Oceano Indiano, in particolare Maldive e Tanzania. Si assiste a segnali di ripresa verso i Caraibi, dove probabilmente l’interesse tornerà a manifestarsi massicciamente in inverno.

    Infine un dato connesso sia alle mete lontane sia a una nuova tendenza che prende sempre più piede, quella del turismo esperienziale. Su questo fronte, le mete più richieste per l’estate 2018 sono state Emirati Arabi, Oceano Indiano, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Giappone, arricchite da dettagli e sorprese in ogni singolo passaggio del viaggio, da particolari che rendono l’esperienza unica e inimitabile.

    a cura della redazione di Redwave_mag
  • Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana? (P.3)

    Al giorno d’oggi un Marketing Manager dovrebbe ripensare al tempo che dedica alle varie attività previste nel proprio ruolo.
    Un ruolo che diventa sempre più Digital e, di conseguenza, sempre più Content e Data Driven. Farlo con successo, vuol dire tornare ai fondamentali del marketing: i canali, il target, il posizionamento e la concorrenza.

    Nei precedenti articoli ci siamo soffermati su come cambia il ruolo del responsabile Marketing di una media azienda Italiana, chiamato sempre di più a ragionare in ottica di “WHY” (ragion d’essere = fonte primaria di contenuti) e “KPI” (indicatori di misura = che aiutano a capire se si sta raggiungendo l’obiettivo desiderato).

    Nella quotidianità questi concetti vengono declinati su quattro “driver” fondamentali: il posizionamento, la concorrenza, il target e i canali.

    Viviamo nell’epoca in cui il numero di dispositivi connessi alla rete ha superato il numero di abitanti sul pianeta; le nuove generazioni stanno facendo proprio il concetto di ‘second screen’, se non addirittura di ‘third screen’ (due/tre dispositivi consultati contemporaneamente); ognuno di noi vive in sempre di più in una costante ‘sete’ di messaggi e notizie, per cui Apple stessa sta parlando di ‘Digital Detox’ per ridurre questa dipendenza.

    In questa crescita esponenziale di messaggi, stimoli, annunci e notizie come è possibile per un’azienda priva di un brand ‘iconico’ differenziarsi? Catturare l’attenzione? Colpire e interessare gli altri?

    Avere ben chiaro il posizionamento, vuol dire avere a mente come ci si deve differenziare dai concorrenti, cogliendo prima degli altri i trend emergenti del proprio mercato.

    I trend sono quei segnali anticipatori di un fenomeno che, ormai in pochissimo tempo, diventano regole, abitudini e consuetudini di un mercato dove i clienti ricercano benefici unici ed esperienze nuove.

    Capire il proprio target significa conoscere quali sono i benefici esclusivi e differenziali che i miei clienti ottengono in una scala di benefici (la famosa piramide dei bisogni di Maslow), dove sempre più, ai cinque livelli esistenti se ne va aggiungendo un sesto: il bisogno di ‘autenticità’, vale a dire il bisogno di sapere che quello che si sta leggendo, ascoltando, provando è reale, vero, privo di contaminazioni e genuino.

    Ecco perché il Marketing esperienziale, di cui parleremo in un’altra sede, sta diventando un punto chiave, ed ecco perché usare bene i nuovi canali, digitali ma non solo, equivale a dire che si è ben compreso come raggiungere i propri clienti per alimentare il funnel di nuovi lead (oggi sempre più merce rara e preziosa).

    I concorrenti vanno studiati, analizzati, capiti e, quando serve, copiati, cercando di fare proprie best practice già collaudate e di renderle più autentiche e differenzianti.

    Tutte e quattro queste leve agiscono simultaneamente sui risultati aziendali, tutte e quattro le leve hanno i loro KPI di riferimento da misurare periodicamente.

    Tutte e quattro le leve vanno usate al meglio, perchè trascurarne una vuol dire esporsi pericolosamente a minacce che possono far crollare la mia ragion d’essere (il famoso “WHY”).

    di Andrea Ricotti_Sales & Marketing Director
  • Prudenti, giovani e smart: chi sono le donne che acquistano online

    Uno studio sul comportamento d’acquisto online delle donne basato su 12 milioni di utenti. Ridotto il gap con gli uomini: il 65% delle donne raggiunge i siti di ecommerce da smartphone ed è più fedele ai brand

    “Risparmio tempo: compro online” è il titolo della ricerca condotta da Webranking per #STEMintheCity, l’iniziativa promossa dal Comune di Milano volta a diffondere una nuova cultura digitale e a sostenere la scelta di materie scientifiche nel percorso di carriera delle donne, e presentata di recente a Palazzo Marino. Elena Caserini, Digital Marketing Director di Webranking, e Alice Fagandini, Digital Analytics Expert di Webranking, hanno illustrato i risultati dello studio insieme a Roberta Cocco, Assessore alla Trasformazione Digitale e ai Servizi Civici del Comune di Milano.

    La ricerca è stata sviluppata dal team di Digital Analyst di Webranking, che si occupa di analisi ed elaborazione dei dati con l’obiettivo di offrire servizi di marketing data driven, ed è basata sulla navigazione di 12 milioni di utenti degli ultimi due anni, con un focus specifico riferito a quattro settori: moda, intrattenimento, viaggi, tech. Tra le principali differenze che emergono nel comportamento d’acquisto online, le donne sono più prudenti nella ricerca rispetto agli uomini, ponderano maggiormente le scelte e tornano il 14% di volte in più su un sito prima di procedere all’acquisto, percentuale che cresce al 22% se si considerano solo i siti di moda e viaggi.

    Non solo, è interessante anche la percentuale di donne attive online che sta aumentando e raggiungendo quella maschile: infatti, è attivo su internet, quotidianamente, il 64% delle donne contro il 73% di uomini. Solo nel 2012, questo divario era nettamente maggiore (43% contro 60%). Le donne che fanno acquisti online sono anche più giovani rispetto agli uomini: la percentuale maggiore rientra, infatti, nella fascia d’età 25-34 anni, mentre gli uomini che comprano sul web sono generalmente over 44. Ma le donne sono anche più smart: sono loro a prenotare i viaggi, confrontando i prezzi sui vari siti (69%), acquistano sulle piattaforme di ecommerce di moda (63%), hanno l’ultima parola nella scelta dell’intrattenimento per la famiglia (40%), anche se l’acquisto finale resta appannaggio maschile, ma lasciano agli uomini gli acquisti in tecnologia (36%).

    Infine, in linea con quanto dimostrano le ricerche di mercato, è in realtà il pubblico femminile a essere maggiormente all’avanguardia rispetto a quello maschile: sono le donne a navigare maggiormente da mobile. La fruizione di contenuti da smartphone, infatti, raggiunge il 65% nei siti ecommerce più tradizionali contro una media del 30-35% generale (maschile e femminile) limitatamente ai settori analizzati, definendo così anche una maggiore fedeltà verso i brand selezionati.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori

    L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di “Narcos”, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa

    “Se negli anni ‘80 avete venduto l’anima, oggi potete ricomprarla”. Con questo straordinario pezzo di copywriting Volkswagen lanciava, agli inizi del 2000, il nuovo Maggiolino. In questo titolo è sintetizzata la storia di una generazione che negli anni ‘60 ha manifestato a suon di fiori dentro i cannoni, professando l’amore libero e universale. Una generazione che si muoveva in Maggiolino o con il T1, rigorosamente Volkswagen, che pernottava all’aria aperta per giorni in attesa di un concerto. Hippie si chiamavano, o figli dei fiori; erano ispirati dai poeti della beat generation e da visionari come Timothy Leary. Qualcuno li definiva anarchici, ma in fondo erano solo dei romantici. Poi sono cresciuti, con il passare degli anni hanno perso un po’ di quel romanticismo e sono diventati agenti di Borsa. Yuppie si chiamavano, hanno fatto i soldi e hanno rivisto un po’ i loro valori. Dal camping all’aria aperta sono passati agli attici di Central Park. Insomma, hanno fatto carriera e hanno alimentato il nuovo capitalismo. Aprendo la strada al consumismo più sfrenato. Eh già, perché è proprio in questo periodo che, grazie alla televisione commerciale, la pubblicità ha vissuto il suo più grande splendore in termini di persuasione. Tutto quello che veniva pubblicizzato aiutava l’uomo a sentirsi più uomo, e aiutava la donna a sentirsi più donna di casa. Ecco, quindi, che agli inizi del nuovo secolo anche l’icona degli hippie, il Maggiolino, si ripropone in chiave moderna e, di conseguenza, icona del lusso. Oggi siamo tutti alla finestra a osservare la Generazione Z, la nativa digitale. Che non ha niente in comune con quella dei propri nonni e dei loro genitori. Apparentemente. Non sono ambiziosi perché il contesto intorno non li fa sognare. Hanno una personalità offline e una online, spesso molto diverse tra loro. Non amano il possesso e pernottano all’aria aperta per giorni in attesa del nuovo iPhone. Come unico canale guardano Youtube, hanno come unico media di riferimento il social in tutte le sue declinazioni e ascoltano un brano musicale per 50 secondi. Quest’anno hanno votato per la prima volta. Ci si rivolge a loro con un tono di voce diverso, spesso attraverso gli influencer. Già, questa nuova figura un po’ youtuber, un po’ ambassador, il punto di raccordo tra le marche e la loro audience. Non sono mai smaccati, perderebbero di credibilità, e con questa lo status di influencer. Un danno per tutti. Ecco, allora, la prima cosa che hanno in comune le tre generazioni: i social. Hanno cominciato a usarli ognuno per motivi diversi, e oggi li utilizzano per lo stesso motivo. Condividersi. La maggior parte degli accessi avviene da dispositivi mobile, ed ecco il secondo punto di contatto: la tecnologia smart. Oggi la più cercata e ricercata, che ristabilisce il gap generazionale. L’unico vero media è il mobile e le tre generazioni confluiscono in un unico grande stile di comportamento. Be connected. Il comportamento connesso lo chiamano, quello della “Generazione C”, la prima che non si basa sull’anagrafe, ma su un’attitudine. Questa generazione sta cambiando il mondo, davvero. L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di Narcos, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa e dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori.

    di Geo Ceccarelli_Chief Content Officer