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  • Turismo: a sorpresa, il Millennial preferisce l’agenzia

    Lo scenario delle vacanze 2018: la Grecia registra le migliori performance e la Spagna è in recupero dopo la flessione dello scorso anno, dovuta al caroprezzi. L’Italia cresce a doppia cifra, ma purtroppo su una stagionalità ancora troppo corta.

    Le persone che hanno prenotato vacanze organizzate da effettuare nel periodo giugno-settembre 2018 sono, ad oggi, il 15% in più rispetto a quelle dello scorso anno, nel pari periodo. E la percentuale aumenta se oltre agli individuali si considerano i gruppi. È interessante notare che nelle agenzie entrano nuove tipologie, nuovi profili di clienti. I Millennials, ad esempio. Il web non è più vissuto come concorrente ma come strumento per avvicinare nuovi cluster; le agenzie hanno sfruttato gli strumenti digitali messi a loro disposizione per rendersi accattivanti verso vari pubblici, dialogando con persone molto diverse grazie al supporto tecnologico e social. Da evidenziare anche che, rispetto agli anni passati, i clienti spendono mediamente di più: il tempo libero torna ad avere un ruolo centrale negli investimenti. Dal week end alla vacanza balneare al viaggio complesso, si registrano maggiore attenzione e passione verso il comparto turistico. Le mete più richieste per l’estate 2018 sono Spagna, Italia e Grecia. La Grecia registra le migliori performance e la Spagna è in recupero dopo la flessione dello scorso anno dovuta al caro-prezzi. L’Italia cresce a doppia cifra ma purtroppo su una stagionalità ancora troppo corta. Il clima, su buona parte delle nostre coste, consentirebbe di operare con una stagionalità da maggio a fine settembre ma fino a quando le vacanze scolastiche non verranno riviste con una gestione modulare questo non potrà accadere. In Italia le famiglie prediligono ancora il format del villaggio, ma sono in crescita le richieste di hotel su misura, con caratteristiche ad esempio declinate sulla presenza di centri benessere, hotel per coppie e strutture con ristorazione specifiche e in grado di gestire allergie alimentari. Nel medio raggio si assiste al posizionamento di Egitto e Tunisia.

    L’Egitto balneare è in fortissima ascesa, e lascia supporre che il trend continuerà per tutto l’anno; la meta più richiesta è Marsa Alam (Mar Rosso), seguita da Marsa Matrouh (costa Mediterranea) e Sharm El Sheikh. La Tunisia dà segnali di ripresa, ma si prevede che i frutti si coglieranno nell’estate 2019. Le crociere piacciono sempre molto agli italiani e riscuotono successo anche grazie alle politiche promozionali, di sviluppo e di innovazione dei crocieristi, all’ampliamento della programmazione e dell’offerta. Se un tempo si poteva pensare che le crescite nel bacino del Mediterraneo fossero indotte dalle criticità in atto in alcune destinazioni del nord Africa, oggi si nota una crescita autonoma. Nel cosiddetto lungo raggio l’andamento è sempre molto positivo verso l’Oceano Indiano, in particolare Maldive e Tanzania. Si assiste a segnali di ripresa verso i Caraibi, dove probabilmente l’interesse tornerà a manifestarsi massicciamente in inverno.

    Infine un dato connesso sia alle mete lontane sia a una nuova tendenza che prende sempre più piede, quella del turismo esperienziale. Su questo fronte, le mete più richieste per l’estate 2018 sono state Emirati Arabi, Oceano Indiano, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Giappone, arricchite da dettagli e sorprese in ogni singolo passaggio del viaggio, da particolari che rendono l’esperienza unica e inimitabile.

    a cura della redazione di Redwave_mag
  • Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana? (P.3)

    Al giorno d’oggi un Marketing Manager dovrebbe ripensare al tempo che dedica alle varie attività previste nel proprio ruolo.
    Un ruolo che diventa sempre più Digital e, di conseguenza, sempre più Content e Data Driven. Farlo con successo, vuol dire tornare ai fondamentali del marketing: i canali, il target, il posizionamento e la concorrenza.

    Nei precedenti articoli ci siamo soffermati su come cambia il ruolo del responsabile Marketing di una media azienda Italiana, chiamato sempre di più a ragionare in ottica di “WHY” (ragion d’essere = fonte primaria di contenuti) e “KPI” (indicatori di misura = che aiutano a capire se si sta raggiungendo l’obiettivo desiderato).

    Nella quotidianità questi concetti vengono declinati su quattro “driver” fondamentali: il posizionamento, la concorrenza, il target e i canali.

    Viviamo nell’epoca in cui il numero di dispositivi connessi alla rete ha superato il numero di abitanti sul pianeta; le nuove generazioni stanno facendo proprio il concetto di ‘second screen’, se non addirittura di ‘third screen’ (due/tre dispositivi consultati contemporaneamente); ognuno di noi vive in sempre di più in una costante ‘sete’ di messaggi e notizie, per cui Apple stessa sta parlando di ‘Digital Detox’ per ridurre questa dipendenza.

    In questa crescita esponenziale di messaggi, stimoli, annunci e notizie come è possibile per un’azienda priva di un brand ‘iconico’ differenziarsi? Catturare l’attenzione? Colpire e interessare gli altri?

    Avere ben chiaro il posizionamento, vuol dire avere a mente come ci si deve differenziare dai concorrenti, cogliendo prima degli altri i trend emergenti del proprio mercato.

    I trend sono quei segnali anticipatori di un fenomeno che, ormai in pochissimo tempo, diventano regole, abitudini e consuetudini di un mercato dove i clienti ricercano benefici unici ed esperienze nuove.

    Capire il proprio target significa conoscere quali sono i benefici esclusivi e differenziali che i miei clienti ottengono in una scala di benefici (la famosa piramide dei bisogni di Maslow), dove sempre più, ai cinque livelli esistenti se ne va aggiungendo un sesto: il bisogno di ‘autenticità’, vale a dire il bisogno di sapere che quello che si sta leggendo, ascoltando, provando è reale, vero, privo di contaminazioni e genuino.

    Ecco perché il Marketing esperienziale, di cui parleremo in un’altra sede, sta diventando un punto chiave, ed ecco perché usare bene i nuovi canali, digitali ma non solo, equivale a dire che si è ben compreso come raggiungere i propri clienti per alimentare il funnel di nuovi lead (oggi sempre più merce rara e preziosa).

    I concorrenti vanno studiati, analizzati, capiti e, quando serve, copiati, cercando di fare proprie best practice già collaudate e di renderle più autentiche e differenzianti.

    Tutte e quattro queste leve agiscono simultaneamente sui risultati aziendali, tutte e quattro le leve hanno i loro KPI di riferimento da misurare periodicamente.

    Tutte e quattro le leve vanno usate al meglio, perchè trascurarne una vuol dire esporsi pericolosamente a minacce che possono far crollare la mia ragion d’essere (il famoso “WHY”).

    di Andrea Ricotti_Sales & Marketing Director
  • Prudenti, giovani e smart: chi sono le donne che acquistano online

    Uno studio sul comportamento d’acquisto online delle donne basato su 12 milioni di utenti. Ridotto il gap con gli uomini: il 65% delle donne raggiunge i siti di ecommerce da smartphone ed è più fedele ai brand

    “Risparmio tempo: compro online” è il titolo della ricerca condotta da Webranking per #STEMintheCity, l’iniziativa promossa dal Comune di Milano volta a diffondere una nuova cultura digitale e a sostenere la scelta di materie scientifiche nel percorso di carriera delle donne, e presentata di recente a Palazzo Marino. Elena Caserini, Digital Marketing Director di Webranking, e Alice Fagandini, Digital Analytics Expert di Webranking, hanno illustrato i risultati dello studio insieme a Roberta Cocco, Assessore alla Trasformazione Digitale e ai Servizi Civici del Comune di Milano.

    La ricerca è stata sviluppata dal team di Digital Analyst di Webranking, che si occupa di analisi ed elaborazione dei dati con l’obiettivo di offrire servizi di marketing data driven, ed è basata sulla navigazione di 12 milioni di utenti degli ultimi due anni, con un focus specifico riferito a quattro settori: moda, intrattenimento, viaggi, tech. Tra le principali differenze che emergono nel comportamento d’acquisto online, le donne sono più prudenti nella ricerca rispetto agli uomini, ponderano maggiormente le scelte e tornano il 14% di volte in più su un sito prima di procedere all’acquisto, percentuale che cresce al 22% se si considerano solo i siti di moda e viaggi.

    Non solo, è interessante anche la percentuale di donne attive online che sta aumentando e raggiungendo quella maschile: infatti, è attivo su internet, quotidianamente, il 64% delle donne contro il 73% di uomini. Solo nel 2012, questo divario era nettamente maggiore (43% contro 60%). Le donne che fanno acquisti online sono anche più giovani rispetto agli uomini: la percentuale maggiore rientra, infatti, nella fascia d’età 25-34 anni, mentre gli uomini che comprano sul web sono generalmente over 44. Ma le donne sono anche più smart: sono loro a prenotare i viaggi, confrontando i prezzi sui vari siti (69%), acquistano sulle piattaforme di ecommerce di moda (63%), hanno l’ultima parola nella scelta dell’intrattenimento per la famiglia (40%), anche se l’acquisto finale resta appannaggio maschile, ma lasciano agli uomini gli acquisti in tecnologia (36%).

    Infine, in linea con quanto dimostrano le ricerche di mercato, è in realtà il pubblico femminile a essere maggiormente all’avanguardia rispetto a quello maschile: sono le donne a navigare maggiormente da mobile. La fruizione di contenuti da smartphone, infatti, raggiunge il 65% nei siti ecommerce più tradizionali contro una media del 30-35% generale (maschile e femminile) limitatamente ai settori analizzati, definendo così anche una maggiore fedeltà verso i brand selezionati.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori

    L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di “Narcos”, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa

    “Se negli anni ‘80 avete venduto l’anima, oggi potete ricomprarla”. Con questo straordinario pezzo di copywriting Volkswagen lanciava, agli inizi del 2000, il nuovo Maggiolino. In questo titolo è sintetizzata la storia di una generazione che negli anni ‘60 ha manifestato a suon di fiori dentro i cannoni, professando l’amore libero e universale. Una generazione che si muoveva in Maggiolino o con il T1, rigorosamente Volkswagen, che pernottava all’aria aperta per giorni in attesa di un concerto. Hippie si chiamavano, o figli dei fiori; erano ispirati dai poeti della beat generation e da visionari come Timothy Leary. Qualcuno li definiva anarchici, ma in fondo erano solo dei romantici. Poi sono cresciuti, con il passare degli anni hanno perso un po’ di quel romanticismo e sono diventati agenti di Borsa. Yuppie si chiamavano, hanno fatto i soldi e hanno rivisto un po’ i loro valori. Dal camping all’aria aperta sono passati agli attici di Central Park. Insomma, hanno fatto carriera e hanno alimentato il nuovo capitalismo. Aprendo la strada al consumismo più sfrenato. Eh già, perché è proprio in questo periodo che, grazie alla televisione commerciale, la pubblicità ha vissuto il suo più grande splendore in termini di persuasione. Tutto quello che veniva pubblicizzato aiutava l’uomo a sentirsi più uomo, e aiutava la donna a sentirsi più donna di casa. Ecco, quindi, che agli inizi del nuovo secolo anche l’icona degli hippie, il Maggiolino, si ripropone in chiave moderna e, di conseguenza, icona del lusso. Oggi siamo tutti alla finestra a osservare la Generazione Z, la nativa digitale. Che non ha niente in comune con quella dei propri nonni e dei loro genitori. Apparentemente. Non sono ambiziosi perché il contesto intorno non li fa sognare. Hanno una personalità offline e una online, spesso molto diverse tra loro. Non amano il possesso e pernottano all’aria aperta per giorni in attesa del nuovo iPhone. Come unico canale guardano Youtube, hanno come unico media di riferimento il social in tutte le sue declinazioni e ascoltano un brano musicale per 50 secondi. Quest’anno hanno votato per la prima volta. Ci si rivolge a loro con un tono di voce diverso, spesso attraverso gli influencer. Già, questa nuova figura un po’ youtuber, un po’ ambassador, il punto di raccordo tra le marche e la loro audience. Non sono mai smaccati, perderebbero di credibilità, e con questa lo status di influencer. Un danno per tutti. Ecco, allora, la prima cosa che hanno in comune le tre generazioni: i social. Hanno cominciato a usarli ognuno per motivi diversi, e oggi li utilizzano per lo stesso motivo. Condividersi. La maggior parte degli accessi avviene da dispositivi mobile, ed ecco il secondo punto di contatto: la tecnologia smart. Oggi la più cercata e ricercata, che ristabilisce il gap generazionale. L’unico vero media è il mobile e le tre generazioni confluiscono in un unico grande stile di comportamento. Be connected. Il comportamento connesso lo chiamano, quello della “Generazione C”, la prima che non si basa sull’anagrafe, ma su un’attitudine. Questa generazione sta cambiando il mondo, davvero. L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di Narcos, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa e dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori.

    di Geo Ceccarelli_Chief Content Officer
  • Il futuro della mobilità

    Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni

    Tecnologiche, sociali e culturali. Un’epoca profondamente influenzata da una crescente sensibilità verso i temi ambientali e dalla rivoluzione digitale. Urbanizzazione, individualizzazione, condivisione (sharing economy) e, naturalmente, digitalizzazione rappresentano i grandi trend, i principali driver che guidano il cambiamento.

    L’urbanizzazione rappresenta un moltiplicatore di PIL ed è per questo che molti Paesi, la Cina in testa, cerca di concentrare popolazione in aree urbane di dimensioni comprese tra i 100.000 e i 10 milioni di abitanti.

    Una strategia che si è dimostrata particolarmente efficace, dimostrando che l’interazione fisica è in grado di generare una moltiplicazione della crescita. Il 70% dell’Europa vive già in aree urbane, entro il 2030 nel mondo la quota sarà del 60%. Ciò naturalmente ha un impatto negativo sull’inquinamento, da cui i temi sulla sostenibilità e sulla logistica dei beni e delle persone; è quindi necessario reinventare il concetto di mobilità, dal carsharing alla realizzazione di smart city, in grado di assicurare un ecosistema di mobilità realmente virtuoso.

    Persone sempre più informate, esigenti e protagoniste rappresentano, invece, la principale spinta verso l’individualizzazione. I consumi nelle aree più sviluppate diventano quindi sempre più legati a specifiche necessità, e ‘tailor made’, con servizi sempre più personalizzati e concreti, rivolti al benessere e all’utilizzo più che all’ostentazione.

    La digitalizzazione è l’acceleratore di una rivoluzione tecnologica e culturale: il dialogo con l’intelligenza artificiale è ormai una pratica consolidata che sta cambiando le abitudini di vita, da Siri a Google Home, mentre la cultura del sostituire la telefonata con la condivisione del testo su WhatsApp è ormai un fatto e, dalla nostra casa, entrano in ufficio per approdare in quello che viene oggi comunemente identificato come il terzo living: l’automobile.

    Tutti questi elementi confluiscono nella domanda di nuovi modelli di mobilità. Mercedes-Benz che oltre 130 anni fa ha inventato l’automobile, si trova oggi a reinventare il concetto di mobilità attraverso una trasformazione che da ‘semplice’ produttore di automobili la vedrà sempre più protagonista come provider di servizi di mobilità, in un ecosistema virtuoso dove coesistono possesso e condivisione e l’esclusività diventa un lusso solo se di facile fruizione.

    Per definire le quattro direttrici protagoniste della mobilità del futuro, Mercedes ha scelto l’acronimo CASE (Connected, Autonomous, Shared & Services, Electric), che indica chiaramente la strada, o meglio, le strade che intende percorrere.
    Le automobili sono sempre più Connesse: con il proprietario, con l’assistenza e persino con gli altri automobilisti, tramite sistemi come Car-to-X che già oggi permette di condividere proattivamente notizie sul traffico ed eventuali situazioni di pericolo.

    La connettività è anche la base della guida autonoma, che ridefinisce il ruolo dell’automobile, portando a bordo livelli di confort e sicurezza mai visti prima e lasciando ai cosiddetti robotaxi l’ultimo step del suo processo evolutivo. Automobili senza volante né pedali, guidate da un’intelligenza collettiva in grado di ottimizzare le esigenze dei clienti, per passare da una realtà di ‘city traffic’ ad un ideale ‘urban flow’, con importanti benefici non solo per gli utenti, ma per l’intera collettività.

    La mobilità del futuro sarà, inoltre, caratterizzata da una spiccata flessibilità, favorita da soluzioni di mobilità intelligenti e condivise come car2go, mytaxi, e Flixbus, offerti attraverso la piattaforma di mobilità moovel.

    Connessa, autonoma, condivisa ed integrata attraverso servizi intelligenti e, naturalmente elettrica, l’ultima lettera di CASE rappresenta la risposta alla richiesta di una mobilità pulita e a zero emissioni. Una vera rivoluzione che parte dalle città, con smart che dal 2019 sarà il primo marchio a convertirsi interamente in elettrico per poi andare sulle lunghe percorrenze con la nuova famiglia di prodotti EQ, il brand full electric della Stella.
    La grande sfida della mobilità del futuro è già iniziata.

    A cura di Mercedes-Benz Italia
  • Music Business Revolution

    L’industria musicale ha vissuto una vera rivoluzione negli ultimi anni. E il digitale è diventato un elemento fondamentale per rivolgersi ai nuovi consumatori.

    L’industria musicale ha vissuto una vera rivoluzione negli ultimi anni. D’altra parte, la velocità con cui si sono avvicendati i device a supporto della riproduzione è stata vorticosa e si è stabilizzata solo quando il digitale (nello specifico l’iPad di Apple) ha trovato il modo più comodo e meno ingombrante per godere dei contenuti audio in mobilità. Ma nel momento in cui il telefono si è trasformato in uno smartphone, è stato lui stesso a impossessarsi del palco virtuale.

    Gli addetti ai lavori hanno dunque dovuto ridisegnare il business su un consumo connesso e mobile, individuando nuovi modelli di monetizzazione e di proposta contenutistica. A livello editoriale e sul fronte discografico, le strategie si sono evolute e sempre più spesso sono state incentrate sull’utente e sulla personalizzazione, partendo dal presupposto che il “nuovo ascoltatore” non mira più al possesso, quanto all’accessibilità.

    In questo contesto di trasformazione, il mercato sta vivendo una grande novità: Billboard è arrivato in Italia, presentandosi ufficialmente all’ultimo Upgrade Mobile Summit di Milano. La realtà editoriale americana è una vera e propria istituzione in campo musicale ed è sbarcata in Europa approdando dapprima proprio nel nostro Paese. Come si è detto, negli ultimi anni la industry musicale ha rivoluzionato i propri modelli di business: «Si è passati, lato consumer, dal possesso all’accesso», ha dichiarato Andrea Minoia, editore di Billboard Italia, in una dinamica che favorisce lo streaming digitale. Ma i comportamenti online hanno rinvigorito anche il mondo del supporto fisico, con un’impennata di acquisti di vinili e di affluenza ai festival. «Il segmento musicale cresce a livello globale del 5,6% in modo omogeneo, con un +4% in Europa. Ma la strategia di presidio musicale deve tener conto delle specificità territoriali», ha affermato ancora Minoia sul palco dell’Upgrade Mobile Summit.

    Cosa può fare la musica per la pubblicità? Le due realtà sono insieme da sempre. Il meccanismo alla base dell’incidenza musicale all’interno di un contenuto adv si chiama “priming” e consiste nella creazione di strade inconsapevolmente predilette all’interno della mente, da cui è facile stimolare ricordi: generalmente, avviene attraverso la ripetizione di un messaggio. «I suoni ripetuti sono magici per il cervello: stimolano il rilascio di endorfine e a questo si può accostare un messaggio pubblicitario», ha confermato Minoia.

    Il consumo della musica è inoltre massivo e rappresenta un driver importantissimo per l’intenzione d’acquisto. Il programmatic audio sarà uno dei principali strumenti da testare, perché è in grado di intercettare l’interesse di un utente e proporgli il giusto messaggio all’interno di un contesto ottimale. «Billboard offrirà interesse e contesto. Per offrire la migliore user experience possibile attraverso un’esperienza personalizzata, abbiamo realizzato la dmp Beatprofile, che tiene conto di tutti i dati relativi agli utenti, compresa la musica che ascoltano. Lo fa in tempo reale, che è un dettaglio fondamentale sia in fase di analisi sia per la response, in quanto individuare il sentiment permette di fare in modo di mantenerlo o, nel caso, provare a cambiarlo». La musica, quindi, «è il miglior strumento di branded content a disposizione dei marketer», in quanto si rivolge alle emozioni, è accessibile ovunque e mette assieme una serie di influencer (artisti e fan) che generano una moltitudine di dati.

    Scordatevi poi le label come le ricordate. Nello tsunami del mondo musicale, le etichette discografiche sono diventate società di entertainment che creano contenuti e servizi digitali. La music industry è stata la prima a subire l’impatto del digitale, a causa della nascita di Napster (ormai quindici anni fa): ha reagito cercando di limitare i danni e in seguito ha capito che l’onda digitale andava cavalcata. I modelli di business che si sono generati sono gli streaming adv based, ma ora la tendenza è spingersi verso il premium. «Oggi si ascolta più musica rispetto a quindici anni fa e l’industry sta stimolando questa consumption. Prima il videoclip era un costo di marketing utile a promuovere un disco, adesso è una fonte di guadagno grazie alla rete», racconta Lino Prencipe, Direttore Digital & business development di Sony Music. Il marketing musicale non affonda più, dunque, nella vendita di un prodotto (il disco), ma promuove il lifestyle. La strategia deve avere una vita di medio-lungo termine, per essere in accordo con il nuovo flusso di remunerazione. Al contrario di prima, non si registra un picco di vendita iniziale, ma i ricavi lievitano con l’aumentare degli ascolti. È cambiato anche il modo di accedere e vivere i contenuti musicali.

    I nativi digitali utilizzano modi diversi dal passato per scoprire e conoscere nuove canzoni o nuovi artisti: si è perso il concetto di album perché gli ascoltatori preferiscono ascoltare playlist costruite su mood specifici. «Il nostro lavoro è diventato collegare artisti a fan. E, per questo motivo, il nostro Crm in realtà è un Frm, un fan relationship management. Dobbiamo dare ai fan delle ragioni per entrare sulla piattaforma, condividere un contenuto e rimanerci», continua Prencipe.

    Ecco perché va analizzato l’engagement loop: in un primo momento, l’utente va alla scoperta della musica, investiga e scopre una canzone che gli piace; a questo punto la inserisce nella playlist e la ascolta a raffica finché non si annoia; dunque, la abbandona e il giro riparte. «Non è stato facile arrivare a costruire questo processo», conclude Prencipe.

    La musica, in tutte le sue molteplici forme, è infatti da anni protagonista della storia, dei costumi, del tempo libero, dei linguaggi degli italiani. Una passione nazional-popolare che trova una delle sue principali occasioni di ascolto in luoghi che sono fulcro della giornata e della vita degli italiani: bar, ristoranti, pub, locali serali e tutti gli ambienti che rientrano nel variegato mondo dei pubblici esercizi. E proprio Fipe, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi che rappresenta il mondo del fuoricasa, racconta il rapporto tra gli italiani e la musica. Nelle sue ultime analisi, l’organismo associativo ha messo in luce molti aspetti interessanti: al di là delle personali preferenze in fatto di generi musicali, modalità di ascolto e fruizione, emerge un fattore importante: nell’epoca delle star di Youtube e dei talent show, un canale storico come la radio resta un mezzo privilegiato dal pubblico per scoprire quali sono i brani di maggiore interesse o gli artisti che si affacciano sul mercato. «Occorre partire proprio da qui, da quella radio che in filodiffusione anima moltissimi pubblici esercizi del Belpaese: nonostante i talent televisivi, continuano a essere amati dal pubblico come luogo per conoscere e ascoltare gli artisti emergenti», spiega Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe.

    Un altro aspetto riguarda il fatto che tra coloro che frequentano abitualmente gli esercizi pubblici, l’81% si reca in un locale perché c’è un particolare intrattenimento musicale: un indicatore importante che conferma il valore della collaborazione stretta con Siae per promuovere la musica quale valore aggiunto del fuoricasa. «Siae vede con favore ogni forma di diffusione della musica; il fatto che la musica d’ambiente sia considerata un elemento importante nell’offerta dei locali pubblici non può che farci grande piacere. Proprio con questo spirito abbiamo rinnovato, nell’ottica della semplificazione, gli accordi per la determinazione dei compensi del diritto d’autore per la diffusione della musica nei pubblici esercizi. E, proprio per semplificare il lavoro dei fruitori del repertorio tutelato da Siae, abbiamo introdotto la possibilità di attivare e rinnovare l’abbonamento online, attraverso il portale dedicato alla musica d’ambiente», commenta Filippo Sugar, Presidente di Siae .

    Ma, tornando a valutare i luoghi di ascolto, spicca un altro elemento significativo: la musica viene ascoltata prevalentemente in casa (50,4%); è alta anche la percentuale di chi la utilizza come “sottofondo” negli spostamenti (32,7%), mentre il 10% degli italiani ascolta soprattutto la musica nei locali pubblici. I generi più ascoltati sono pop e dance (45,5%), soprattutto negli spostamenti (36,2%) e a casa (24,4%) e poco nei concerti (10,7%); a seguire, rock e metal (28,8%), ascoltati negli spostamenti per il 36%, a casa per il 26,1% e nei concerti per il 14,5%; terzo posto per rap e hip hop (24,2%), ascoltati principalmente in ambito privato (27,9%) e negli spostamenti (35,3%); infine, il blues e il jazz (20,5%) e la musica classica (16,7%), principalmente fruita tra le mura domestiche (38,2%), negli spostamenti (33,7%) e, molto più rispetto agli altri generi già indicati, nei concerti (20,4%).

    Venendo ai tempi dedicati all’ascolto, la maggior parte del pubblico (32,1%) passa il proprio tempo alle prese con le sette note per due o tre ore a settimana. Le donne sono le più fervide fruitrici di musica: le più assidue la ascoltano per più di sei ore a settimana, sono di età compresa tra i 18 e i 24 anni e risiedono nel Nord-Est. Gli over 64 ascoltano in generale meno musica, per un totale di un’ora alla settimana (il 19,9%). I principali canali di ascolto sono siti internet (35,9%), la radio (30,5%), cd/dvd (18,1%) e la televisione (8,3%), mentre il 2% del campione continua ad ascoltare canzoni in vinile. Emerge anche come il 46% degli italiani interessati a scoprire nuovi autori o brani si serva soprattutto della radio (46%), seguita da internet, blog, siti, app (39,8%) e Youtube (36,1%). Una buona percentuale è occupata dal passaparola (26,5%) e dalla televisione (23,4%). Il 19% non è infine interessato a scoprire nuovi brani o autori.

    Invece, la musica registrata è apprezzata dall’83% della clientela, percentuale che sale a più dell’87% quando si parla di musica live. Sempre per oltre l’87% dei clienti la possibilità di ascoltare musica o assistere a un concerto dal vivo migliora la reputazione di un locale: il 90% della clientela abituale apprezza il fatto che nei pubblici esercizi vengano organizzate serate con intrattenimento musicale e, di questi, l’81,7% si reca in un dato locale proprio per questo motivo. In generale, circa il 77% si reca con maggiore frequenza in un locale se è a conoscenza del fatto che c’è la possibilità di ascoltare musica.

    A cura della redazione di RedWave_mag