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Il meccanismo della paura nella comunicazione dell’emergenza

28 Maggio 2020

È bastato uscire a fare una prima passeggiata e rivedere qualche parente per sentirsi come risvegliati improvvisamente da un lungo incubo. Nonostante la normalità sia ancora lontana, la percezione di quanto accaduto nei due lunghi mesi della Fase 1 comincia a farsi più chiara. E ad emergere da un quadro piuttosto confuso sono alcuni elementi chiave.

Per ottenere l’attenzione e il coinvolgimento di circa 60 milioni di persone, le Istituzioni hanno scelto di adottare strumenti, tecniche e linguaggi che toccassero il tasto più funzionale dell’essere umano: la paura.
Lunghe dirette notturne del Presidente del Consiglio; bollettini quotidiani della Protezione Civile con numeri e dati secchi, privi di analisi statistica e qualitativa; dichiarazioni discordanti dei membri del Governo; commenti di virologi, epidemiologi, comitati tecnici. Le voci in campo sono state tantissime e hanno generato una confusione e un senso di incertezza diffusi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva usato la parola “infodemia” (informazione + epidemia) per lanciare l’allarme già all’inizio dello tsunami-coronavirus. La Treccani definisce infodemia “la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”. Un’enorme quantità di informazioni che si è riversata in tutti i canali di informazione, cancellando ogni traccia di argomento differente.
La assoluta pervasività del Coronavirus e la continua ripetizione di messaggi e spot hanno attivato la dinamica della ristrutturazione e assuefazione che favorisce l’assorbimento di un messaggio con tutte le sue implicazioni come un fatto provato, anche se non lo è.

L’imposizione di divieti e la regolamentazione dei rapporti privati secondo stringenti norme di distanziamento e autocertificazioni, in un clima di diffuso isolamento e controlli serrati, hanno inevitabilmente suscitato nell’individuo un forte senso di impotenza nella vita privata. Una percezione drammaticamente rafforzata dalle terribili notizie di decessi e successive cremazioni avvenuti in totale solitudine.

L’elemento principale di una dinamica che ha coinvolto in modo così organico e massiccio la società è stato naturalmente il virus: invisibile, contagioso, un nemico comune potentissimo e incontrollabile.
«Il Covid-19 è terribilmente pauroso perché non è sotto il nostro controllo», ha osservato Paolo Legrenzi, psicologo e accademico nel campo della psicologia cognitiva. «Ci sono situazioni in cui abbiamo troppa paura e altre in cui ne abbiamo troppo poca. Appena ci saranno i primi segnali dello scampato pericolo ci sarà un grande sollievo, infondato come la grande paura».

Ma la frustrazione più condivisa in quarantena è risultata essere legata all’assoluta incertezza sul futuro. Non sapere fino a quando non poter uscire, fino a quando dover fare i conti con le scuole chiuse e lo stop di tutte le attività, in molti ha generato psicosi.
«La comunicazione utilizzata durante l’epidemia di coronavirus ha alimentato un meccanismo di paura, un clima sospeso che ha determinato un accentramento di potere», ha dichiarato il presidente e fondatore del Censis, Giuseppe De Rita.
Eppure qualcosa deve cambiare affinché si ricominci a vivere, a partire dal modo di vedere e comunicare la realtà. Tutti sono pronti a ripartire, con un rispetto delle regole e del prossimo mai visti prima. Dopo la paura, sia tempo di coraggio.

di Paola Leoni_Client Manager