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  • Retail vs Digital Transformation

    Il retail ai tempi della rivoluzione 4.0: il digital marketing è l’alleato perfetto dello shopping offline

    Nell’era del digital, in cui gli utenti sono sempre più proiettati verso un futuro ricco d’innovazioni a portata di click come i chat bot, le smart home e i dispostivi wearable, l’e-commerce elettronico non ha rimpiazzato del tutto il retail: la cara bottega sotto casa è ancora apprezzata da una buona percentuale di consumatori che ama toccare con mano i prodotti. Nonostante non ci sia stata un’apocalisse dei negozi fisici, è altrettanto vero che il canale online ha tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio alleato del retail. Infatti, l’online integrandosi con l’offline, offre ai clienti un’esperienza d’acquisto indimenticabile, che va ben oltre il prodotto acquistato. Come si può dunque rendere lo shopping offline un momento più unico che raro? Sicuramente una strada vincente è quella della customer experience personalizzata: grazie all’estrapolazione dei big data, ovvero dei dati di vendita su tutti i canali, online e offline, è possibile giocare d’anticipo sulle scelte dei consumatori e creare esperienze d’acquisto totalmente personalizzate sul target di riferimento. In tal modo il brand può intercettare il consumatore al momento giusto con un’offerta su misura. Inoltre, grazie all’analisi approfondita delle conversazioni degli utenti sui social media, è possibile comprendere quali siano i beni più richiesti sul mercato e produrli in maggior quantità.

    Oltre ai big data, troviamo anche tante altre tecnologie di successo che accompagnano il consumatore passo dopo passo nell’acquisto:

    • Le app per smartphone utilizzate anche dagli stessi brand.
    • I social network per trovare informazioni e pareri sui prodotti.
    • L’internet of things che semplifica l’acquisto grazie a scaffali intelligenti, magic mirror e vetrine che sfruttano la realtà aumentata.

    Ecco quindi che un processo di digital transformation diventa importante per le aziende.

    Se da un lato, all’estero imprese tradizionali come Amazon e Walmart si sono innovate, in Italia, secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della School of management del Politecnico di Milano, il retail italiano avanza lentamente nel rinnovamento digital.

    Nonostante ciò, la convergenza tra fisico e digitale, è una delle priorità dei retail italiani: tra le principali innovazioni digitali i negozi del futuro saranno dotati di tecnologie legate alla realtà aumentata che permetteranno ai clienti di immaginare l’utilizzo di un determinato prodotto attraverso la simulazione in qualsiasi ambiente. Pertanto, la realtà aumentata offrirà loro un’esperienza di acquisto unica e divertente. Interazioni con il brand sempre più coinvolgenti ed emozionanti permetteranno quindi di ottimizzare la customer experience.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Simple is Magic

    Il fascino della semplicità applicato alla comunicazione

    Era il 9 gennaio 2007 quando, durante la conferenza di apertura del Macworld di San Francisco, Steve Jobs svelava al pubblico l’iPhone pronunciando le seguenti parole: “Oggi Apple reinventa il telefono”. Poche parole, chiare, dirette, dritte al cuore dell’intero mondo che era in suo ascolto. In queste parole è rinchiuso quello che ritengo essere il vero cuore della comunicazione: “Semplice è meglio”.

    In effetti, nella sua accezione semantica, il termine comunicazione ha il significato di “far conoscere”, “render noto”. Nel mondo di oggi, in cui le imprese devono muoversi tra un’infinità di flussi comunicativi e tra universi connessi (web, social network, smartphone, email, ecc.), i marketer e i commerciali sono spesso disorientati e quello che sembra essere un concetto molto semplice – “far conoscere” -, in realtà non lo è più. La semplicità è un traguardo spesso difficile da raggiungere, con il risultato che a volte le campagne non danno i risultati attesi e le aziende non riescono così a comunicare in modo veramente efficace. Come fare, quindi, a disegnare una strategia di marketing e comunicazione che riesca a comunicare in modo davvero efficace? Come attirare con successo l’attenzione del cliente?

    Nel contesto attuale la semplicità è una necessità. Saper offrire esperienze di semplicità ai clienti attraverso prodotti, servizi, punti vendita, è un fattore differenziante. Un grande aiuto arriva, oggi, anche dalle neuroscienze, che analizzano le decisioni inconsce. Se è vero che addirittura il 95% delle nostre scelte viene sviluppato a livello inconscio, per un marketer che desidera prevedere e influenzare le scelte d’acquisto, appare necessario capire come funzionano i meccanismi mentali per andare a proporre un’esperienza di acquisto semplice, meravigliosa e positiva. Si torna lì, alla semplicità. Che può rivelarsi differenziante non solo nel momento della scelta di un brand piuttosto che di un altro, ma anche nel processo di fidelizzazione al marchio.

    E in questo processo, caratterizzato dal fatto che le persone chiedono esperienze di semplicità, nasce un paradosso di cui tener conto: comunicare con semplicità, infatti, è un esercizio complesso. E qui sta la vera essenza delle attività di content marketing. L’azienda deve saper creare contenuti di qualità, portare valore al consumatore trasferendogli il reale senso di utilità, ma spiegandolo in modo semplice, con concetti chiari e immediati, arrivando, così, al cuore e alla mente della “persona”, al centro di ogni politica di marketing e comunicazione.

    La semplicità attira i clienti, motiva i dipendenti a dare di più e rende i processi più efficaci. Probabilmente è lo strumento più potente nel mondo del business. Perché saper rendere semplici le cose significa anche operare in velocità, altro paradigma fondamentale del marketing e della comunicazione. Ecco perché la semplicità dovrebbe essere insita nella mission aziendale, anche a livello di servizi e di struttura. Dev’essere la vera guida per qualsiasi attività: innovazione, organizzazione, vendita e comunicazione.

    di Monica Magnoni_Communication & Business Development
  • Progettare il futuro. Da over 65

    Dinamici, in buona salute, autonomi, tecnologici, sportivi, viaggiatori, ma soprattutto ottimisti e con uno sguardo al domani: questa la fotografia della ricerca “Over 65: una vita a colori”

    Una volta li chiamavano “anziani” o “terza età”. Persone che hanno già vissuto gran parte della loro vita, magari appagati seppur non sempre in grado di avere ancora un ruolo attivo nella società. Ma questa fotografia è ancora attuale? Oggi, secondo l’Istat, gli Over 65 sono circa 13.672.000, pari al 22,6% della popolazione attuale, e sono destinati a crescere (34% entro il 2050), ma sono molto cambiati rispetto ai loro coetanei di soli vent’anni fa. Non chiamateli anziani, insomma. E’ quanto emerge dalla ricerca “Over 65: una vita a colori”, commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e realizzata da AstraRicerche su un campione di oltre 700 Senior tra i 65-85enni, per analizzare come vivono la loro “nuova età” nel terzo millennio e come hanno modificato il loro stile di vita e le loro abitudini in diversi ambiti: dalla salute al rapporto con la tecnologia, dalla famiglia alla vita sociale e allo svago.

     

    Risultati sorprendenti

     

    I risultati sono sorprendenti. Chi pensa che i Senior non siano tecnologici deve innanzitutto ricredersi: amano la tecnologia e la utilizzano, tanto che la ricerca è stata realizzata completamente on-line tramite smartphone, tablet e pc (tra le prime in Italia su questo target), sfatando questo luogo comune e rendendoli a tutti gli effetti la prima generazione di “Over 65 digitali”. Non solo. Dalla ricerca emerge una figura ben diversa rispetto a qualche decennio fa: i Senior odierni si definiscono dinamici e attivi e, oltre alle faccende domestiche e alla cura della casa, non rinunciano alle attività che li rendono felici, come viaggiare (54,2%), prendersi cura di sé (49,1%), praticare attività ludico-sportive (45,7%) o culturali (43,4%). C’è chi frequenta un corso di ballo, chi è iscritto a corsi di natura artistica, chi va a teatro o chi preferisce studiare. Hanno forti valori e ideali (per il 56,2%) e uno «sguardo al futuro» più che al passato, con una vita ancora da vivere. Si reputano curiosi (47,8%), ottimisti (44,1%), capaci di invecchiare serenamente (60,8%) e alcuni sono desiderosi di fare nuove esperienze (29,6%). Se la maggior parte si augura in futuro di poter fare le stesse attività che svolge oggi, c’è, infatti, anche il 35,2% che auspica di poterle fare con maggiore serenità e il 4,5% addirittura di ampliarle nei prossimi 5 anni prevedendo più viaggi (+13,7 p.p. al 67,9%), più attività ludico-sportive (+4,9 p.p.) e culturali (+6,4 p.p.). In sintesi, è prima generazione di questa fascia d’età che progetta concretamente un futuro. Non mancano, però, dei lati più critici, come il basso livello di felicità e il sentirsi poco ammirati, la possibilità che loro condizione di salute possa peggiorare, oltre che considerarsi un peso per le casse dello stato (ma non per le famiglie).

     

    Paradigmi di consumo

     

    Nel settore assicurativo, la longevità, il miglior stato di salute, la tecnologia e la dimestichezza nell’utilizzo della stessa dei Senior hanno cambiato il paradigma di consumo e di offerta. Si sono creati nuovi modelli di prodotto e di servizio, fino a qualche anno fa impensabili, che coniugano gli obiettivi di business con il ruolo sociale su cui si basa l’assicurazione. Oggi si possono, ad esempio, sviluppare soluzioni innovative e sostenibili dedicate agli Over 65 nel campo della mobilità, dei viaggi, della salute, della smart home, semplicemente attraverso un’app. Quello che differenzia ulteriormente i “nuovi Over 65” è il rapporto con la tecnologia. Oltre quattro su dieci dichiara di “amarla”, e questo grazie anche ai nuovi device diventati più semplici e intuitivi da usare. Una categoria, quindi, sempre più smart nei confronti di internet, dei social network e degli smartphone, con il 66,2% che dichiara di utilizzarli in modo autonomo e il 57,1% che ha particolarmente apprezzato l’avvento dei social network perché li rende meno isolati. Certo, non sono loro a essere innovatori (solo il 12,5% ritiene di esserlo), non è il loro compito, ma sono ben disponibili a mettersi in gioco e imparare.

    Uno sguardo alla salute

     

    Quasi nove Senior su dieci (86,8%) si sentono complessivamente più in forma rispetto ai coetanei di venti o trent’anni fa. Una generazione più attiva, lucida, in forze, sia a livello mentale(87,9%) sia fisico (77,2%), con memoria e ricordi del passato anche lontano (72,7%). Si sentono completamente autonomi nel 68% dei casi, con uno stato di salute ottimo/buono (per il 53,5%). Dati positivi che tra 5-10 anni sembrano, però, destinati a peggiorare, secondo il loro giudizio. La quota di chi pensa che il proprio stato sarà ancora ottimo o buono si riduce nettamente (32,8%). Anche l’autosufficienza cala drasticamente dal 68% al 19,4%, segno che nei prossimi anni sarà necessario un supporto esterno. Una critica va alla rete assistenziale, che include il servizio sanitario: solo per il 41,3% è accessibile ed efficiente. Le aziende che operano nel settore assicurativo e sanitario privato, si stanno, in effetti, orientando per offrire prodotti innovativi dedicati a questa fascia di età.

    Società e famiglia

     

    Interrogati su come vedono la loro generazione, rivendicano il ruolo sociale che li vede sempre più protagonisti nel supportare le famiglie, sia nella custodia ed educazione dei nipoti(per l’85,5%) sia a livello economico (82,2%). Sono, quindi, una fonte di serenità per i propri cari e senza dubbio sono più gli anziani che aiutano le proprie famiglie rispetto a quanto ricevono dalla rete di parenti e amici. Una risorsa preziosa, sempre secondo i Senior intervistati, che non si limita solo all’ambito familiare, ma all’intera società (per il 79,4%). Non si sentono assolutamente un peso per le famiglie, né ora e né in futuro, anche se tanti pensano, invece, di esserlo per le casse dello stato: oltre quattro su dieci sono convinti che gravano e graveranno sui conti pubblici in modo rilevante. Rivendicano un ruolo sempre più attivo, tanto che molti si sentono già considerati dalle aziende come gruppo sociale (36,3%), ma vorrebbero esserlo di più, con maggiori servizi o prodotti a loro dedicati che gli consentirebbe di dare vita a una cultura del benessere e della salute (86,4%).

     

    Mai un peso per gli altri

     

    Tra gli aspetti realmente fondamentali per i Senior emerge come non vogliano essere un peso per gli altri. Al primo posto segnalano, infatti, la lucidità e la buona condizione mentale (73,7%), che supera paradossalmente l’essere in salute e la buona condizione fisica (68,2%), mentre l’altro grande desiderio è quello di essere indipendenti (64,5%), in modo da provvedere autonomamente a se stessi. Solo una minima parte indica l’essere accudito. La serenità e la stabilità (51,6%) predominano sull’essere ben inseriti in un contesto familiare e sociale (37,5%): quasi a dire, “meglio sereni che accompagnati”. Una maggiore dinamicità comporta, ovviamente, un maggiore rischio per la propria incolumità. Quali sono le principali paure? Ai primi posti rientrano la paura di cadere in casacausandosi fratture o altri danni rilevanti (per il 50,2%) e l’insorgere di piccoli acciacchi che impedirebbero di frequentare un corso o un programma a cui ci è iscritti (47%). Ma si sono anche timori non legati all’ambito salute, come subire furti o aggressioni nella propria abitazione (42,9%) o avere un imprevisto che fa annullare o interrompere un viaggio (35,8%). Il tema dell’“essere soli” divide i Senior: se da un lato il 36,7% afferma di vivere sempre più in solitudine, dall’altro il 31,5% la pensa diversamente. Analogamente, ma con più orgoglio e rivendicazione della propria rilevanza, per il 31% è vero che gli anziani sono poco considerati, hanno un ruolo minore e calante, mentre per ben il 35,2% questa idea non corrisponde alla realtà.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori

    L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di “Narcos”, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa

    “Se negli anni ‘80 avete venduto l’anima, oggi potete ricomprarla”. Con questo straordinario pezzo di copywriting Volkswagen lanciava, agli inizi del 2000, il nuovo Maggiolino. In questo titolo è sintetizzata la storia di una generazione che negli anni ‘60 ha manifestato a suon di fiori dentro i cannoni, professando l’amore libero e universale. Una generazione che si muoveva in Maggiolino o con il T1, rigorosamente Volkswagen, che pernottava all’aria aperta per giorni in attesa di un concerto. Hippie si chiamavano, o figli dei fiori; erano ispirati dai poeti della beat generation e da visionari come Timothy Leary. Qualcuno li definiva anarchici, ma in fondo erano solo dei romantici. Poi sono cresciuti, con il passare degli anni hanno perso un po’ di quel romanticismo e sono diventati agenti di Borsa. Yuppie si chiamavano, hanno fatto i soldi e hanno rivisto un po’ i loro valori. Dal camping all’aria aperta sono passati agli attici di Central Park. Insomma, hanno fatto carriera e hanno alimentato il nuovo capitalismo. Aprendo la strada al consumismo più sfrenato. Eh già, perché è proprio in questo periodo che, grazie alla televisione commerciale, la pubblicità ha vissuto il suo più grande splendore in termini di persuasione. Tutto quello che veniva pubblicizzato aiutava l’uomo a sentirsi più uomo, e aiutava la donna a sentirsi più donna di casa. Ecco, quindi, che agli inizi del nuovo secolo anche l’icona degli hippie, il Maggiolino, si ripropone in chiave moderna e, di conseguenza, icona del lusso. Oggi siamo tutti alla finestra a osservare la Generazione Z, la nativa digitale. Che non ha niente in comune con quella dei propri nonni e dei loro genitori. Apparentemente. Non sono ambiziosi perché il contesto intorno non li fa sognare. Hanno una personalità offline e una online, spesso molto diverse tra loro. Non amano il possesso e pernottano all’aria aperta per giorni in attesa del nuovo iPhone. Come unico canale guardano Youtube, hanno come unico media di riferimento il social in tutte le sue declinazioni e ascoltano un brano musicale per 50 secondi. Quest’anno hanno votato per la prima volta. Ci si rivolge a loro con un tono di voce diverso, spesso attraverso gli influencer. Già, questa nuova figura un po’ youtuber, un po’ ambassador, il punto di raccordo tra le marche e la loro audience. Non sono mai smaccati, perderebbero di credibilità, e con questa lo status di influencer. Un danno per tutti. Ecco, allora, la prima cosa che hanno in comune le tre generazioni: i social. Hanno cominciato a usarli ognuno per motivi diversi, e oggi li utilizzano per lo stesso motivo. Condividersi. La maggior parte degli accessi avviene da dispositivi mobile, ed ecco il secondo punto di contatto: la tecnologia smart. Oggi la più cercata e ricercata, che ristabilisce il gap generazionale. L’unico vero media è il mobile e le tre generazioni confluiscono in un unico grande stile di comportamento. Be connected. Il comportamento connesso lo chiamano, quello della “Generazione C”, la prima che non si basa sull’anagrafe, ma su un’attitudine. Questa generazione sta cambiando il mondo, davvero. L’Everywhere Commerce è l’unico grande mercato, dall’abbigliamento alla seconda serie di Narcos, attraverso transazioni digitali. L’unicità è finalmente un fenomeno di massa e dalle ceneri degli hippie rinascono gli happy, i veri influenzatori.

    di Geo Ceccarelli_Chief Content Officer
  • Il Marketing al tempo delle Smart Cities

    Tecnologia e innovazione guidano il nuovo approccio alle città del futuro

    “Il marketing al tempo delle Smart Cities” è stato il tema portante dell’evento che H2H ha voluto proporre nel quadro delle iniziative legate alla recente Milano Digital Week, alla sua prima edizione. Il tema risulta di particolare rilevanza poiché oggi la metà della popolazione mondiale vive in aree urbane. E la migrazione verso le città non sembra destinata ad esaurirsi: le previsioni dicono che entro il 2050 circa il 70% della popolazione mondiale vivrà all’interno di un agglomerato urbano. Con gli urbanisti già impegnati a risolvere i problemi del traffico e dei parcheggi, a migliorare i servizi pubblici e a rendere le città più sostenibili, la prospettiva di un allargamento delle aree metropolitane rende l’orizzonte più difficile da interpretare. Ma è proprio qui che ci viene in aiuto la tecnologia. Grazie a strumenti Ict studiati per l’utilizzo da mobile e alla tecnologia machine-to-machine (m2m) è già possibile affrontare efficacemente molte di queste sfide, consentendo la trasformazione di aree urbane tradizionali in Smart City.

    Tutti noi abbiamo una visione futuristica delle città: marciapiedi splendenti, edifici accoglienti, trasporti pubblici puliti e puntuali e il problema del traffico intenso ormai risolto. La tecnologia delle Smart Cities potrebbe trasformare questa visione in realtà, grazie alla comunicazione tra dispositivi.

    La visione è più o meno questa: sensori connessi con tecnologia m2m e installati in tutta la città – sui trasporti pubblici, nei cestini dei rifiuti, sui cartelloni pubblicitari e nelle strade – pronti a catturare i dati dell’ambiente e ad inviarli a sistemi centrali ricevendo, in cambio, informazioni e istruzioni. Gli abitanti di una Smart City, dunque, con le sue connessioni m2m, potrebbero cominciare a vedere strade meno congestionate dal traffico, in quanto i flussi saranno indirizzati in maniera intelligente, così da evitare i punti nevralgici. Questa è una strada già intrapresa, tanto che alcune delle più grandi città del pianeta, per rispondere al fenomeno crescente dell’urbanizzazione, puntano a diventare smart. Ne sono un esempio Seoul, San Francisco, New York, Londra, Barcellona e Milano, pur nel suo piccolo.

    La sfida principale, allora, sembra quella di trovare soluzioni efficaci per ridurre i consumi energetici e, allo stesso tempo, potenziare i servizi offerti ai cittadini. Ragioni economiche, sociali e politiche ci chiedono di controllare il processo di urbanizzazione che, negli ultimi anni, è accelerato in maniera esponenziale. Una vera e propria necessità che ci impone l’obbligo di gestire in maniera intelligente tutto il tessuto urbano. L’operazione sarà possibile solo grazie all’uso delle nuove tecnologie e, in particolare, alle potenzialità dei dati. Ma oltre a essere efficienti e operative, le città dovranno essere creative e innovative. Sarà essenziale rendere i centri urbani posti eccellenti per fare business, luoghi attrattivi dove vivere e lavorare, così da attirare persone e imprese. Devono anche essere inclusivi e non esclusivi.

    La Smart City che immaginiamo, quindi, potrebbe essere considerata come la sintesi di sei componenti: economia, persone, governance, mobilità, ambiente, assistenza quotidiana. E il collegamento tra questi ambiti dovrebbe portare alla costruzione di strumenti di governance che garantiscano una corretta organizzazione e gestione di tutti gli aspetti legati all’integrazione dell’infrastruttura digitale, contribuendo alla costruzione della Smart Region.

    Ma in questa direzione, un’altra questione cruciale che riguarda le Smart Cities in via di costruzione si focalizza su come sia possibile far crescere e, allo stesso tempo, attrarre imprese innovative. Le persone qualificate e le imprese ad alta performance si attraggono reciprocamente, ed entrambe sono attirate da luoghi con buone scuole, alloggi, servizi, beni culturali, attrazioni, nonché sistemi di trasporto efficienti e aria pulita. L’obiettivo è generare un circolo virtuoso di crescita e rinnovamento che possa portare beneficio a entrambe le parti. E se il pensiero economico neoclassico afferma che i mercati operano in modo più efficiente se in grado di ridurre i gap di informazione e le asimmetrie, ecco che le Smart Cities, con la loro attitudine alla raccolta e all’analisi dei dati, sono quasi pronte a incarnare questo pensiero.

    Ma il problema è anche un altro: anche se abbiamo accesso a un numero crescente di dati, il costo per ottenerli ed elaborarli resta comunque alto. Se l’obiettivo è quello di consentire l’integrazione in tempo reale di più fonti, il costo e la complessità non dovrebbero essere così sottostimati. Venendo al punto, è sotto gli occhi di tutti che i comuni e le piccole città sono rimasti ai confini di un intenso processo globale di rinnovamento dei tessuti urbani che richiede l’estensione del modello Smart City a territori di vasta scala, ovvero le Smart Region intese come città intelligenti, diffuse a livello territoriale. Forse, in questo ambito, il più grande ostacolo deriva dalla mancanza di abilità e capacità specifiche della forza lavoro. In realtà, le città non sono così intelligenti come sembrano, sono le persone a esserlo. La nostra sfida, infatti, è quella di sviluppare le competenze necessarie per essere in grado di analizzare e interpretare il significato di questi dati. Senza la capacità di sfruttare queste opportunità, le nostre città e regioni potranno sì diventare più grandi, ma non saranno, di certo, più intelligenti.

    E un’agenzia come H2H, che svolge il proprio mestiere nell’ambito della comunicazione e del marketing, oggi deve confrontarsi con questa dinamica per fornire il proprio contributo fattivo e la consulenza di marketing deve saper garantire delle risposte alle aziende per essere loro utile.

    In effetti, si fa molto presto a parlare di Smart Cities, della loro evoluzione, di implementazioni tecnologiche come la fibra ottica, della capacità di coinvolgere i cittadini attraverso i vari canali che oggi la tecnologia ci mette a disposizione ma diventa, allo stesso tempo, importante che gli enti territoriali e gli organismi che hanno come mission la promozione dei territori si attrezzino per un marketing territoriale sempre più avanzato e sempre più in grado di sfruttare le potenzialità del web e del mobile per rendere maggiormente conosciuti e appetibili i propri territori.

    E come possono fare i territori a favorire la sempre maggiore richiesta di sostegno e aiuto anche informativo, logistico e consulenziale a chi vuole far nascere una startup? Ecco che il tutto si salda in una solida promozione e in un solido sostegno al “Fare Impresa”. In tutto ciò, il web – più largamente inteso come ecosistema di comunicazione e informazione e come arcipelago di device che ci tengono sempre connessi – può davvero essere utile a rendere più smart il marketing territoriale, a farlo diventare più efficace. In questa fase sta circolando una forte presa di coscienza verso l’aspetto comunicativo. Saper raccontare e approfondire le Smart Cities diventa fondamentale all’interno di un contesto iperconnesso, dove l’attenzione delle persone è sempre più parcellizzata dal multitasking, difficile da catturare e canalizzare su progetti e obiettivi collettivi realizzabili. Comunicare la Smart City significa, pertanto, farlo a priori (sui disagi, sulle idee) e a posteriori (sulle innovazioni, su cosa si è fatto) ma significa anche riappropriarsi delle tradizioni, dello studio e dell’analisi approfondita del dettaglio, della collaborazione civile, del ruolo pubblico del cittadino. Oggigiorno, uomini e donne devono sentirsi parte di una comunità attiva, che vuole far sentire la propria voce per scoprire nuove idee e nuova consapevolezza a tutti i piani di una società in stallo tra presente e futuro.

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Abbiamo sempre bisogno di conoscenza

    Anche un magazine come RedWave_mag può contribuire.

    Quello che state leggendo è il primo numero di RedWave Mag, concepito per accompagnare in modo un po’ sorprendente e originale l’esordio del magazine dell’agenzia di marketing e comunicazione che presiedo e dirigo, H2H. Una realtà che nasce dall’aggregazione di diverse realtà che operano sul mercato dai primi anni del 2000 e che, in sinergia, hanno dato vita a una realtà complessa capace di racchiudere competenze integrate, leader nei servizi di marketing e comunicazione.

    I cambiamenti e l’aumento di complessità nello scenario competitivo portano oggi le aziende a doversi sforzare nel comunicare e nell’evolvere il proprio modo di stare sul mercato. Questo fenomeno, già presente da molti anni nei mercati più evoluti, come quello americano e inglese, si ritrova oggi anche nel panorama italiano.

    Le aziende italiane hanno compreso l’importanza di investire in marketing e comunicazione e soprattutto quanto sia strategico legare in maniera diretta queste attività ai propri risultati di business.

    Ma la stessa evoluzione del mercato ha portato un’azienda come H2H ad avere al proprio interno competenze diverse tra loro: sviluppo e gestione di piattaforme tecnologiche, competenze statistiche per l’analisi dei comportamenti dei consumatori, conoscenze umanistiche come design creativo, branded content e storydoing. Tutto questo coordinato da competenze strategiche. Un sistema virtuoso che vogliamo raccontare e condividere.

    Anche con uno strumento classico come un giornale. Che sarà interattivo, come richiedono i tempi, in formato digitale. E che desideriamo possa diventare patrimonio di tutti. Uno strumento di conoscenza, non solo in funzione di H2H. Ma per tutto il mercato. C’è bisogno di conoscenza, per migliorare noi stessi, il lavoro che facciamo, il settore a cui apparteniamo. Anche un giornale può essere utile. E proveremo a fare del nostro meglio.

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Come evitare le insidie della frammentazione

    Più della metà dei responsabili marketing non coglie l'opportunità di incrementare l’efficacia delle campagne di brand del 57%, non riuscendo a realizzare campagne multicanale integrate. "AdReaction: The Art of Integration" è un impegnativo e approfondito lavoro messo a punto per rivelare insight su come intervenire in modo adeguato sui diversi canali e raggiungere l’obiettivo

    Nuove indicazioni per i responsabili marketing su come navigare al meglio la miriade di opzioni di canale e formati, per offrire campagne efficaci e integrate che siano ben accolte dai consumatori sui diversi media.

    Il nuovo studio “AdReaction: The Art of Integration”, di Kantar Millward Brown, esamina le campagne pubblicitarie multicanale a livello globale per indicare quali caratteristiche devono avere per ottimizzare le performance di brand. Lo studio ha rilevato che campagne pubblicitarie ben integrate e adattate ai diversi canali presentano notevoli benefici. Ad esempio, aumentano l’efficacia di una campagna del 57%. Ma purtroppo, meno di una su due fra le campagne testate sembra esserlo (46%). Inoltre, lo studio ha evidenziato che gli esperti di marketing e i consumatori hanno opinioni diverse sul fatto che le campagne si integrino con successo.

    La maggior parte dei responsabili marketing intervistati (89% a livello globale e anche in Italia) ritiene che le proprie strategie siano integrate, ma poco più della metà dei consumatori è d’accordo (il 58% nel mondo, in Italia il 53%).

    Lo studio si basa su una nuova ricerca quantitativa di Kantar Millward Brown effettuata in 45 paesi, copy testing multicanali di dodici campagne in otto paesi e analisi personalizzate dei database sull’efficacia dei media e dei copy testing. I risultati forniscono ai professionisti del marketing un’analisi globale con focus locali su come consumatori ed esperti di marketing considerano l’integrazione, l’importanza della specificità dei contenuti per ciascun canale e le caratteristiche delle campagne che funzionano.

    Il mondo connesso ha moltiplicato le opportunità di comunicazione e i consumatori si sentono oggi sopraffatti dalla pubblicità. D’altra parte, i responsabili marketing cercano di sfruttare al massimo la moltitudine di canali e formati pubblicitari per raggiungere i consumatori.

    Purtroppo i risultati di questa proliferazione di attività di comunicazione non sono sempre positivi: l’ultimo report “AdReaction” rivela una disconnessione tra il modo in cui i professionisti di marketing e i consumatori percepiscono il successo della campagna – ha affermato Stéphanie Leix, Creative Domain LeadInsights di Kantar -.

    Grazie a “Ad Reaction – The Art of Integration” possiamo evidenziare i principi guida per aiutare il marketing e le agenzie a integrare meglio le iniziative multicanale, in modo da evitare le insidie della frammentazione e a identificare gli elementi creativi chiave per campagne di successo”.

    Come ottimizzare, dunque, l’efficacia delle campagne multicanale? Quali i suggerimenti per campagne integrate performanti?

    Ecco, di seguito, cinque suggerimenti emersi dallo studio. Bisogna integrare più elementi distintivi di campagna: anche senza adattamento al canale, le campagne integrate sono il 31% più efficaci nella creazione dei brand, ma ancora una su quattro delle campagne analizzate non è risultata ben integrata. E’ interessante evidenziare che più elementi distintivi ricorrenti vengono utilizzati, più la campagna è performante. I consumatori si aspettano che le campagne multicanale forniscano elementi ricorrenti, fil rouge fra le campagne, come lo stesso logo e lo stesso slogan. Tuttavia, lo studio segnala che “personaggi o caratteri della personalità dei protagonisti” allineati e coerenti, nei diversi comunicati della campagna, sono gli elementi distintivi che maggiormente contribuiscono all’impatto sul brand, spesso differenziando le migliori campagne.

    Il report ha anche rilevato che tutti i canali traggono vantaggio dalle sinergie, ma alcuni canali funzionano in modo particolarmente efficace l’uno con l’altro. Le combinazioni di sinergie complessive più forti sono tra tv e Facebook e tra tv e outdoor. Iniziare con un’idea forte di campagna è essenziale: l’idea è la componente più importante della campagna.

    Le grandi campagne hanno una forte idea centrale che agisce come tessuto connettivo su tutti i contenuti e il contenuto integrato ha bisogno di recepirla e declinarla. Le campagne con una forte idea centrale hanno una performance migliore su tutti gli indicatori di brand (+ 64%), in particolare sulle associazioni di immagine di marca (+ 91%), nonché su tutti i canali. E poi è importante rendere stupendo ogni annuncio in una campagna integrata: all’interno dei pre-test multicanale, si nota che una campagna è definita più da vicino dalla media di tutte le esecuzioni, ancor più che dalla migliore o peggiore esecuzione individuale.

    A meno che la spesa per i media non sia orientata verso un’unica esecuzione, ogni elemento della campagna integrata conta e contribuisce al successo generale e alla costruzione del brand, sia esso relativo a canali più o meno rilevanti del piano media previsto. Inoltre, è decisivo investire solo nei canali che hanno un ruolo chiaro nella campagna: i responsabili marketing devono scegliere i canali con saggezza, usando solo quelli che hanno un ruolo chiaro nella campagna stessa e nel raggiungere la target audience.

    È anche importante capire cosa può offrire ciascun canale in termini di impatto e costo. Ad esempio, le comunicazioni online sono utili per estendere la copertura televisiva e costruire le metriche del brand, dall’awareness fino all’intenzione di acquisto.

    Tuttavia, gli atteggiamenti dei consumatori sono più positivi nei confronti dei media tradizionali rispetto alla pubblicità online. E’ più probabile che le persone si ricordino esperienze di targeting online negative rispetto a quelle positive.

    Infine, conta personalizzare i contenuti per ogni canale: bisogna trovare un certo equilibrio tra integrazione e specificità del canale. Una campagna integrata forte deve essere abbastanza flessibile da consentire contenuti nuovi e complementari, ma abbastanza coerente da essere in grado di collegare strettamente gli elementi chiave della campagna, per creare distintività. I professionisti della comunicazione lottano per trovare un equilibrio tra integrazione e personalizzazione.

    Il 29% delle campagne testate è stato integrato ma non customizzato sul canale, mentre il 26% non è stato sufficientemente integrato.

    In tutto il mondo, i consumatori dichiarano di essere bombardati da un numero crescente di annunci pubblicitari in sempre più canali. L’ 81% degli intervistati (dato global) riferisce che questo fenomeno è in aumento rispetto a tre anni fa e la cifra è superiore al 70% in tutti i paesi presi in esame, ad eccezione del Giappone. La maggior parte dei consumatori nel mondo (69%) concorda anche sul fatto che le pubblicità sono oggi più intrusive. Questa cifra è superiore al 50% in tutti i paesi ad eccezione di Cina, Giappone, Hong Kong, Corea e Indonesia. E quando viene chiesto se le campagne stanno svolgendo un lavoro migliore in termini di storytelling e di integrazione tra formati, le risposte variano secondo il Paese.

    I consumatori sentono che i marketer stanno facendo i maggiori progressi in Nigeria, India, Arabia Saudita, Cina e Brasile, ma pochi sono convinti che si stiano migliorando, in questo ambito, nel Regno Unito, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Francia e nella Repubblica Ceca. “L’evoluzione dello scenario media non è finita qui; il mondo intorno a noi sta cambiando e continuerà a cambiare, in futuro – ha aggiunto Stéphanie Leix -, ma i professionisti del marketing più attenti sapranno cogliere le opportunità di connettersi con i consumatori in modi nuovi, rilevanti.

    La frammentazione renderà le cose meno semplici, ma è importante sottolineare che sappiamo che l’utilizzo di più canali multimediali può migliorare l’efficacia della campagna. Certo, questo capita solo se i canali funzionano in modo sinergico. Ecco perché è importante conoscere come agire in fase strategica e nel percorso creativo su tutte le aree che possono facilitare l’integrazione, garantendo, così, alle campagne risultati di successo”.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Il futuro della mobilità

    Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni

    Tecnologiche, sociali e culturali. Un’epoca profondamente influenzata da una crescente sensibilità verso i temi ambientali e dalla rivoluzione digitale. Urbanizzazione, individualizzazione, condivisione (sharing economy) e, naturalmente, digitalizzazione rappresentano i grandi trend, i principali driver che guidano il cambiamento.

    L’urbanizzazione rappresenta un moltiplicatore di PIL ed è per questo che molti Paesi, la Cina in testa, cerca di concentrare popolazione in aree urbane di dimensioni comprese tra i 100.000 e i 10 milioni di abitanti.

    Una strategia che si è dimostrata particolarmente efficace, dimostrando che l’interazione fisica è in grado di generare una moltiplicazione della crescita. Il 70% dell’Europa vive già in aree urbane, entro il 2030 nel mondo la quota sarà del 60%. Ciò naturalmente ha un impatto negativo sull’inquinamento, da cui i temi sulla sostenibilità e sulla logistica dei beni e delle persone; è quindi necessario reinventare il concetto di mobilità, dal carsharing alla realizzazione di smart city, in grado di assicurare un ecosistema di mobilità realmente virtuoso.

    Persone sempre più informate, esigenti e protagoniste rappresentano, invece, la principale spinta verso l’individualizzazione. I consumi nelle aree più sviluppate diventano quindi sempre più legati a specifiche necessità, e ‘tailor made’, con servizi sempre più personalizzati e concreti, rivolti al benessere e all’utilizzo più che all’ostentazione.

    La digitalizzazione è l’acceleratore di una rivoluzione tecnologica e culturale: il dialogo con l’intelligenza artificiale è ormai una pratica consolidata che sta cambiando le abitudini di vita, da Siri a Google Home, mentre la cultura del sostituire la telefonata con la condivisione del testo su WhatsApp è ormai un fatto e, dalla nostra casa, entrano in ufficio per approdare in quello che viene oggi comunemente identificato come il terzo living: l’automobile.

    Tutti questi elementi confluiscono nella domanda di nuovi modelli di mobilità. Mercedes-Benz che oltre 130 anni fa ha inventato l’automobile, si trova oggi a reinventare il concetto di mobilità attraverso una trasformazione che da ‘semplice’ produttore di automobili la vedrà sempre più protagonista come provider di servizi di mobilità, in un ecosistema virtuoso dove coesistono possesso e condivisione e l’esclusività diventa un lusso solo se di facile fruizione.

    Per definire le quattro direttrici protagoniste della mobilità del futuro, Mercedes ha scelto l’acronimo CASE (Connected, Autonomous, Shared & Services, Electric), che indica chiaramente la strada, o meglio, le strade che intende percorrere.
    Le automobili sono sempre più Connesse: con il proprietario, con l’assistenza e persino con gli altri automobilisti, tramite sistemi come Car-to-X che già oggi permette di condividere proattivamente notizie sul traffico ed eventuali situazioni di pericolo.

    La connettività è anche la base della guida autonoma, che ridefinisce il ruolo dell’automobile, portando a bordo livelli di confort e sicurezza mai visti prima e lasciando ai cosiddetti robotaxi l’ultimo step del suo processo evolutivo. Automobili senza volante né pedali, guidate da un’intelligenza collettiva in grado di ottimizzare le esigenze dei clienti, per passare da una realtà di ‘city traffic’ ad un ideale ‘urban flow’, con importanti benefici non solo per gli utenti, ma per l’intera collettività.

    La mobilità del futuro sarà, inoltre, caratterizzata da una spiccata flessibilità, favorita da soluzioni di mobilità intelligenti e condivise come car2go, mytaxi, e Flixbus, offerti attraverso la piattaforma di mobilità moovel.

    Connessa, autonoma, condivisa ed integrata attraverso servizi intelligenti e, naturalmente elettrica, l’ultima lettera di CASE rappresenta la risposta alla richiesta di una mobilità pulita e a zero emissioni. Una vera rivoluzione che parte dalle città, con smart che dal 2019 sarà il primo marchio a convertirsi interamente in elettrico per poi andare sulle lunghe percorrenze con la nuova famiglia di prodotti EQ, il brand full electric della Stella.
    La grande sfida della mobilità del futuro è già iniziata.

    A cura di Mercedes-Benz Italia
  • Come cambia il ruolo del Marketing Manager – Part 1

    Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana?

    Nel momento di fortissima trasformazione che stiamo vivendo, in cui Marketing e Comunicazione tendono a convergere per diventare un’unica funzione a supporto delle vendite e del business, appare sempre più evidente come l’errata o approssimativa definizione degli obiettivi assegnati a chi è responsabile di tale funzione condannino l’azienda a subire, nel proprio mercato di riferimento, l’iniziativa di concorrenti più proattivi o creativi.

    Ma cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana?

    In primis, come evidenziato anche da studi condotti da Forbes e Harvard Business Review, oggi il Marketing è produzione e gestione di contenuti per ingaggiare e interessare il proprio target di riferimento. Parliamo di contenuti di qualsiasi forma (video, infografiche, studi, white paper…) che devono essere prodotti e resi disponibili al proprio target di riferimento, secondo un processo che va attentamente pianificato e studiato.

    L’errore più comune è quello di definire prima cosa va scritto (“What”) e in seguito cercare chi e come è in grado di produrlo e realizzarlo, affidandosi poi a un’agenzia esterna che interviene solo nella fase più operativa.

    In realtà, il processo più efficace parte dall’individuare attentamente il perché (“Why”) si debba arrivare a pubblicare una serie di contenuti e il team (“Who”) deputato a farlo. Definito questo passaggio chiave, ecco il motivo per cui un’agenzia di Marketing può diventare il miglior partner possibile di un Responsabile Marketing, fornendo consulenza attiva sul perché e aiutando a mettere a fuoco il come (“How”).

    Nelle grandi aziende questo processo, sia per esperienza che per competenza, è spesso già definito (ma non sempre ottimizzato); nelle medie imprese, dove chi è deputato a svolgere attività di Marketing si focalizza solo sui task più operativi, manca invece una cabina di regia che può diventare lo spazio in cui le agenzie di Marketing e Comunicazione possono e devono essere il miglior partner della PMI Italiana.

    di Andrea Ricotti_Sales & Marketing Director
  • L’indecisione nel processo d’acquisto

    C’era una volta il modello classico di Marketing, con i tre momenti fondamentali del processo decisionale d’acquisto da parte dei consumatori.

    Un modello che prevedeva uno Stimolo iniziale, generato da una campagna pubblicitaria (Spot TV, Radio, Stampa, Direct Marketing, online ADV) e alimentato da un qualsiasi elemento che, mettendo in contatto marca e consumatore, riusciva a far nascere un bisogno.

    Il Primo Momento della Verità, quando il consumatore riconosceva il prodotto sullo scaffale di un punto vendita oppure all’interno di un e-commerce, il momento in cui decideva se acquistarlo confrontandolo con gli altri prodotti presenti.

    Infine, il Secondo Momento della Verità, successivo all’acquisto del prodotto, la fase in cui il consumatore valutava se fosse soddisfatto o meno dell’acquisto, condividendo la propria esperienza e il proprio livello di gradimento.

    Lo scenario odierno è rivoluzionato. I nuovi consumatori utilizzano il web per cercare informazioni e documentarsi prima di qualsiasi acquisto. Gran parte di essi, ad esempio, effettua ricerche online dopo avere visto uno Spot in TV.

    Questa attività di approfondimento si inserisce fra lo Stimolo iniziale e il Primo Momento della Verità e viene oggi definita come il Momento Zero della Verità, lo ZMOT (Zero Moment of Truth), un termine introdotto per la prima volta da Google nel 2011.

    Nel caso di acquisti su piattaforme e-commerce, il passaggio tra lo ZMOT e il Primo Momento della Verità può essere addirittura istantaneo.

    Ma cosa avviene quando per l’acquisto del prodotto è necessario rivolgersi a un negozio fisico? Il passaggio tra lo ZMOT e il Primo Momento della Verità si allontana e il consumatore passa molto più tempo a documentarsi online incrociando centinaia di informazioni, con il rischio di aumentare la propria indecisione.

    È proprio durante questa lunga fase di indecisione che le aziende dovrebbero attivarsi e incrociare in modo determinante il proprio cliente. È in questo momento che un brand può diventare vincente.

    Il consumo sarà un processo sempre più consapevole: non è più possibile sottovalutare il fatto di interfacciarsi con interlocutori preparati, perché, documentandosi online, i consumatori accumulano un bagaglio di esperienze su ciò che stanno cercando che è incredibilmente ricco e diversificato rispetto al passato.

    Quali sono quindi le azioni che ogni marca dovrebbe attivare? Trasparenza, Autenticità e Vicinanza sono elementi essenziali. E si devono tradurre in attività di consulenza al consumo sempre più puntuali e dettagliate, veicolate tramite strategie di comunicazione online (dai social ai siti web, dalla marketing automation ai processi di lead generation) ormai imprescindibili per i top brand.

    L’agenzia di comunicazione si posiziona qui, con il proprio lavoro, e questa è una delle sfide più attuali del Marketing, perché in ballo non c’è più solo il lancio di una campagna pubblicitaria memorabile, ma la sopravvivenza o il successo stesso del brand sul proprio mercato.

    di Gianmario Colafati_Chief Operations Officer