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  • La linea sottile fra politica e spettacolo nel tempo dei social

    Immediatezza e contatto diretto, sono queste le chiavi per raggiungere l’elettorato al giorno d’oggi: ecco perché i politici di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso ai social media.

    Ci fu un momento, nei primi anni 2000, in cui il potere aggregante dei social divenne chiaro: una dopo l’altra, la febbre da condivisione iniziò a colpire moltissime star di fama internazionale, che iniziarono a farci entrare nelle loro vite e a mostrarci un lato quotidiano capace di umanizzare anche i più irraggiungibili.

    Una tendenza a cui, per anni, un unico ambito sembrò resistere: la politica. Ancora appannaggio di comunicati ufficiali e media tradizionali, il linguaggio schietto, rapido e raramente sofisticato dei social media poco si prestava a rappresentare l’immagine dei politici, qualsiasi fosse la loro caratura.

    Tutto cambiò con le elezioni americane del 2012, le prime, vere “Social Media Elections” della storia: se già nel 2008 Barack Obama e il suo team erano stati lungimiranti nell’individuare le potenzialità dei social – pur potendo puntare su un bacino di utenti più limitato – nella vittoria del secondo mandato Facebook, Twitter e Instagram giocarono un ruolo cruciale. Proprio quel linguaggio privo di fronzoli contribuì in maniera massiccia ad avvicinare Presidente ed elettori, che si sentirono parte integrante della stessa campagna elettorale.

    Uno scenario quasi futuristico in altre parti del mondo, dove ci si domandava quando e se i social sarebbero riusciti a fare breccia nella roccaforte della politica nazionale: sei anni dopo, la risposta è evidentemente sì.

    Oggi i social network sono il principale mezzo di comunicazione fra politici ed elettorato: se i tweet al vetriolo di Trump – condannati dai detrattori ed elogiati dai sostenitori per la loro disarmante schiettezza – non hanno bisogno di presentazioni, anche da questa parte dell’oceano la nuova classe politica fa dei social uno strumento imprescindibile.

    Il filo conduttore? L’immediatezza. Non è un caso se anche i politici del Bel Paese scelgono di raccontare a tutto tondo le proprie esperienze, dal più ufficiale degli incontri all’endorsement per la serie TV del momento. Un modo di comunicare senza filtri che inevitabilmente avvicina la figura politica alla gente, rendendola più umana, accessibile, decifrabile.

    Il passo da figura istituzionale a web star è quindi brevissimo, al netto di una situazione che più che mai porta a polarizzare l’opinione pubblica fra fermi sostenitori – sarebbe meglio parlare di fan? – e instancabili oppositori – e qui la parola hater non verrebbe usata a sproposito.

    Una rivoluzione totale, motivata da mille ragioni diverse. Innanzitutto i social, oltre a garantire un approccio più diretto, permettono di aggirare i costi non proprio abbordabili di una campagna elettorale tradizionale: basta una buona pianificazione pubblicitaria sulle piattaforme social per arrivare come e dove si vuole. Investire in annunci pubblicitari su YouTube, ad esempio, è assai meno dispendioso che pagare una presenza in TV o in radio.

    Un secondo aspetto è la possibilità di captare e usare a proprio vantaggio l’opinione pubblica su una varietà pressoché infinita di argomenti: ricorrendo ai dati analitici dei canali, è ormai immediato misurare la reazione del pubblico su qualsiasi questione, aggiustando il tiro quando serve con costi limitati e in tempo reale.

    In definitiva, il politico d’oggi e la sua presenza online sottostanno alle stesse logiche di un brand: diventa quindi fondamentale pensare in modo ponderato a ciò che si vuole dire e come, evitando di ritrovarsi in pericoloso effetto boomerang quando un tweet, un post o un’immagine non raggiungono lo scopo desiderato. E di scivoloni social, si sa, ne è pieno l’internet.

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • Benvenuto Andrea!

    Il team di H2H si è allargato con l’arrivo di Andrea Ricotti, ora operativo nel nuovo incarico di Sales & Marketing Director. Laureato in Economia Aziendale all’Università Cattolica di Milano e con un Executive MBA alla SDA Bocconi, Andrea ha ricoperto nel tempo ruoli di crescente responsabilità commerciale all’interno di Hewlett Packard e, più di recente, in Cerved Group.

    Grazie alle sue competenze ha contributo a sviluppare il business di Cerved Marketing Solutions, gestendo la rete commerciale e occupandosi della progettazione e del lancio di nuovi prodotti e servizi.

    “La nomina di Andrea porta in H2H la garanzia di un’esperienza consolidata in ambito gestionale e commerciale” spiega Paolo Romiti, CEO di H2H. “A lui abbiamo affidato la guida dei team Sales Accounting, Project Management e Strategy, con l’obiettivo di proseguire nel percorso di forte riposizionamento strategico dell’agenzia, che vedrà da qui ai prossimi mesi ulteriori assunzioni in organico e una ridefinizione della mission aziendale”.

  • Il ruolo del testimonial nell’era della trasformazione digitale

    L’utilizzo di un volto noto o la voce di una persona influente è in grado di fare realmente la differenza in pubblicità. Ma nel mondo web e social come funziona esattamente?

    Quando si parla di pubblicità, una delle figure chiave è il testimonial. Da sempre stuoli di top model, attori, artisti e sportivi famosi sono i protagonisti di spot televisivi, apparendo sui cartelloni pubblicitari e sulle pagine di riviste e quotidiani. Oggi, però, il modo di promuovere un prodotto attraverso Internet è molto diverso da quello usato per altri canali. Nell’advertising classico il testimonial che presta viso e voce al prodotto o al servizio da pubblicizzare deve essere un personaggio facilmente riconoscibile. Nel web, invece, pur se il concetto sostanzialmente rimane lo stesso, tutto questo assume forme diverse. Così, se un’azienda vuole avere successo deve andare alla ricerca del personaggio giusto. E quindi esplorare i social per scoprire talenti emergenti, o collaborare con nomi già rilevanti in modo da avere un ritorno immediato e concreto. È dunque necessario possedere l’abilità di selezionare brand partner che aiutino a raccontare storie nuove capaci di coinvolgere la community di riferimento senza sforzo. Ecco perché la figura del testimonial è stata sostituita dal brand ambassador o da quella dell’influencer. Scegliere un influencer – ovvero un individuo capace di avere un impatto rilevante a livello di comunicazione sugli utenti e, quindi, sui brand – negli ultimi tempi è diventata una scelta decisiva per molte aziende che decidono di avviare una campagna di Influencer Marketing. La loro popolarità è talmente ampia che sempre più aziende cercano di acquisire visibilità pagando tali personaggi affinché parlino bene del loro prodotto. L’importante è avere bene in chiaro cosa misurare e quale metro considerare per determinare se una campagna abbia avuto successo, o meno. Le aziende che vogliono investire quest’anno in Influencer Marketing devono allora, innanzitutto, capire bene come integrarlo col Content Marketing, comprendere dove si sta spostando l’attenzione del pubblico verso determinati formati di contenuto, scoprire quali canali stanno presidiando e soprattutto se in quei canali/communities c’è realmente il pubblico target. L’esposizione, unita al consiglio, è il vero strumento che può fare la differenza nella comunicazione web. Con l’esposizione si ha quasi una voce superiore al rumore generato giornalmente nelle varie community e si è in grado di fare ascoltare il proprio messaggio. Grazie al consiglio si determina il giudizio positivo o negativo che andrà a impattare sulle vendite, in quanto, molto spesso, anche il giudizio dell’influencer subisce una sorta di viralizzazione finendo con l’influenzare i giudizi del pubblico. L’Influencer Marketing non deve interessare soltanto i grandi brand, ma anche i piccoli. Là fuori è pieno di influencer di classe A, classe B o classe C, a seconda del loro grado di influenza. Non si devono per forza investire decine di migliaia di euro in campagne di Influencer Marketing. Ogni nicchia di mercato ha ormai influencer che possono diventare soggetti attivi nelle campagne di marketing anche delle piccole imprese. Tutto questo perché siamo esseri sociali, persone cioè che si lasciano influenzare dalla massa, e quando vediamo che già altri hanno fatto una scelta ci lasciamo influenzare. Perché odiamo essere soli nelle scelte e preferiamo fare ciò che gli altri ci dicono di fare.

    Alessandro Borgomaneri_ Senior Copywriter
  • La musica del futuro con l’Intelligenza Artificiale

    Si parla spesso di Intelligenza Artificiale, ma ne conosciamo veramente il potenziale? Ad esempio, sapete che viene spesso usata anche nell’industria creativa e soprattutto nella composizione musicale?

    Tanti ne hanno paura, altri ne sono completamente affascinati, altri ancora sono attratti ma allo stesso tempo la rifiutano. Stiamo parlando dell’Intelligenza Artificiale. È difficile prendere una posizione chiara in merito, soprattutto tenendo conto degli svariati ambiti in cui può essere utilizzata, ma per gli appassionati di tecnologia significa una cosa sola: permettere a uomo e macchine di arrivare lontano e insieme, laddove non riuscirebbero da soli.

    Si parla di Intelligenza Artificiale credendo possa essere praticabile solo in attività manuali dove gli uomini sarebbero facilmente rimpiazzabili o dove sono richiesti calcoli complessi. In realtà, anche l’industria creativa e, in particolare, la composizione musicale, beneficia dei potenziali dell’AI. Due fratelli e ingegneri informatici, Pierre e Vincent Barreau, hanno dato vita a un compositore virtuale di musica classica e sinfonica chiamato Aiva (Artificial Intelligence Virtual Artist), che basandosi sulle partiture dei più grandi compositori – come Mozart, Beethoven e Vivaldi – è in grado di comporre brani originali. Ma non solo. In futuro, questo tipo di tecnologia potrebbe essere applicata persino per il completamento di opere rimaste incompiute, come la Sinfonia n.8 di Schubert.

    Questo software lavora sull’apprendimento approfondito (deep learning) e l’apprendimento automatico (machine learning) insieme all’interazione di molteplici reti neurali artificiali che imitano il funzionamento del cervello umano costruendo gli algoritmi della tecnologia di Aiva. Questi algoritmi analizzano oltre 15mila partizioni musicali digitalizzate dando origine a un nuovo modello matematico e intuitivo di musica che viene usato per scrivere nuove composizioni. Sembra tutto molto tecnologico e “disumanizzato”. Ma non è così. Infatti, per i due fratelli, l’intervento umano rimane l’elemento fondamentale: affidarsi a musicisti professionisti per verificare l’orchestrazione, gli arrangiamenti, la produzione e i parametri di apprendimento dell’algoritmo, rimane un lavoro necessario.

    di Antonella Libera_Digital Strategist
  • Parole O_Stili, la battaglia contro la violenza nelle parole

    Dal 2017, l’associazione no profit diffonde pratiche virtuose di comunicazione sul Web e offline, anche per aziende e mondo della politica. Il segreto? Il “Manifesto della comunicazione non ostile”.

    Fake news, hater e cyberbullismo. Ecco tre termini entrati da anni nel vocabolario comune degli utenti della Rete. Oltre ai tentativi di approccio tramite like, alle insistenti campagne pubblicitarie declinate in post sponsorizzati e agli aforismi filosofici che decorano selfie al mare o foto di gattini, c’è infatti un lato oscuro del Web. Anzi, forse neanche così tanto “oscuro” se si considera che il 91,8% dei giovani italiani crede che l’hate speech abbia conseguenze sulla vita delle persone offese.

    Episodi di violenza virtuale sono sempre più all’ordine del giorno. E la causa del problema va ricercata in una povertà culturale e comportamentale che contraddistingue sempre più coloro che comunicano attraverso pixel.

    Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse norme da parte degli organi legislatori per arginare questi fenomeni. Eppure, l’elevata penetrazione del digitale nella vita quotidiana non permette alle attuali regolamentazioni di spegnere in via definitiva ogni focolaio di maleducazione online.

    Ma andiamo “al sodo”. In questa situazione di oggettiva difficoltà, c’è chi si è ritagliato un ruolo da protagonista a beneficio di quella maxi-community definita dal Web: si tratta di Parole O_Stili.

    L’associazione no profit, nata a Trieste nel 2017, vuole sensibilizzare e educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile. Attraverso il suo “Manifesto della comunicazione non ostile”, oltre 300 professionisti della comunicazione (tra cui insegnanti, influencer, imprenditori e blogger) sottolineano quotidianamente come l’ostilità espressa in Rete abbia conseguenze concrete e permanenti nella vita delle persone. Come? Lavorando nelle scuole e nelle università, collaborando con le imprese e le istituzioni.

    Nel “Manifesto della comunicazione non ostile” si trovano, appunto, i concept fondamentali dell’attività di Parole O_Stili. Dieci regole, quasi dei mantra, tra cui compaiono: “Virtuale è reale”, “Le parole hanno conseguenze”, “Condividere è una responsabilità” e “Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare”. Insomma, il buon senso applicato perfettamente al grande panorama della comunicazione.

    Il Manifesto è stato poi adattato al mondo politico, con la campagna #cambiostile lanciata nel dicembre del 2017. Quasi 250 uomini e donne delle istituzioni (appartenenti ai più diversi partiti e gruppi parlamentari) hanno assunto l’impegno di focalizzare il dibattito politico su contenuti e idee orientati al bene comune: un’applicazione pragmatica del Manifesto sui toni e sullo stile da adottare durante i confronti e i dibattiti con gli avversari. L’impegno dimostrato e i risultati ottenuti dall’associazione le hanno addirittura permesso di ottenere la Medaglia di Rappresentanza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Ma l’uso di un linguaggio aggressivo e irrispettoso contraddistingue spesso anche l’ambito lavorativo, come dichiarato dal 58% dei lavoratori e dirigenti intervistati da Parole O_Stili in una sua ricerca. Durante il secondo evento dell’associazione tenutosi lo scorso 7 giugno, il gruppo triestino ha così presentato un ulteriore riadattamento del Manifesto, dedicandolo all’ecosistema aziendale. Perché, come ha ricordato Maria Cristina Origlia, Managing Editore de Il Sole 24 Ore, nel suo intervento alla rassegna estiva: “Il ruolo sociale delle aziende diventa sempre più importante, in qualità di aggregatori di idee, cittadinanza, valori, facendo cultura nell’intera società”.

    Uno spunto interessante, che richiama uno dei concetti cardine di Parole O_Stili: dove c’è ostilità, non ci può essere una corretta comunicazione; e dove non c’è una corretta comunicazione, non ci possono essere cultura e società.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana? (P.4)

    Se doveste ricercare una competenza chiave per selezionare domani il vostro Marketing Manager, su quale scommettereste?
    Io non ho dubbi: la capacità di saper analizzare i dati e di trasformarli in azioni.

    Se negli articoli pubblicati fino ad oggi abbiamo capito “cosa” dovrebbe fare il marketing manager di una media azienda italiana oggi, in questo mio nuovo intervento ragioneremo su come stanno cambiando, nell’epoca della ormai sempre più attuale “Digital Transformation”, le competenze chiave di questo ruolo.

    Se, infatti, il mercato si è complicato, i clienti sono sempre meno facili da ‘interessare’ e i canali da presidiare cambiano sempre più di frequente le proprie regole del gioco, qual è la competenza essenziale di un moderno responsabile Marketing? Quanto del moderno ‘mix’ di strumenti deve essere disponibile in casa e quanto si può (o si deve) cercare in partner esterni?

    Le risposte a queste domande non sono semplici e dipendono dal tipo di mercato e di organizzazione che si deve gestire.

    Innanzitutto se siamo a capo di un ‘team’ di collaboratori e la struttura Marketing è sufficientemente ‘ampia’, è allora auspicabile che alcuni processi e attività si possano gestire internamente cercando, però, di comprendere con attenzione di che tipo di professionalità si necessita nel team.

    Ecco che le competenze del nostro marketing manager si spostano più verso un ambito gestionale e quest’ultimo dovrà selezionare, o formare, il proprio team dando importanza ad alcune caratteristiche prevalenti nel mercato di oggi: la capacità di ‘data analysis’, il Digital e il dominio della propria customer base con opportuni strumenti di CRM.

    Il marketing non è mai stato, infatti, così “data driven” come oggi e non disporre della capacità di interpretare i dati necessari a posizionare/riposizionare un brand, a profilare una propria base clienti o ad analizzare il ritorno delle varie campagne di marketing, ci metterebbe in estrema difficoltà; se non altro perché, con lo scopo di ottimizzare costi e struttura organizzativa il team marketing sarebbe facilmente ridotto, come mi capita ormai spesso di trovare, ad una mera rappresentanza ‘funzionale’ svuotata di competenze e di ragion d’essere.

    Il Marketing si ridurrebbe così ad una triste appendice di un altro ruolo operativo (es. un area manager, una segreteria di direzione, un Customer Service…) ma senza quella solidità alla base fondamentale per portare valore in azienda.

    Attenzione: se la costruzione in sé di una base dati di confronto e analisi non richiede notevoli sforzi, è la competenza necessaria ad analizzare questi dati e a trasformarli in azioni (strategiche e tattiche) concrete la vera novità che ha rivoluzionato, e arricchito, sensibilmente la funzione.

    Il marketing deve mantenere dei fortissimi punti di contatto con il commerciale, l’IT, il finance o la produzione e il rischio di venire travolti da queste quattro funzioni (che da sempre, a differenza del marketing, vivono e governano dati essenziali per la crescita aziendale come le vendite per il commerciale, l’impiego e il traffico di Megabyte per l’IT, il cash flow per il finance e i trend di produttività per la produzione) è elevato.

    Anche se ci ritrovassimo soli a presidiare un reparto Marketing, avremmo sempre l’opportunità di cercare all’esterno i partner adeguati per supportare i diversi processi (Digital, Inbound, Strategy…) ma a maggior ragione, un fortissimo presidio per giudicare la qualità dei risultati raggiunti e la capacità di saperli indirizzare diventa necessaria.

    In conclusione, indipendentemente dall’organizzazione e dal mercato, se dovete ripensare a questo ruolo, premiate e sviluppate competenze analitiche, di attitudine al problem solving basate sui dati, di saper interpretare un fenomeno descrivendolo però, sempre, in funzione di risultati attesi e di obiettivi.

    Questo è ciò che guida le organizzazioni oggi e il vero Marketing dovrebbe essere, da sempre, la vera guida delle aziende.

    di Andrea Ricotti_ Sales & Marketing Director
  • L’insostenibile leggerezza della Generazione Z

    Dopo Baby Boomers, Generazione X e Millennials è ora il turno della Generazione Z, la più giovane, il futuro, con tante sfumature al suo interno.
    Per i marketers, la nuova tipologia di consumatore da intercettare e incuriosire.

    È la prima generazione successiva all’era Internet.

    Nati tra la seconda metà degli anni 90 e il 2010, vivono immersi nei social media, utilizzano circa cinque dispositivi (rispetto ai tre dei Millennials), conoscono solo lo smartphone e al posto delle parole utilizzano le emoji.

    Sono la Generazione Z, i veri digital native.

    Il mondo digitale è l’habitat naturale di questi giovanissimi trendsetter. È su Internet che costruiscono il proprio spazio sviluppando relazioni e creando micro community private su passioni e interessi.

    E grazie al potere d’acquisto che stanno sempre più acquisendo – anche grazie alla forte influenza che esercitano in ambito familiare – sono oggi il target più ambito da parte di brand e aziende.

    Andare a intercettare questo nuovo bacino di consumatori non è tuttavia così semplice, proprio per i tratti peculiari e più difficilmente inquadrabili che la contraddistinguono.

    Ora più che mai è fondamentale per i marketer conoscere il mondo dei post millennials – molto più consapevoli e pragmatici rispetto ai loro predecessori. Indispensabile conoscere i luoghi virtuali che frequentano e le modalità di comportamento sui social.

    Sì, perché i giovani di questa generazione sono informatissimi, affamati di novità e di imparare da autodidatti; per nulla fedeli ai brand, hanno una soglia di attenzione bassissima (stimata in circa 8 secondi) e si annoiano facilmente. Molti hanno già abbandonato Facebook (ritenuto roba per vecchi) per spostarsi verso Youtube e tutti gli altri i social che vivono di immagini, proprio perché più immediate e più efficaci.

    Desiderano restare anonimi, il che pone per le aziende la necessità di andare a intercettarli sui canali diretti per coinvolgerli ma, nonostante tengano alla privacy, amano lasciare feedback, commenti e recensioni. Nota particolare: si informano sui diversi canali prima di compiere un acquisto ma il 67% di loro fa acquisti nei negozi fisici, per poi documentare sui social il loro shopping.

    Convivono dalla nascita con il bombardamento degli annunci da parte delle aziende ma apprezzano l’interazione con i marchi e sono pronti a sperimentare tutto ciò che questi offrono loro in termini di esperienze originali (anche dal vivo) e in prima persona, purché sia qualcosa che li coinvolga e li faccia sentire parte integrante del brand. Realtà virtuale, video live, video 360, live streaming sono sicuramente mezzi in grado di catturare questa gioventù, puntando sempre su contenuti visual ed effimeri, coinvolgenti, rilevanti e soprattutto brevi.

    I primi ingredienti fondamentali per raggiungere questo target sono quindi: una comunicazione per immagini, immediata (banditi messaggi prolissi) e che alimenti la curiosità; una customizzazione che soddisfi il bisogno di unicità; il coinvolgimento emotivo.

    Il tutto deve avvenire in modo non invasivo, anzi, in maniera naturale. Solo offerte mirate, dimostrando sempre grandissima attenzione ai valori della qualità autentica, della trasparenza e della responsabilità sociale.

    Questo può voler dire per un brand cambiare in toto la propria strategia. Basti pensare a Prada Linea Rossa che con la recente campagna digital SS19 ha dirottato la sua strategia di marketing puntando tutto sulla Generazione Z; oppure Heineken con la birra analcolica 0.0, o ancora la recentissima campagna Samsung per il lancio dei nuovi smartphone Galaxy A, pensati proprio per la Z Gen.

    Il cambiamento di rotta è del resto imprescindibile, posto che questa generazione rappresenta il target che popolerà sempre più il mondo digitale dei prossimi anni.

    Alle aziende la sfida di stare al passo, sapersi innovare, mantenere la freschezza di base per riuscire ad accedere a un’interazione ed essere considerati da questi nuovi spenders. Parola chiave, saper cogliere il loro vero spirito: fare, creare e lasciare il segno.

    di Monica Magnoni_ Communication & Business Development
  • Il mondo a 10 Gbit al secondo. Parte l’era della quinta generazione

    Il 5G rivoluzionerà profondamente le nostre vite e il mondo che ci circonda. Abbandoniamo tutte le abitudini, perché saremo proiettati alla massima velocità, per una iperconnessione senza precedenti.

    “Velocità, sono pura velocità!”, così Saetta McQueen si dà la carica all’inizio del film “Cars”.

    Ci siamo, manca poco e anche noi ci trasformeremo in pura velocità con l’arrivo del 5G.

    Sembra un potenziamento del 4G, vero? Detto così, il 5G sembra un upgrade. In realtà assisteremo a una vera e propria rivoluzione, capace di modificare geneticamente l’approccio di comunicazione, di connessione tra persone e persone, tra persone e oggetti. Stiamo per vivere una mutazione profonda di abitudini e strumenti a sostegno del quotidiano. Quei momenti in cui si scavalla in una nuova era.

    Ma facciamo un esempio: contate fino a 30… un film di due ore è già scaricato.

    Un altro esempio per scaldarci? Moltiplicate per 1000 il mondo che già conoscete, quello che viaggia alla velocità del 4G. Aggiungete alla vostra simulazione una latenza di appena 4 millisecondi e una stabilità della connessione anche a 500 Km/h. Velocità, siamo pura velocità! Questa sarà la vita della quinta generazione e il futuro è ormai prossimo.

    Nel 2020 partiranno come un razzo le prime cinque città italiane (Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera) e il nostro Paese guiderà la cordata rivoluzionaria. Nel 2019, praticamente domani, usciranno i device che dialogheranno con le infrastrutture del 5G.

    A livello infrastrutturale scompariranno le antenne, lasciando il posto a una rete di celle dislocate in modo capillare su tutto il territorio e onde ad altissima frequenza.

    Ma come la velocità di connessione andrà a modificare sociologicamente (arrivo a dire antropologicamente) il modello finora noto? E cosa cambia realmente nella comunicazione?

    Smart City, Smart Home e Smart Grid avranno finalmente terreno fertile e non rimarranno più allo stadio progettuale o di esperimenti isolati.

    Gli oggetti comunicheranno con le persone. Ciascuno di noi potrà ricevere la delivery del cibo da un drone, monitorare e attivare la domotica della propria casa semplicemente dal proprio smartphone, interagire con robot, godere della guida autonoma, ricevere trattamenti sanitari e interventi chirurgici da remoto e soprattutto essere iperconnesso, ovunque e sempre.

    Il mondo immaginato dalla fantascienza è qui, a portata di touch. Riguarderà non sono Brand avanguardistici e Istituti di ricerca. Impatterà sulla vita reale di ogni singola persona. A simulazioni fatte, sarà la velocità di 2,6 miliardi di utenti entro il 2025.

    Il supporto del 5G non è solo applicabile alla Mobile Technology, ma alla Cybersecurity, al Cloud Computing, alla robotica, all’e-health, alla Virtual e Augmented Reality, per citare solo alcuni dei campi impattati.

    Le macchine comunicheranno con le macchine, in uno scambio virtuoso di dati a velocità interstellare, in cui la mano dell’uomo non entrerà più, non potrà. 50 miliardi di oggetti in dialogo, movimentati da intelligenze da remoto.

    I Big Data saranno analizzati all’istante da algoritmi di Intelligenza Artificiale.

    Gioveranno del 5G le tecnologie RFID – per uno sviluppo della logistica e della distribuzione – e fiorirà come non mai il Cognitive Computing.

    Lunga la lista delle sperimentazioni già in atto, per prepararsi a sgommare come Saetta McQeen alla velocità massima.

    La comunicazione si adeguerà non solo ritmicamente, ma anche per la creazione di contenuti adatti ai nuovi strumenti e per la progettazione di interconnessioni molteplici.

    Tra i 500 miliardi e i 2 trilioni di dollari il peso specifico sull’economia globale.

    Bisogna arrivare pronti e prima degli altri, essere competitivi. In fin dei conti i costruttori, gli operatori e i marketer sono già a lavoro. Sono già Pura veloci!

    di Benedetta Mincarini_ Content Strategist
  • Join the human side of marketing: l’emozione avvicina brand e clienti

    Le persone vengono prima dei consumatori. L’approccio H2H, Human-to-Human, scardina la classica dicotomia B2B/B2C e rivoluziona il mondo della comunicazione e del marketing.

    H2H, Human to Human: l’uomo torna al centro, in un nuovo Rinascimento dove “digitale” rima più che mai con “personale”. Per chi opera nell’ambito del digital marketing non basta avere acquisito tecniche e skills, né conoscere alla perfezione i brand di cui si occupa: è indispensabile raccogliere le molteplici sfide di un rapporto che nasce e si sviluppa attraverso la connessione tra gli esseri umani.

    H2H, Human to Human: più di un acronimo d’impatto, più di un versatile mantra, qui ci troviamo di fronte a una radicale inversione di paradigma. La chiave d’accesso a un Umanesimo della comunicazione, un paesaggio mutato e mutevole dove le aziende possono sopravvivere solo a patto di imboccare la strada della trasformazione “human oriented”.

    A coniare il termine e a lanciare il movimento #H2H è stato Bryan Kramer, cofondatore e CEO dell’agenzia PureMatter, social media strategist e influencer tra i più autorevoli a livello mondiale, in un testo che fin dal titolo non lascia spazio ai fraintendimenti: There’s no B2B or B2C; it’s Human to Human #H2H. Mentre l’unica opzione del marketing tradizionale sembrava giocata sull’alternativa “Business-to-Business” o “Business-to-Consumer”, l’approccio H2H impone ai brand di rinunciare all’arma spuntata degli slogan per ascoltare e comprendere il nuovo consumatore, non più target subissato da enunciati indiscutibili (“siamo i leader del mercato”, “proponiamo il top di gamma”, “offriamo soluzioni all’avanguardia”), ma protagonista di un dialogo ad armi pari con le aziende grazie all’interattività dei canali social. È il buzz che elettrizza le conversazioni di milioni di utenti, l’incessante brusio cui tendere l’orecchio, “ciò di cui tutta la città parla” e che il marketer attento non può permettersi di ignorare.

    Le imprese non hanno emozioni”, dichiara Kramer in un post sul suo blog, ma chi ne acquista i prodotti esige di essere emozionato. Il cliente che prepara le proprie scelte informandosi in modo sempre più autonomo e consapevole ormai non si limita ad allungare la mano verso un oggetto da infilare in un carrello fisico o virtuale. Pretende di sentirsi incluso in un contesto; vuole percepire un marchio come vicino a sé ed essere coinvolto in una community che si riconosca nel medesimo processo di identificazione; è incuriosito dalla storia e dalle persone (e dalla storia delle persone) a monte dei prodotti; desidera scoprire territori ignoti, apprendere contenuti interessanti e fornire a sua volta consigli.

    Ascoltate i vostri clienti: ecco il primo comandamento che l’approccio H2H impone alle aziende. Cercate di capirne i bisogni, ma soprattutto interagite con loro. Metteteci la faccia, mostratevi per come siete, anche a costo di apparire imperfetti, persino vulnerabili. In una parola, siate umani. Umani nell’adozione di un tone of voice semplice e immediato, che si rivolga in primo luogo alle persone. Umani nell’intelligente e ironica combinazione di testi, immagini e contenuti video per dare vita a forme di storytelling efficaci ed emozionali. Umani nella costruzione di una relazione aperta agli scambi in entrambi i sensi, che stimoli commenti, intercetti opinioni, trasformi ogni interazione in una preziosa opportunità di feedback.

    “Gli esseri umani” scrive Kramer “sono complessi per natura eppure ambiscono alla semplicità. La sfida che riguarda tutti noi, e in particolare chi si occupa di marketing, consiste nell’individuare, comprendere e spiegare la complessità nella sua forma più semplice. Trovare ciò che ci accomuna in quanto esseri umani e comunicarlo con le parole che tutti stavamo aspettando.”

    Alessandro Vezzoli_Copywriter
  • H2H a Iab Forum con “Il racconto di Eco_Logica per Coop”

    Etica, valori del brand e sostenibilità ambientale, sono i temi affrontati nel workshop di H2H in collaborazione con Coop Italia e Luca Mercalli

    Si è concluso da pochi giorni a Milano IAB Forum, il più importante evento italiano del comparto digitale e il 4° in Europa per affluenza di pubblico. Sono stati molti gli argomenti trattati e i workshop proposti sui temi più attuali come il Programmatic, Video, Mobile e Native.

    Stando ai dati emersi nel corso di questa sedicesima edizione, il digitale è sempre più importante per lo sviluppo dell’economia italiana; nello specifico, il digital advertising cresce per il decimo anno consecutivo, sfiorando nel 2018 investimenti per 3 miliardi di euro (+11% rispetto al 2017), oltre un terzo degli investimenti pubblicitari italiani.

    Approfondimenti e riflessioni sull’etica, elemento chiave della trasformazione digitale di oggi, hanno poi contraddistinto questi due giorni del Forum, focalizzando l’attenzione sull’uomo e sulla sua capacità non solo di produrre innovazione tecnologica, ma anche di guidarla e governarla.

    H2H ha portato la propria esperienza nel campo digital con un workshop dal titolo “Il racconto di Eco_Logica per Coop”.

    La rubrica video “Eco_Logica”, in collaborazione con il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli e Coop Italia, nasce dall’esigenza di comunicare informazioni scientifiche utilizzando un linguaggio semplice e diretto che possa essere compreso da un pubblico eterogeneo.

    Coop Italia, attraverso le video pillole di Luca Mercalli, vuole raccontare i comportamenti virtuosi da adottare nel rispetto dell’ambiente. Alessandro Serra, Responsabile Comunicazione di Coop Italia, ha illustrato al pubblico l’impegno di Coop Italia nella tutela dell’ambiente:

    In questo momento storico di emergenza ambientale, Coop Italia sta accelerando il proprio impegno per il benessere dell’ambiente adottando la strategia delle 3 R (R come risparmio, R come riuso, R come riutilizzo) in tutta la filiera produttiva, riducendo la plastica dai prodotti a marchio e, infine, aderendo alla Campagna lanciata dalla Commissione Europa.”

    L’incontro è stato dunque l’occasione per dialogare su comunicazione, ambiente ed edu green, mettendo in luce il ruolo del branded content valoriale nel trasmettere i valori del brand.

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO