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  • &THEN 2018, diario di bordo da Las Vegas

    L’MGM Grand Conference Center ha ospitato l’annuale rassegna DMA.

    Dall’8 al 10 ottobre 2018, all’MGM Grand Conference Center di Las Vegas è andata in scena l’annuale edizione di &THEN, il punto di riferimento globale per la data-driven marketing industry. La rassegna, firmata da DMA, ha ospitato i più apprezzati esponenti del settore, offrendo un totale di 485 ore di seminari sulle best practice messe in campo a ogni latitudine: dai nuovi trend per aumentare la customer engagement alle ultime marketing tactics, passando per la realtà virtuale di XRevolution. Ovviamente, non è mancata la presenza della delegazione italiana di DMA, capeggiata dal Presidente Paolo Romiti.

    &THEN 2018 ha posto l’accento su 7 percorsi primari all’interno dell’ecosistema data-driven:

    • Data Inspired Creative
    • Internal Data Strategy
    • Media Automation
    • Blockchian Marketing
    • Personalized Experience
    • Print Innovation Digital Integration
    • Return On Innovation

    Tra questi, ha recitato un ruolo da protagonista la tecnologia blockchain, ormai non più relegata all’ambito della speculazione con cripto-valute. Gli ultimi studi condotti da DMA hanno dimostrato come sempre più marketer la sfruttano per valutare la generazione di lead, raccolti (proprio grazie all’apporto della blockchain) secondo protocolli sicuri e trasparenti anche per i consumer. Nello specifico, la decentralizzazione e la trasparenza insita nella blockchain sintetizzano e migliorano l’interazione tra brand e consumer. Secondo i relatori saliti sul palco di &THEN 2018, la diminuzione degli intermediari e gli smart contract portano quindi a una conseguente diminuzione dei costi aggiuntivi e a un aumento del margine di profitto.

    Il tema della blockchain ha però portato alla luce una diffusa esigenza di nuove regolamentazioni nazionali e internazionali nella data protection. Non sorprende, dunque, che un cospicuo numero di sessioni di &THEN abbiano trattato il tema del GDPR, nonostante riguardi esclusivamente l’ambito europeo. Proprio negli USA sta, infatti, prendendo piede uno stimolante dibattito sulla futura adozione di sistemi normativi analoghi, nonostante l’oggettiva difficoltà nella declinazione di tali cambiamenti in ambito federale. In attesa che a Washington la situazione si sblocchi, la California (storicamente più stringente in ambito privacy) ha perciò deciso di varare a breve una serie di leggi ad hoc sulla base del GDPR del Vecchio continente.

    Tornando alle best practice di settore, &THEN 2018 ha messo sotto i riflettori come online e offline debbano essere complementari per una campagna di successo. Addirittura Fernando Machado, il CMO di Burger King, ha esultato per aver drasticamente diminuito l’investimento media in alcune campagne awareness e tattiche, raggiungendo e superando però i propri KPI: una preventiva e corretta data acquisition e una creatività spiccatamente catchy hanno fomentato un macroscopico buzz intorno alle campaign di Burger King, fino a farle rimbalzare sui tradizionali canali media digitali in maniera praticamente indotta.

    Creatività, dati e tecnologia: ecco la recipe vincente nell’attuale environment data-driven. Un esempio di applicazione? Senza alcun dubbio può esser citata la campagna “SelfieSTIX”, realizzata dall’azienda neozelandese Colenso BBDO per Pedigree e arrivata alla rassegna nel Nevada con i favori dei pronostici. Ai DMA International ECHO Awards, “SelfieSTIX” ha meritato l’ECHO Diamond Award (Best in Show) e monopolizzato i podi di diverse categorie: 4 ori (Integrated Campaign, Consumer Products & Services, Best Use of Immersive Technology e Best Use of Mobile) e un argento (Best Campaign Under $250k).

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Google è il più grande influencer del mondo retail

    Oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali sul loro motore di ricerca e su Google Maps. Numeri da capogiro che rendono Google il più grande "influencer" del mondo retail.

    Si è calcolato che ogni mese oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali su Google e Google Maps. Per capire la portata planetaria del fenomeno basti pensare che il 30% delle ricerche su Google ha ormai un intento locale con una crescita anno su anno nel 2017 di oltre il 50%. Ciò dimostra ancora una volta l’importanza del mondo digitale, e dei motori di ricerca in particolare, nel “drive to store”. In questo contesto giocano un ruolo fondamentale, gli smartphone, ormai parte integrante e irrinunciabile della nostra esistenza, che hanno permesso di connettere ogni persona al mondo circostante, con una ricchezza di informazioni e possibilità di interazione impensabili solo un decennio fa. Queste ricerche locali, inoltre, sono decisive nel marketing funnel del retail.

    • Il 76% delle persone che effettuano una ricerca locale su Google dal loro smartphone visitano il negozio entro un giorno (percentuale che sale all’88% se consideriamo un orizzonte temporale di 7 giorni)
    • Il 28% di queste visite in negozio poi si trasforma in un acquisto.

    Google è dunque il canale che più influenza la visita in negozio, coinvolgendo in particolare persone con un’alta propensione all’acquisto offline. Ciò significa che la presenza locale di un brand su Google ha un impatto diretto e significativo sul fatturato offline dei singoli punti vendita.

    In quest’ambito, Google My Business è sicuramente il posizionamento più importante e strategico su cui è fondamentale concentrarsi a livello locale. Google My Business è la carta d’identità di un’azienda su Google e di conseguenza il primo punto d’accesso degli utenti che cercano attività locali sul motore di ricerca. E’ una scheda che compare tra i risultati di ricerca su Google e Google Maps e che fornisce alcune importanti informazioni aziendali: ragione sociale, indirizzo, mappa, recensioni, orari di apertura, telefono, foto se presenti. È un prodotto che si è arricchito nel tempo di funzionalità che hanno trasformato questa scheda in un avanzato strumento di marketing locale.

    Purtroppo non esiste ancora una consapevolezza diffusa sull’importanza di questo touchpoint locale. Migliaia di schede Google, da quelle di piccoli commercianti a quelle delle grandi catene di negozi, sono spesso non rivendicate o incomplete, senza numeri di telefono, con indirizzi errati, con foto approssimative o centinaia di recensioni a cui nessuno ha dato mai risposta.

    Due persone su tre, che effettuano ricerche online su un negozio fisico, dichiarano di non aver trovato le informazioni che cercavano. Ciò ha generato nel 43% dei casi un senso di frustrazione che ha un impatto negativo sulla reputazione del brand e sul fatturato. Nel 41% dei casi, infatti, questa mancanza di informazioni genera una forte propensione ad acquistare presso un altro negozio.

    Google My Business, a sorpresa, è quindi il posizionamento più influente e decisivo in un contesto locale digitalmente ancora molto arretrato e inconsapevole. Molte aziende dovranno accelerare il passo per colmare questo GAP sfruttando questo strumento che ha un impatto diretto e significativo sulle visite nel punto vendita e sul fatturato.

    di Marco Santini_Digital Performance Strategist
  • RedWave_mag: il nuovo magazine di H2H presentato in occasione della Milano Digital Week

    Nato da un’idea di Paolo Romiti, il nuovo giornale di H2H sarà una piccola, grande finestra sul mondo del Marketing. Da marzo tutti i mesi online

    “Abbiamo sempre bisogno di conoscenza”. Così Paolo Romiti, Presidente e CEO di H2H, racconta l’idea alla base di RedWave_mag  il nuovo magazine dell’agenzia, da lui stesso ideato e diretto. Uno spazio dove l’agenzia racconta un po’ di sé e un po’ di ciò che accade al di fuori, attraverso la propria lente.  Continua a leggere

  • La linea sottile fra politica e spettacolo nel tempo dei social

    Immediatezza e contatto diretto, sono queste le chiavi per raggiungere l’elettorato al giorno d’oggi: ecco perché i politici di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso ai social media.

    Ci fu un momento, nei primi anni 2000, in cui il potere aggregante dei social divenne chiaro: una dopo l’altra, la febbre da condivisione iniziò a colpire moltissime star di fama internazionale, che iniziarono a farci entrare nelle loro vite e a mostrarci un lato quotidiano capace di umanizzare anche i più irraggiungibili.

    Una tendenza a cui, per anni, un unico ambito sembrò resistere: la politica. Ancora appannaggio di comunicati ufficiali e media tradizionali, il linguaggio schietto, rapido e raramente sofisticato dei social media poco si prestava a rappresentare l’immagine dei politici, qualsiasi fosse la loro caratura.

    Tutto cambiò con le elezioni americane del 2012, le prime, vere “Social Media Elections” della storia: se già nel 2008 Barack Obama e il suo team erano stati lungimiranti nell’individuare le potenzialità dei social – pur potendo puntare su un bacino di utenti più limitato – nella vittoria del secondo mandato Facebook, Twitter e Instagram giocarono un ruolo cruciale. Proprio quel linguaggio privo di fronzoli contribuì in maniera massiccia ad avvicinare Presidente ed elettori, che si sentirono parte integrante della stessa campagna elettorale.

    Uno scenario quasi futuristico in altre parti del mondo, dove ci si domandava quando e se i social sarebbero riusciti a fare breccia nella roccaforte della politica nazionale: sei anni dopo, la risposta è evidentemente sì.

    Oggi i social network sono il principale mezzo di comunicazione fra politici ed elettorato: se i tweet al vetriolo di Trump – condannati dai detrattori ed elogiati dai sostenitori per la loro disarmante schiettezza – non hanno bisogno di presentazioni, anche da questa parte dell’oceano la nuova classe politica fa dei social uno strumento imprescindibile.

    Il filo conduttore? L’immediatezza. Non è un caso se anche i politici del Bel Paese scelgono di raccontare a tutto tondo le proprie esperienze, dal più ufficiale degli incontri all’endorsement per la serie TV del momento. Un modo di comunicare senza filtri che inevitabilmente avvicina la figura politica alla gente, rendendola più umana, accessibile, decifrabile.

    Il passo da figura istituzionale a web star è quindi brevissimo, al netto di una situazione che più che mai porta a polarizzare l’opinione pubblica fra fermi sostenitori – sarebbe meglio parlare di fan? – e instancabili oppositori – e qui la parola hater non verrebbe usata a sproposito.

    Una rivoluzione totale, motivata da mille ragioni diverse. Innanzitutto i social, oltre a garantire un approccio più diretto, permettono di aggirare i costi non proprio abbordabili di una campagna elettorale tradizionale: basta una buona pianificazione pubblicitaria sulle piattaforme social per arrivare come e dove si vuole. Investire in annunci pubblicitari su YouTube, ad esempio, è assai meno dispendioso che pagare una presenza in TV o in radio.

    Un secondo aspetto è la possibilità di captare e usare a proprio vantaggio l’opinione pubblica su una varietà pressoché infinita di argomenti: ricorrendo ai dati analitici dei canali, è ormai immediato misurare la reazione del pubblico su qualsiasi questione, aggiustando il tiro quando serve con costi limitati e in tempo reale.

    In definitiva, il politico d’oggi e la sua presenza online sottostanno alle stesse logiche di un brand: diventa quindi fondamentale pensare in modo ponderato a ciò che si vuole dire e come, evitando di ritrovarsi in pericoloso effetto boomerang quando un tweet, un post o un’immagine non raggiungono lo scopo desiderato. E di scivoloni social, si sa, ne è pieno l’internet.

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • Top Utility: H2H presente all’evento Althesys

    L’evoluzione parte dall’Innovazione e la Comunicazione è una parte fondamentale di questo processo. Lo sanno bene le aziende all’interno del panorama delle Utility che, in questo periodo, sono in fase di forte trasformazione.

    Se fino al 2016 era proseguito il trend di consolidamento – soprattutto per le imprese multiutility – ora sembra esserci un cambiamento di tendenza. In questo contesto il rapporto di Top Utility – giunto ormai alla sesta edizione – ha lo scopo di monitorare le 100 maggiori aziende (pubbliche e private) e verificarne il loro andamento. Tra le loro esigenze la necessità di formare le proprie risorse – diventando driver strategici per far fronte all’innovazione di settore – e un’attenzione maggiore al lavoratore e alla comunicazione interna. Continua a leggere

  • Il ruolo del testimonial nell’era della trasformazione digitale

    L’utilizzo di un volto noto o la voce di una persona influente è in grado di fare realmente la differenza in pubblicità. Ma nel mondo web e social come funziona esattamente?

    Quando si parla di pubblicità, una delle figure chiave è il testimonial. Da sempre stuoli di top model, attori, artisti e sportivi famosi sono i protagonisti di spot televisivi, apparendo sui cartelloni pubblicitari e sulle pagine di riviste e quotidiani. Oggi, però, il modo di promuovere un prodotto attraverso Internet è molto diverso da quello usato per altri canali. Nell’advertising classico il testimonial che presta viso e voce al prodotto o al servizio da pubblicizzare deve essere un personaggio facilmente riconoscibile. Nel web, invece, pur se il concetto sostanzialmente rimane lo stesso, tutto questo assume forme diverse. Così, se un’azienda vuole avere successo deve andare alla ricerca del personaggio giusto. E quindi esplorare i social per scoprire talenti emergenti, o collaborare con nomi già rilevanti in modo da avere un ritorno immediato e concreto. È dunque necessario possedere l’abilità di selezionare brand partner che aiutino a raccontare storie nuove capaci di coinvolgere la community di riferimento senza sforzo. Ecco perché la figura del testimonial è stata sostituita dal brand ambassador o da quella dell’influencer. Scegliere un influencer – ovvero un individuo capace di avere un impatto rilevante a livello di comunicazione sugli utenti e, quindi, sui brand – negli ultimi tempi è diventata una scelta decisiva per molte aziende che decidono di avviare una campagna di Influencer Marketing. La loro popolarità è talmente ampia che sempre più aziende cercano di acquisire visibilità pagando tali personaggi affinché parlino bene del loro prodotto. L’importante è avere bene in chiaro cosa misurare e quale metro considerare per determinare se una campagna abbia avuto successo, o meno. Le aziende che vogliono investire quest’anno in Influencer Marketing devono allora, innanzitutto, capire bene come integrarlo col Content Marketing, comprendere dove si sta spostando l’attenzione del pubblico verso determinati formati di contenuto, scoprire quali canali stanno presidiando e soprattutto se in quei canali/communities c’è realmente il pubblico target. L’esposizione, unita al consiglio, è il vero strumento che può fare la differenza nella comunicazione web. Con l’esposizione si ha quasi una voce superiore al rumore generato giornalmente nelle varie community e si è in grado di fare ascoltare il proprio messaggio. Grazie al consiglio si determina il giudizio positivo o negativo che andrà a impattare sulle vendite, in quanto, molto spesso, anche il giudizio dell’influencer subisce una sorta di viralizzazione finendo con l’influenzare i giudizi del pubblico. L’Influencer Marketing non deve interessare soltanto i grandi brand, ma anche i piccoli. Là fuori è pieno di influencer di classe A, classe B o classe C, a seconda del loro grado di influenza. Non si devono per forza investire decine di migliaia di euro in campagne di Influencer Marketing. Ogni nicchia di mercato ha ormai influencer che possono diventare soggetti attivi nelle campagne di marketing anche delle piccole imprese. Tutto questo perché siamo esseri sociali, persone cioè che si lasciano influenzare dalla massa, e quando vediamo che già altri hanno fatto una scelta ci lasciamo influenzare. Perché odiamo essere soli nelle scelte e preferiamo fare ciò che gli altri ci dicono di fare.

    Alessandro Borgomaneri_ Senior Copywriter
  • Milano Digital Week: H2H protagonista della prima edizione

    Paolo Romiti, Presidente e CEO di H2H, sarà uno dei primi relatori nei quattro giorni dedicati all’industria digitale a Milano

    H2H parteciperà alla prima edizione della Milano Digital Week che, dal 15 al 18 marzo, sarà il palcoscenico di più di 300 appuntamenti dedicati all’innovazione e alla tecnologia digitale. L’agenzia guidata da Paolo Romiti sarà tra le protagoniste già dalla prima giornata con il workshop “Smarter not just faster: approcci vincenti alla città del futuro”.
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  • La musica del futuro con l’Intelligenza Artificiale

    Si parla spesso di Intelligenza Artificiale, ma ne conosciamo veramente il potenziale? Ad esempio, sapete che viene spesso usata anche nell’industria creativa e soprattutto nella composizione musicale?

    Tanti ne hanno paura, altri ne sono completamente affascinati, altri ancora sono attratti ma allo stesso tempo la rifiutano. Stiamo parlando dell’Intelligenza Artificiale. È difficile prendere una posizione chiara in merito, soprattutto tenendo conto degli svariati ambiti in cui può essere utilizzata, ma per gli appassionati di tecnologia significa una cosa sola: permettere a uomo e macchine di arrivare lontano e insieme, laddove non riuscirebbero da soli.

    Si parla di Intelligenza Artificiale credendo possa essere praticabile solo in attività manuali dove gli uomini sarebbero facilmente rimpiazzabili o dove sono richiesti calcoli complessi. In realtà, anche l’industria creativa e, in particolare, la composizione musicale, beneficia dei potenziali dell’AI. Due fratelli e ingegneri informatici, Pierre e Vincent Barreau, hanno dato vita a un compositore virtuale di musica classica e sinfonica chiamato Aiva (Artificial Intelligence Virtual Artist), che basandosi sulle partiture dei più grandi compositori – come Mozart, Beethoven e Vivaldi – è in grado di comporre brani originali. Ma non solo. In futuro, questo tipo di tecnologia potrebbe essere applicata persino per il completamento di opere rimaste incompiute, come la Sinfonia n.8 di Schubert.

    Questo software lavora sull’apprendimento approfondito (deep learning) e l’apprendimento automatico (machine learning) insieme all’interazione di molteplici reti neurali artificiali che imitano il funzionamento del cervello umano costruendo gli algoritmi della tecnologia di Aiva. Questi algoritmi analizzano oltre 15mila partizioni musicali digitalizzate dando origine a un nuovo modello matematico e intuitivo di musica che viene usato per scrivere nuove composizioni. Sembra tutto molto tecnologico e “disumanizzato”. Ma non è così. Infatti, per i due fratelli, l’intervento umano rimane l’elemento fondamentale: affidarsi a musicisti professionisti per verificare l’orchestrazione, gli arrangiamenti, la produzione e i parametri di apprendimento dell’algoritmo, rimane un lavoro necessario.

    di Antonella Libera_Digital Strategist