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  • Parole O_Stili, la battaglia contro la violenza nelle parole

    Dal 2017, l’associazione no profit diffonde pratiche virtuose di comunicazione sul Web e offline, anche per aziende e mondo della politica. Il segreto? Il “Manifesto della comunicazione non ostile”.

    Fake news, hater e cyberbullismo. Ecco tre termini entrati da anni nel vocabolario comune degli utenti della Rete. Oltre ai tentativi di approccio tramite like, alle insistenti campagne pubblicitarie declinate in post sponsorizzati e agli aforismi filosofici che decorano selfie al mare o foto di gattini, c’è infatti un lato oscuro del Web. Anzi, forse neanche così tanto “oscuro” se si considera che il 91,8% dei giovani italiani crede che l’hate speech abbia conseguenze sulla vita delle persone offese.

    Episodi di violenza virtuale sono sempre più all’ordine del giorno. E la causa del problema va ricercata in una povertà culturale e comportamentale che contraddistingue sempre più coloro che comunicano attraverso pixel.

    Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse norme da parte degli organi legislatori per arginare questi fenomeni. Eppure, l’elevata penetrazione del digitale nella vita quotidiana non permette alle attuali regolamentazioni di spegnere in via definitiva ogni focolaio di maleducazione online.

    Ma andiamo “al sodo”. In questa situazione di oggettiva difficoltà, c’è chi si è ritagliato un ruolo da protagonista a beneficio di quella maxi-community definita dal Web: si tratta di Parole O_Stili.

    L’associazione no profit, nata a Trieste nel 2017, vuole sensibilizzare e educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile. Attraverso il suo “Manifesto della comunicazione non ostile”, oltre 300 professionisti della comunicazione (tra cui insegnanti, influencer, imprenditori e blogger) sottolineano quotidianamente come l’ostilità espressa in Rete abbia conseguenze concrete e permanenti nella vita delle persone. Come? Lavorando nelle scuole e nelle università, collaborando con le imprese e le istituzioni.

    Nel “Manifesto della comunicazione non ostile” si trovano, appunto, i concept fondamentali dell’attività di Parole O_Stili. Dieci regole, quasi dei mantra, tra cui compaiono: “Virtuale è reale”, “Le parole hanno conseguenze”, “Condividere è una responsabilità” e “Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare”. Insomma, il buon senso applicato perfettamente al grande panorama della comunicazione.

    Il Manifesto è stato poi adattato al mondo politico, con la campagna #cambiostile lanciata nel dicembre del 2017. Quasi 250 uomini e donne delle istituzioni (appartenenti ai più diversi partiti e gruppi parlamentari) hanno assunto l’impegno di focalizzare il dibattito politico su contenuti e idee orientati al bene comune: un’applicazione pragmatica del Manifesto sui toni e sullo stile da adottare durante i confronti e i dibattiti con gli avversari. L’impegno dimostrato e i risultati ottenuti dall’associazione le hanno addirittura permesso di ottenere la Medaglia di Rappresentanza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Ma l’uso di un linguaggio aggressivo e irrispettoso contraddistingue spesso anche l’ambito lavorativo, come dichiarato dal 58% dei lavoratori e dirigenti intervistati da Parole O_Stili in una sua ricerca. Durante il secondo evento dell’associazione tenutosi lo scorso 7 giugno, il gruppo triestino ha così presentato un ulteriore riadattamento del Manifesto, dedicandolo all’ecosistema aziendale. Perché, come ha ricordato Maria Cristina Origlia, Managing Editore de Il Sole 24 Ore, nel suo intervento alla rassegna estiva: “Il ruolo sociale delle aziende diventa sempre più importante, in qualità di aggregatori di idee, cittadinanza, valori, facendo cultura nell’intera società”.

    Uno spunto interessante, che richiama uno dei concetti cardine di Parole O_Stili: dove c’è ostilità, non ci può essere una corretta comunicazione; e dove non c’è una corretta comunicazione, non ci possono essere cultura e società.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana? (P.4)

    Se doveste ricercare una competenza chiave per selezionare domani il vostro Marketing Manager, su quale scommettereste?
    Io non ho dubbi: la capacità di saper analizzare i dati e di trasformarli in azioni.

    Se negli articoli pubblicati fino ad oggi abbiamo capito “cosa” dovrebbe fare il marketing manager di una media azienda italiana oggi, in questo mio nuovo intervento ragioneremo su come stanno cambiando, nell’epoca della ormai sempre più attuale “Digital Transformation”, le competenze chiave di questo ruolo.

    Se, infatti, il mercato si è complicato, i clienti sono sempre meno facili da ‘interessare’ e i canali da presidiare cambiano sempre più di frequente le proprie regole del gioco, qual è la competenza essenziale di un moderno responsabile Marketing? Quanto del moderno ‘mix’ di strumenti deve essere disponibile in casa e quanto si può (o si deve) cercare in partner esterni?

    Le risposte a queste domande non sono semplici e dipendono dal tipo di mercato e di organizzazione che si deve gestire.

    Innanzitutto se siamo a capo di un ‘team’ di collaboratori e la struttura Marketing è sufficientemente ‘ampia’, è allora auspicabile che alcuni processi e attività si possano gestire internamente cercando, però, di comprendere con attenzione di che tipo di professionalità si necessita nel team.

    Ecco che le competenze del nostro marketing manager si spostano più verso un ambito gestionale e quest’ultimo dovrà selezionare, o formare, il proprio team dando importanza ad alcune caratteristiche prevalenti nel mercato di oggi: la capacità di ‘data analysis’, il Digital e il dominio della propria customer base con opportuni strumenti di CRM.

    Il marketing non è mai stato, infatti, così “data driven” come oggi e non disporre della capacità di interpretare i dati necessari a posizionare/riposizionare un brand, a profilare una propria base clienti o ad analizzare il ritorno delle varie campagne di marketing, ci metterebbe in estrema difficoltà; se non altro perché, con lo scopo di ottimizzare costi e struttura organizzativa il team marketing sarebbe facilmente ridotto, come mi capita ormai spesso di trovare, ad una mera rappresentanza ‘funzionale’ svuotata di competenze e di ragion d’essere.

    Il Marketing si ridurrebbe così ad una triste appendice di un altro ruolo operativo (es. un area manager, una segreteria di direzione, un Customer Service…) ma senza quella solidità alla base fondamentale per portare valore in azienda.

    Attenzione: se la costruzione in sé di una base dati di confronto e analisi non richiede notevoli sforzi, è la competenza necessaria ad analizzare questi dati e a trasformarli in azioni (strategiche e tattiche) concrete la vera novità che ha rivoluzionato, e arricchito, sensibilmente la funzione.

    Il marketing deve mantenere dei fortissimi punti di contatto con il commerciale, l’IT, il finance o la produzione e il rischio di venire travolti da queste quattro funzioni (che da sempre, a differenza del marketing, vivono e governano dati essenziali per la crescita aziendale come le vendite per il commerciale, l’impiego e il traffico di Megabyte per l’IT, il cash flow per il finance e i trend di produttività per la produzione) è elevato.

    Anche se ci ritrovassimo soli a presidiare un reparto Marketing, avremmo sempre l’opportunità di cercare all’esterno i partner adeguati per supportare i diversi processi (Digital, Inbound, Strategy…) ma a maggior ragione, un fortissimo presidio per giudicare la qualità dei risultati raggiunti e la capacità di saperli indirizzare diventa necessaria.

    In conclusione, indipendentemente dall’organizzazione e dal mercato, se dovete ripensare a questo ruolo, premiate e sviluppate competenze analitiche, di attitudine al problem solving basate sui dati, di saper interpretare un fenomeno descrivendolo però, sempre, in funzione di risultati attesi e di obiettivi.

    Questo è ciò che guida le organizzazioni oggi e il vero Marketing dovrebbe essere, da sempre, la vera guida delle aziende.

    di Andrea Ricotti_ Sales & Marketing Director
  • L’insostenibile leggerezza della Generazione Z

    Dopo Baby Boomers, Generazione X e Millennials è ora il turno della Generazione Z, la più giovane, il futuro, con tante sfumature al suo interno.
    Per i marketers, la nuova tipologia di consumatore da intercettare e incuriosire.

    È la prima generazione successiva all’era Internet.

    Nati tra la seconda metà degli anni 90 e il 2010, vivono immersi nei social media, utilizzano circa cinque dispositivi (rispetto ai tre dei Millennials), conoscono solo lo smartphone e al posto delle parole utilizzano le emoji.

    Sono la Generazione Z, i veri digital native.

    Il mondo digitale è l’habitat naturale di questi giovanissimi trendsetter. È su Internet che costruiscono il proprio spazio sviluppando relazioni e creando micro community private su passioni e interessi.

    E grazie al potere d’acquisto che stanno sempre più acquisendo – anche grazie alla forte influenza che esercitano in ambito familiare – sono oggi il target più ambito da parte di brand e aziende.

    Andare a intercettare questo nuovo bacino di consumatori non è tuttavia così semplice, proprio per i tratti peculiari e più difficilmente inquadrabili che la contraddistinguono.

    Ora più che mai è fondamentale per i marketer conoscere il mondo dei post millennials – molto più consapevoli e pragmatici rispetto ai loro predecessori. Indispensabile conoscere i luoghi virtuali che frequentano e le modalità di comportamento sui social.

    Sì, perché i giovani di questa generazione sono informatissimi, affamati di novità e di imparare da autodidatti; per nulla fedeli ai brand, hanno una soglia di attenzione bassissima (stimata in circa 8 secondi) e si annoiano facilmente. Molti hanno già abbandonato Facebook (ritenuto roba per vecchi) per spostarsi verso Youtube e tutti gli altri i social che vivono di immagini, proprio perché più immediate e più efficaci.

    Desiderano restare anonimi, il che pone per le aziende la necessità di andare a intercettarli sui canali diretti per coinvolgerli ma, nonostante tengano alla privacy, amano lasciare feedback, commenti e recensioni. Nota particolare: si informano sui diversi canali prima di compiere un acquisto ma il 67% di loro fa acquisti nei negozi fisici, per poi documentare sui social il loro shopping.

    Convivono dalla nascita con il bombardamento degli annunci da parte delle aziende ma apprezzano l’interazione con i marchi e sono pronti a sperimentare tutto ciò che questi offrono loro in termini di esperienze originali (anche dal vivo) e in prima persona, purché sia qualcosa che li coinvolga e li faccia sentire parte integrante del brand. Realtà virtuale, video live, video 360, live streaming sono sicuramente mezzi in grado di catturare questa gioventù, puntando sempre su contenuti visual ed effimeri, coinvolgenti, rilevanti e soprattutto brevi.

    I primi ingredienti fondamentali per raggiungere questo target sono quindi: una comunicazione per immagini, immediata (banditi messaggi prolissi) e che alimenti la curiosità; una customizzazione che soddisfi il bisogno di unicità; il coinvolgimento emotivo.

    Il tutto deve avvenire in modo non invasivo, anzi, in maniera naturale. Solo offerte mirate, dimostrando sempre grandissima attenzione ai valori della qualità autentica, della trasparenza e della responsabilità sociale.

    Questo può voler dire per un brand cambiare in toto la propria strategia. Basti pensare a Prada Linea Rossa che con la recente campagna digital SS19 ha dirottato la sua strategia di marketing puntando tutto sulla Generazione Z; oppure Heineken con la birra analcolica 0.0, o ancora la recentissima campagna Samsung per il lancio dei nuovi smartphone Galaxy A, pensati proprio per la Z Gen.

    Il cambiamento di rotta è del resto imprescindibile, posto che questa generazione rappresenta il target che popolerà sempre più il mondo digitale dei prossimi anni.

    Alle aziende la sfida di stare al passo, sapersi innovare, mantenere la freschezza di base per riuscire ad accedere a un’interazione ed essere considerati da questi nuovi spenders. Parola chiave, saper cogliere il loro vero spirito: fare, creare e lasciare il segno.

    di Monica Magnoni_ Communication & Business Development
  • Il mondo a 10 Gbit al secondo. Parte l’era della quinta generazione

    Il 5G rivoluzionerà profondamente le nostre vite e il mondo che ci circonda. Abbandoniamo tutte le abitudini, perché saremo proiettati alla massima velocità, per una iperconnessione senza precedenti.

    “Velocità, sono pura velocità!”, così Saetta McQueen si dà la carica all’inizio del film “Cars”.

    Ci siamo, manca poco e anche noi ci trasformeremo in pura velocità con l’arrivo del 5G.

    Sembra un potenziamento del 4G, vero? Detto così, il 5G sembra un upgrade. In realtà assisteremo a una vera e propria rivoluzione, capace di modificare geneticamente l’approccio di comunicazione, di connessione tra persone e persone, tra persone e oggetti. Stiamo per vivere una mutazione profonda di abitudini e strumenti a sostegno del quotidiano. Quei momenti in cui si scavalla in una nuova era.

    Ma facciamo un esempio: contate fino a 30… un film di due ore è già scaricato.

    Un altro esempio per scaldarci? Moltiplicate per 1000 il mondo che già conoscete, quello che viaggia alla velocità del 4G. Aggiungete alla vostra simulazione una latenza di appena 4 millisecondi e una stabilità della connessione anche a 500 Km/h. Velocità, siamo pura velocità! Questa sarà la vita della quinta generazione e il futuro è ormai prossimo.

    Nel 2020 partiranno come un razzo le prime cinque città italiane (Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera) e il nostro Paese guiderà la cordata rivoluzionaria. Nel 2019, praticamente domani, usciranno i device che dialogheranno con le infrastrutture del 5G.

    A livello infrastrutturale scompariranno le antenne, lasciando il posto a una rete di celle dislocate in modo capillare su tutto il territorio e onde ad altissima frequenza.

    Ma come la velocità di connessione andrà a modificare sociologicamente (arrivo a dire antropologicamente) il modello finora noto? E cosa cambia realmente nella comunicazione?

    Smart City, Smart Home e Smart Grid avranno finalmente terreno fertile e non rimarranno più allo stadio progettuale o di esperimenti isolati.

    Gli oggetti comunicheranno con le persone. Ciascuno di noi potrà ricevere la delivery del cibo da un drone, monitorare e attivare la domotica della propria casa semplicemente dal proprio smartphone, interagire con robot, godere della guida autonoma, ricevere trattamenti sanitari e interventi chirurgici da remoto e soprattutto essere iperconnesso, ovunque e sempre.

    Il mondo immaginato dalla fantascienza è qui, a portata di touch. Riguarderà non sono Brand avanguardistici e Istituti di ricerca. Impatterà sulla vita reale di ogni singola persona. A simulazioni fatte, sarà la velocità di 2,6 miliardi di utenti entro il 2025.

    Il supporto del 5G non è solo applicabile alla Mobile Technology, ma alla Cybersecurity, al Cloud Computing, alla robotica, all’e-health, alla Virtual e Augmented Reality, per citare solo alcuni dei campi impattati.

    Le macchine comunicheranno con le macchine, in uno scambio virtuoso di dati a velocità interstellare, in cui la mano dell’uomo non entrerà più, non potrà. 50 miliardi di oggetti in dialogo, movimentati da intelligenze da remoto.

    I Big Data saranno analizzati all’istante da algoritmi di Intelligenza Artificiale.

    Gioveranno del 5G le tecnologie RFID – per uno sviluppo della logistica e della distribuzione – e fiorirà come non mai il Cognitive Computing.

    Lunga la lista delle sperimentazioni già in atto, per prepararsi a sgommare come Saetta McQeen alla velocità massima.

    La comunicazione si adeguerà non solo ritmicamente, ma anche per la creazione di contenuti adatti ai nuovi strumenti e per la progettazione di interconnessioni molteplici.

    Tra i 500 miliardi e i 2 trilioni di dollari il peso specifico sull’economia globale.

    Bisogna arrivare pronti e prima degli altri, essere competitivi. In fin dei conti i costruttori, gli operatori e i marketer sono già a lavoro. Sono già Pura veloci!

    di Benedetta Mincarini_ Content Strategist
  • Join the human side of marketing: l’emozione avvicina brand e clienti

    Le persone vengono prima dei consumatori. L’approccio H2H, Human-to-Human, scardina la classica dicotomia B2B/B2C e rivoluziona il mondo della comunicazione e del marketing.

    H2H, Human to Human: l’uomo torna al centro, in un nuovo Rinascimento dove “digitale” rima più che mai con “personale”. Per chi opera nell’ambito del digital marketing non basta avere acquisito tecniche e skills, né conoscere alla perfezione i brand di cui si occupa: è indispensabile raccogliere le molteplici sfide di un rapporto che nasce e si sviluppa attraverso la connessione tra gli esseri umani.

    H2H, Human to Human: più di un acronimo d’impatto, più di un versatile mantra, qui ci troviamo di fronte a una radicale inversione di paradigma. La chiave d’accesso a un Umanesimo della comunicazione, un paesaggio mutato e mutevole dove le aziende possono sopravvivere solo a patto di imboccare la strada della trasformazione “human oriented”.

    A coniare il termine e a lanciare il movimento #H2H è stato Bryan Kramer, cofondatore e CEO dell’agenzia PureMatter, social media strategist e influencer tra i più autorevoli a livello mondiale, in un testo che fin dal titolo non lascia spazio ai fraintendimenti: There’s no B2B or B2C; it’s Human to Human #H2H. Mentre l’unica opzione del marketing tradizionale sembrava giocata sull’alternativa “Business-to-Business” o “Business-to-Consumer”, l’approccio H2H impone ai brand di rinunciare all’arma spuntata degli slogan per ascoltare e comprendere il nuovo consumatore, non più target subissato da enunciati indiscutibili (“siamo i leader del mercato”, “proponiamo il top di gamma”, “offriamo soluzioni all’avanguardia”), ma protagonista di un dialogo ad armi pari con le aziende grazie all’interattività dei canali social. È il buzz che elettrizza le conversazioni di milioni di utenti, l’incessante brusio cui tendere l’orecchio, “ciò di cui tutta la città parla” e che il marketer attento non può permettersi di ignorare.

    Le imprese non hanno emozioni”, dichiara Kramer in un post sul suo blog, ma chi ne acquista i prodotti esige di essere emozionato. Il cliente che prepara le proprie scelte informandosi in modo sempre più autonomo e consapevole ormai non si limita ad allungare la mano verso un oggetto da infilare in un carrello fisico o virtuale. Pretende di sentirsi incluso in un contesto; vuole percepire un marchio come vicino a sé ed essere coinvolto in una community che si riconosca nel medesimo processo di identificazione; è incuriosito dalla storia e dalle persone (e dalla storia delle persone) a monte dei prodotti; desidera scoprire territori ignoti, apprendere contenuti interessanti e fornire a sua volta consigli.

    Ascoltate i vostri clienti: ecco il primo comandamento che l’approccio H2H impone alle aziende. Cercate di capirne i bisogni, ma soprattutto interagite con loro. Metteteci la faccia, mostratevi per come siete, anche a costo di apparire imperfetti, persino vulnerabili. In una parola, siate umani. Umani nell’adozione di un tone of voice semplice e immediato, che si rivolga in primo luogo alle persone. Umani nell’intelligente e ironica combinazione di testi, immagini e contenuti video per dare vita a forme di storytelling efficaci ed emozionali. Umani nella costruzione di una relazione aperta agli scambi in entrambi i sensi, che stimoli commenti, intercetti opinioni, trasformi ogni interazione in una preziosa opportunità di feedback.

    “Gli esseri umani” scrive Kramer “sono complessi per natura eppure ambiscono alla semplicità. La sfida che riguarda tutti noi, e in particolare chi si occupa di marketing, consiste nell’individuare, comprendere e spiegare la complessità nella sua forma più semplice. Trovare ciò che ci accomuna in quanto esseri umani e comunicarlo con le parole che tutti stavamo aspettando.”

    Alessandro Vezzoli_Copywriter
  • H2H a Iab Forum con “Il racconto di Eco_Logica per Coop”

    Etica, valori del brand e sostenibilità ambientale, sono i temi affrontati nel workshop di H2H in collaborazione con Coop Italia e Luca Mercalli

    Si è concluso da pochi giorni a Milano IAB Forum, il più importante evento italiano del comparto digitale e il 4° in Europa per affluenza di pubblico. Sono stati molti gli argomenti trattati e i workshop proposti sui temi più attuali come il Programmatic, Video, Mobile e Native.

    Stando ai dati emersi nel corso di questa sedicesima edizione, il digitale è sempre più importante per lo sviluppo dell’economia italiana; nello specifico, il digital advertising cresce per il decimo anno consecutivo, sfiorando nel 2018 investimenti per 3 miliardi di euro (+11% rispetto al 2017), oltre un terzo degli investimenti pubblicitari italiani.

    Approfondimenti e riflessioni sull’etica, elemento chiave della trasformazione digitale di oggi, hanno poi contraddistinto questi due giorni del Forum, focalizzando l’attenzione sull’uomo e sulla sua capacità non solo di produrre innovazione tecnologica, ma anche di guidarla e governarla.

    H2H ha portato la propria esperienza nel campo digital con un workshop dal titolo “Il racconto di Eco_Logica per Coop”.

    La rubrica video “Eco_Logica”, in collaborazione con il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli e Coop Italia, nasce dall’esigenza di comunicare informazioni scientifiche utilizzando un linguaggio semplice e diretto che possa essere compreso da un pubblico eterogeneo.

    Coop Italia, attraverso le video pillole di Luca Mercalli, vuole raccontare i comportamenti virtuosi da adottare nel rispetto dell’ambiente. Alessandro Serra, Responsabile Comunicazione di Coop Italia, ha illustrato al pubblico l’impegno di Coop Italia nella tutela dell’ambiente:

    In questo momento storico di emergenza ambientale, Coop Italia sta accelerando il proprio impegno per il benessere dell’ambiente adottando la strategia delle 3 R (R come risparmio, R come riuso, R come riutilizzo) in tutta la filiera produttiva, riducendo la plastica dai prodotti a marchio e, infine, aderendo alla Campagna lanciata dalla Commissione Europa.”

    L’incontro è stato dunque l’occasione per dialogare su comunicazione, ambiente ed edu green, mettendo in luce il ruolo del branded content valoriale nel trasmettere i valori del brand.

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Scenari con luci e ombre: l’industry della comunicazione di fronte ai numeri

    Concluso il primo semestre, è tempo di bilanci e valutazioni sull’andamento del mercato, sfruttando anche i numerosi dati che circolano nel settore su analisi e prospettive degli investimenti

    Ormai prossimi alla pausa estiva, breve o lunga che sia, ci si sofferma abitualmente su bilanci e valutazioni di questa prima parte dell’anno. E ancora una volta, l’industry della comunicazione si muove tra luci e ombre. La pubblicazione delle previsioni sugli investimenti pubblicitari da parte delle principali agenzie di analisi è sempre un momento importante per capire l’evoluzione di un’industria, quella dell’advertising, appunto, che sta vivendo un radicale cambiamento. I forecast, in tale fase, si moltiplicano, e intervenendo su questo numero estivo del nostro magazine mi soffermo in particolare su due rapporti che varrebbe la pena valutare con attenzione.

    Il primo è stato realizzato da Carat, struttura del gruppo Dentsu-Aegis che lo ubblica e aggiorna due volte l’anno attraverso analisi e previsioni biennali, in questo caso per il periodo compreso tra il 2017 e il 2019. Tra i molti elementi messi in evidenza dal “Global Ad Spend Forecasts”, spicca, una volta di più, la crisi della stampa. La quota parte dei quotidiani sulla spesa pubblicitaria globale nel 2017 è stata del 9,1%, mentre quella dei magazine del 5,6%. Quindi, in totale, il 14,7% (meno della metà della quota del digitale), in calo rispetto al 16,7% del 2017. Le previsioni sono di un ulteriore declino (che ormai sembra comunque irreversibile) al 13,1% per il 2018 e all’11,7% per il 2019 (anno in cui, secondo queste previsioni, il peso della stampa nelle investimenti pubblicitari globali sarà circa un quarto rispetto a quello del digitale).

    Per gli editori tradizionali la buona notizia, che mitiga solo in parte le precedenti, è che quotidiani e riviste rallenteranno un poco il loro declino: nel prossimo biennio la flessione scenderà dal -9,4% registrato dai quotidiani nel 2017 al -7,5% del 2018 e al -7,4% del 2019.

    Un’altra fonte, Zenith, prevede che nel 2018 gli investimenti pubblicitari in Italia aumenteranno dell’1,5%. Lo afferma nel suo ultimo “Advertising Expenditure Forecasts”, alla luce della previsione di crescita dell’1,5% del Pil italiano per quest’anno e di una serie di altre evidenze, tra cui l’incertezza economica emersa dopo le elezioni di marzo. Nel primo trimestre 2018, inoltre, il tasso di inflazione è sceso a quota 0,7% mentre il tasso di disoccupazione è stabile attorno all’11,1%. Nel 2018, comunque, aumenta la fiducia dei consumatori (116,2 vs 107,6 nel primo trimestre 2017), mentre diminuisce l’indice di fiducia delle aziende manifatturiere (109,6 vs 106,0). La tv, dopo la contrazione registrata nel 2017 (-1,6%), nel 2018 tornerà a crescere (+0,7%). E mentre la Coppa del Mondo di calcio appena conclusa ha dato una spinta agli investimenti sul mezzo televisivo, la radio mantiene il trend positivo iniziato nel 2015 (+3,5% nel 2018) e muove i primi passi nel processo di trasformazione dall’offline al programmatic buying. Anche per il digital prosegue l’onda positiva (+7% nel 2018), grazie soprattutto ai formati video e ai social media. Le connessioni internet tramite dispositivi mobili, smartphone e tablet hanno mantenuto una crescita a doppia cifra: 34,3 milioni di utenti unici a febbraio 2018 (62,4% di copertura mensile), in aumento dell’11,3% rispetto allo stesso mese del 2017. La quota del mobile doppia quella del desktop in termini di utenti unici medi e di tempo trascorso sul mezzo. Infine, secondo Zenith nel 2018 gli investimenti pubblicitari a livello globale cresceranno del 4,5%, mentre per il 2019 si prevede un incremento del 4,2% e per il 2020 del 4,3%. Nel complesso il mercato globale della pubblicità manterrà nei prossimi anni un tasso di crescita stabile tra il 4 e il 5%, in linea con il trend rilevato a partire dal 2011.

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Inversione di tendenza: il mercato dei pc rialza la testa

    Siamo di fronte a una sorta di rinascita, dopo sei anni, con numeri significativi. I due principali analisti globali, IDC e Gartner, forniscono rilevazioni simili in merito al segmento.

    Era il primo trimestre del 2012 quando il mercato dei pc assisteva alla sua ultima, ma concreta, ascesa. Da quel momento in poi solo numeri in negativo per un settore che, qualche anno fa, sembrava dover scomparire del tutto sotto i colpi di tablet e ultrabook. E invece no. Siamo di fronte a una sorta di rinascita, a sei anni di distanza, con numeri significativi. Per una volta, anzi, i due principali analisti globali, IDC e Gartner, forniscono rilevazioni simili in merito al segmento, che ha beneficiato dei buoni risultati di vendita di almeno cinque player: HP, Lenovo, Dell, Apple e Acer. Entrambe le autorevoli fonti affermano che il mercato dei pc è cresciuto nel secondo trimestre del 2018: +2,7% per IDC, +1,4% per Gartner, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Da sottolineare che i dati di IDC includono le spedizioni di Chromebook, ma escludono quelle di tablet Windows, così come i dispositivi con tastiera rimovibile, come il Surface Pro. Gartner conta i tablet Windows, ma non i Chromebook o qualsiasi tablet Android. Più nello specifico, è il settore enterprise ad aver dato uno slancio maggiore al panorama pc. “La crescita è dovuta soprattutto alla domanda nel mercato business, che compensa un certo calo in quello consumer”, dice Mikako Kitagawa, principale analista di Gartner. “Nel segmento professionale, tuttavia, vedremo numeri più bassi quando, tra un paio di anni, diminuirà il picco di adozioni di Windows 10”. IDC concorda sul fatto che il ciclo di aggiornamento aziendale sta aiutando il contesto: “Anche se i pc tradizionali potrebbero non essere le macchine predefinite per molti scenari di utilizzo, il mercato continua a mostrare spazi di resilienza man mano che l’esperienza si eleva e migliora”, afferma Jay Chou, Research manager di IDC.
    In questo quadro tendenziale, il mercato del pc gaming appare ancora in espansione, ma a un ritmo lento; l’intensa competizione tra le aziende impegnate nel settore avrebbe determinato una riduzione dei prezzi che incide sul profitto delle aziende leader del settore, ovvero Asus e MSI. Nel segmento dei pc aziendali il focus di Intel e AMD su piattaforme rivolte a tale target di riferimento potrebbe, invece, portare benefici, ma non prima del terzo trimestre. A essere premiate saranno, quindi, le aziende che hanno approntato strategie commerciali efficaci per commercializzare entrambe le tipologie di prodotti. Dell, ad esempio, ha registrato consegne di pc in aumento del 6-7% nel primo trimestre del 2018, ed è riuscita a raggiungere gli obiettivi aziendali prefissati per le due categorie di prodotto. HP, al contrario, nello stesso trimestre ha riportato una riduzione delle consegne pari al 3% su base annua, perché le vendite dei pc gaming sono state inferiori alle aspettative. Resta delicata la posizione delle aziende taiwanesi, Acer e Asus, che continuano a perdere terreno nel mercato pc, a causa della competizione con Dell e HP negli Stati Uniti e in Europa, e con Lenovo in Cina. Le consegne di Asus potrebbero ridursi del 10% su base sequenziale.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Turismo: a sorpresa, il Millennial preferisce l’agenzia

    Lo scenario delle vacanze 2018: la Grecia registra le migliori performance e la Spagna è in recupero dopo la flessione dello scorso anno, dovuta al caroprezzi. L’Italia cresce a doppia cifra, ma purtroppo su una stagionalità ancora troppo corta.

    Le persone che hanno prenotato vacanze organizzate da effettuare nel periodo giugno-settembre 2018 sono, ad oggi, il 15% in più rispetto a quelle dello scorso anno, nel pari periodo. E la percentuale aumenta se oltre agli individuali si considerano i gruppi. È interessante notare che nelle agenzie entrano nuove tipologie, nuovi profili di clienti. I Millennials, ad esempio. Il web non è più vissuto come concorrente ma come strumento per avvicinare nuovi cluster; le agenzie hanno sfruttato gli strumenti digitali messi a loro disposizione per rendersi accattivanti verso vari pubblici, dialogando con persone molto diverse grazie al supporto tecnologico e social. Da evidenziare anche che, rispetto agli anni passati, i clienti spendono mediamente di più: il tempo libero torna ad avere un ruolo centrale negli investimenti. Dal week end alla vacanza balneare al viaggio complesso, si registrano maggiore attenzione e passione verso il comparto turistico. Le mete più richieste per l’estate 2018 sono Spagna, Italia e Grecia. La Grecia registra le migliori performance e la Spagna è in recupero dopo la flessione dello scorso anno dovuta al caro-prezzi. L’Italia cresce a doppia cifra ma purtroppo su una stagionalità ancora troppo corta. Il clima, su buona parte delle nostre coste, consentirebbe di operare con una stagionalità da maggio a fine settembre ma fino a quando le vacanze scolastiche non verranno riviste con una gestione modulare questo non potrà accadere. In Italia le famiglie prediligono ancora il format del villaggio, ma sono in crescita le richieste di hotel su misura, con caratteristiche ad esempio declinate sulla presenza di centri benessere, hotel per coppie e strutture con ristorazione specifiche e in grado di gestire allergie alimentari. Nel medio raggio si assiste al posizionamento di Egitto e Tunisia.

    L’Egitto balneare è in fortissima ascesa, e lascia supporre che il trend continuerà per tutto l’anno; la meta più richiesta è Marsa Alam (Mar Rosso), seguita da Marsa Matrouh (costa Mediterranea) e Sharm El Sheikh. La Tunisia dà segnali di ripresa, ma si prevede che i frutti si coglieranno nell’estate 2019. Le crociere piacciono sempre molto agli italiani e riscuotono successo anche grazie alle politiche promozionali, di sviluppo e di innovazione dei crocieristi, all’ampliamento della programmazione e dell’offerta. Se un tempo si poteva pensare che le crescite nel bacino del Mediterraneo fossero indotte dalle criticità in atto in alcune destinazioni del nord Africa, oggi si nota una crescita autonoma. Nel cosiddetto lungo raggio l’andamento è sempre molto positivo verso l’Oceano Indiano, in particolare Maldive e Tanzania. Si assiste a segnali di ripresa verso i Caraibi, dove probabilmente l’interesse tornerà a manifestarsi massicciamente in inverno.

    Infine un dato connesso sia alle mete lontane sia a una nuova tendenza che prende sempre più piede, quella del turismo esperienziale. Su questo fronte, le mete più richieste per l’estate 2018 sono state Emirati Arabi, Oceano Indiano, Stati Uniti, Sudafrica, Australia e Giappone, arricchite da dettagli e sorprese in ogni singolo passaggio del viaggio, da particolari che rendono l’esperienza unica e inimitabile.

    a cura della redazione di Redwave_mag
  • Il “Big Gap” del marketing Locale

    Nel passaggio "online-to-offline" si concentra l'essenza del moderno marketing locale e il punto più importante del marketing funnel che richiede un presidio mirato e orientato alle performance.

    I moderni operatori di marketing hanno l’arduo compito di accompagnare virtualmente i clienti lungo la customer journey online, osservandone i comportamenti e cercando di influenzare le scelte che conducono, si spera, verso la decisione d’acquisto. Un contesto in cui ormai tutto è digitale: la comunicazione, la vendita, i pagamenti, i prodotti, le relazioni.

    Questa forte spinta verso la digitalizzazione e l’innovazione ci fa spesso dimenticare che il 95% del commercio è ancora direttamente o indirettamente connesso al retail tradizionale. Il motore dell’economia è quindi ancora saldamente legato al territorio dove competono, off-line, catene di negozi, operatori della grande distribuzione e milioni di piccoli commercianti.

    Gli acquisti tradizionali sono però fortemente influenzati dai canali digitali.

    I numeri parlano chiaro:

    • il 30% delle ricerche provenienti da smartphone è di tipo locale;
    • il 76% delle persone che cerca qualcosa nelle vicinanze visita l’attività commerciale entro 1 giorno;
    • il 28% delle persone che effettua una ricerca locale compie un acquisto in-store.

    In questo delicato passaggio “online-to-offline” si concentra l’essenza del moderno marketing locale, l’ultimo miglio delle comunicazione digitale e il punto più importante del marketing funnel per tutti gli operatori del retail e delle filiere collegate. Parliamo di un flusso digitale decisivo, prossimo alla conversione in-store, che va presidiato in modo strutturato grazie ad una strategia mirata e orientata alle performance.

    In questo punto così critico le strategie di comunicazione e marketing sono spesso assenti o inefficaci. Perché? I brand del retail faticano a gestire la granularità necessaria alla gestione di una comunicazione locale declinata sul singolo punto vendita, disperdendo così gli investimenti pubblicitari fatti a livello nazionale. Ai piccoli commercianti invece mancano semplicemente il tempo e le competenze digitali.

    E’ proprio questo il marketing gap della comunicazione locale. Un flusso promozionale che si interrompe nel suo punto più importante. Un problema per molti versi inconsapevole che danneggia il retail e l’intera filiera del commercio.

    Quali sono le soluzioni pratiche a questo problema? Tecnologia, marketing e automazione sono gli ingredienti principali di ogni strategia che deve focalizzarsi sul presidio digitale del mondo local. Serve un approccio completamente nuovo che parte dalla definizione di veri e propri funnel di marketing locali. Ogni punto vendita dovrà avere una presenza digitale completa e coerente, dei touchpoint digitali orientati all’acquisizione e alle vendite, delle campagne di local advertising che generano visibilità a livello locale.

    Ciò è possibile solo grazie a strutture operative dedicate, organizzate come una vera e propria digital factory, in grado di operare su produzioni massive secondo procedure e flussi standard mirate a garantire la presenza e visibilità digitale di ogni singolo store. A questo si dovrà aggiungere la parte consulenziale e strategica che consente di declinare sul mondo locale in modo omogeneo, controllato e strutturato le logiche a performance utilizzate a livello nazionale.

    La chiave del successo per gli operatori di marketing è abbinare la forza strategica e creativa della grande agenzia con il rigore, l’organizzazione e le capacità produttive della digital factory. Solo in questo modo sarà possibile portare qualità e concretezza in un contesto locale ancora non presidiato o poco digitalizzato andando a colmare il grande gap del local marketing.

    di Marco Santini, Digital Performance Strategist