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  • I dieci digital trend del 2018

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain: sono solo alcune delle buzzword risultate più ricorrenti nel 2017 e di cui sentiremo parlare ancora nei prossimi tre anni.

    Wavemaker, l’agenzia di media, contenuti e tecnologia nata dalla fusione di MEC e Maxus e che fa capo alla holding media GroupM, ha analizzato questo complesso scenario, identificando i trend digitali che definiranno l’agenda del cambiamento dei prossimi anni.

    Così, i dieci Digital Trend per il 2018 sono all’insegna di contaminazione, integrazione e automazione. Contaminazione perché il digital esce dai suoi confini per offrire ai mezzi tradizionali nuove opportunità di contatto. Integrazione perché canali, dati, contenuti e competenze vengono orchestrati con un’unica regia che restituisce sempre una visione coerente della marca. Automazione perché macchine e algoritmi permettono di gestire con efficacia attività sempre più numerose e articolate.

    Leggiamo lo scenario evolutivo alla luce della convergenza sempre più netta tra media, contenuto e tecnologia. I trend digitali vanno compresi e letti assumendo il punto di vista dell’utente e il suo Purchase Journey. Solo in tal senso argomenti di cui tutti parlano come dati, algoritmi, storytelling, omnicanalità rappresentano una reale opportunità per le aziende”, commenta Marco Magnaghi, Chief Digital Officer di Wavemaker.

    E in questa visione si rivelano, comunque, tutti abilitatori di una strategia di contatto costruita attorno al consumatore e, più in generale, alle persone che entrano in contatto con marche, prodotti e servizi attraverso un preciso Purchase Journey che va dalle fasi di contatto iniziale con consumatore (Priming Stage) e stimolo verso la marca (Trigger) alla fase di ricerca di un contatto attivo (Active Stage) e acquisto vero e proprio (Purchase). PRIMING STAGE, allora, significa influenzare il percepito della marca e del prodotto.

    I dieci trend sono suddivisi per fasi, con naturali sovrapposizioni, con due trend trasversali a tutto il percorso di contatto.

    1. DIGITAL BEYOND DIGITAL: Il digitale esce dai suoi confini elettivi e contamina i mezzi tradizionali che reagiscono adattando i contenuti alle caratteristiche delle audience.
    2. AUTOMATED DIGITAL: Il digitale evolve, impara e migliora autonomamente grazie a una maggiore disponibilità di dati e algoritmi più sofisticati.
      In fase TRIGGER, invece, è fondamentale suscitare l’interesse ad approfondire contenuti e offerta.
    3.  SOCIAL CURRENCY: L’engagement sui social è una vera e propria valuta in grado di rafforzare il posizionamento e tradursi in conversioni e vendite.
    4. CONVERSATIONAL APPROACH: I brand si rendono disponibili a conversare senza limitazioni di tempo, spazio… e persone.
      In termini di ACTIVE STAGE, appare utile fornire un’esperienza di contatto memorabile con marca, prodotto, servizi.
    5. TEXT LESS SEARCH: La ricerca avviene sempre di più attraverso voce e immagini e la risposta va oltre il sito canonico, allargandosi ad altri mezzi.
    6. EXTENDED REALITY: L’esperienza visiva si arricchisce grazie alla realtà aumentata e virtuale; gli oggetti si svincolano dallo spazio fisico e creano esperienze immersive.
      In chiave di PURCHASE, assume rilevanza essenziale poter assicurare l’acquisto, in una logica omnicanale.
    7. RECURSIVE PERFORMANCE: Conversioni e vendite derivano da approcci integrati tra canali pubblicitari e programmi di Crm, in una logica di contatto continuo con l’utente-consumatore.
    8. ONLINE TO OFFLINE: Il contatto hyper-local amplifica la rilevanza dei messaggi attraverso la personalizzazione a livello locale, creando traffico in store e convertendolo in vendite.
      Inoltre, spiccano ulteriori TREND COMUNI A TUTTE LE FASI.
    9. CONTENT ORCHESTRATION: I contenuti coinvolgono emotivamente i consumatori se vengono gestiti con una regia unica e assumendo il punto di vista del fruitore finale.
    10. CLEAN AND SAFE DATA: La pubblicità, distribuita sempre più spesso conoscendo le caratteristiche delle audience, deve essere trasparente, affidabile e salvaguardare le informazioni personali degli utenti.
    di Daniele Bologna
  • Fake news: servono buoni giornalisti, ma anche buoni lettori

    Le “fake news” sono l’argomento del momento.

    Le “fake news” sono l’argomento del momento, ma non sono certo un fenomeno nuovo: prima, semplicemente, si chiamavano bufale o leggende metropolitane. Ovviamente non parliamo delle fake news dolose costruite ad arte per danneggiare un avversario di mercato o politico – un tema più ampio, che non riguarda solo l’hi-tech – ma più in generale delle notizie che trasmettono un messaggio errato per ricercare il clamore mediatico o semplicemente per la scarsa preparazione di chi le ha scritte.

    Tutto il sistema del trasferimento delle informazioni da chi le genera a chi le recepisce vive infatti sull’assunto che la “lingua” dei due interlocutori sia la medesima, ovvero che chi legge capisca quello che è stato scritto. Una cosa tutt’altro che scontata, soprattutto in un’era in cui il vero problema, anche più serio delle stesse fake news, sta diventando l’analfabetismo funzionale. Se chi legge capisce altro, possono nascere fake news anche dalle notizie più vere e circostanziate.

    Questa mancata comprensione è ingigantita laddove il tema trattato è complesso, difficile per la maggior parte degli utenti e purtroppo anche per qualche giornalista. In questo gap di competenze prendono vigore notizie scritte bene ma mal comprese e notizie scritte male perché il loro significato è erroneamente inteso dall’autore del pezzo: l’effetto è il medesimo di una fake news dolosa.

    La difficoltà di rendere accessibili ai più i temi complessi diventa una miscela ancor più esplosiva con la frammentazione e la “twitterizzazione” dell’informazione: se si vuole “comprimere” una notizia in pochi caratteri, poco più di un titolo, è evidente che si trasferisce solo una faccia della realtà, probabilmente quella che massimizza l’attenzione del lettore, anche a costo di concentrarsi su un dettaglio, tradendo la vera natura della notizia.

    È chiaro che chi produce l’informazione ha delle responsabilità rilevanti. Anche perché, almeno in Italia, il sistema dell’informazione online è ancorato ai clic come quasi unico indicatore di performance. Chi clicca su una notizia o su un video non lo fa non per il valore che quel contenuto ha in sé (e che non ha ancora letto), ma per il valore del titolo o della foto che lo accompagna. Finché non si affermeranno, oltre al clic, altre metriche per la valutazione della “forza” di un sito, le fake news finalizzate a raccogliere “page view” saranno inevitabilmente sempre più diffuse.

    Ma delle responsabilità le ha anche il lettore, che non dovrebbe fermarsi ai titoli; che non dovrebbe leggere poche righe da cento articoli, ma provare a leggerne interamente dieci; che dovrebbe cercare di memorizzare il nome della testata che gli ha fornito un’informazione valida, mettendolo nei bookmark; che non dovrebbe affidare ai soli motori di ricerca la selezione delle fonti.

    Porgere attenzione alla reputazione di chi dice le cose diventerà vitale per non cascare in tranelli facili. Sempre più il lettore dovrà difendersi scegliendo fonti e autori che ha imparato a conoscere, di cui si fida. Altrimenti le fake news si faranno largo come un coltello caldo nel burro.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Gli italiani vogliono chatbot divertenti e dalla voce femminile

    Nel recente studio globale commissionato da Amdocs, i consumatori del nostro Paese dicono la loro, suggerendo ai service provider in ambito media e comunicazione come migliorarli. L’aumento della spesa in AI nel settore è messa a rischio da scelte di investimento sbagliate e dalla mancanza di personale, non per colpa dei robot

    I clienti italiani dei service provider in ambito media e comunicazione hanno espresso il proprio giudizio sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) nell’ambito del servizio clienti, in una nuova indagine che ha coinvolto oltre 500 persone e che specifica come vogliono essere assistiti da robot software e chatbot. Lo studio ha inoltre coinvolto un panel di decisori sulla spesa in ambito AI delle principali aziende italiane di comunicazione e media, facendo emergere come i piani per un’ascesa dei robot in prima linea nelle interazioni con i consumatori possano essere ostacolati da scelte di investimento sbagliate e dalla mancanza di personale di talento.

    Queste sono alcune delle evidenze raccolte attraverso la ricerca condotta da Forrester Consulting per conto di Amdocs in America, Europa e Asia.

    I consumatori amano la velocità e la comodità dei robot, ma non vogliono averci troppo a che fare, almeno finché non saranno più umani e più intelligenti. Quasi un terzo (31%) dei consumatori italiani interagisce con agenti virtuali almeno una volta a settimana perché è più comodo (38%) e veloce (38%), ma il 45% confessa di farlo solo perché non ha alternative. Se potesse scegliere, il 79% preferirebbe parlare con un essere umano, dal momento che comprende meglio le proprie esigenze (75%) e può rispondere a più domande contemporaneamente (47%).

    Secondo i consumatori, i bot non sono ancora in grado di gestire richieste complesse (evidenziato come il problema principale), né di proporre offerte personalizzate o comprendere le emozioni di chi hanno di fronte.

    Inoltre, i consumatori hanno le idee molto chiare su come vogliono che i bot siano fatti e si comportino. Il 41% vorrebbe il proprio bot più simile a un umano, contrapposto a un 24% che vorrebbe avesse le fattezze di un avatar. Sebbene quasi la metà dei rispondenti (45%) non esprima preferenze di sorta, il 35% afferma che preferirebbe avesse tratti femminili piuttosto che maschili (20%).

    Le caratteristiche più apprezzate di un bot sono nell’ordine la gentilezza, l’attenzione e la serietà, seguiti dalla simpatia e dall’intelligenza. Esprimere autorevolezza o, piuttosto, avere un accento straniero rappresentano invece gli attributi che meno interessano ai consumatori, rispettivamente con l’8% e il 7% delle preferenze.

    Gli investimenti dei service provider non sono attualmente focalizzati a risolvere le problematiche riscontrate dai consumatori. I service provider non si stanno concentrando sulle aree corrette nell’ambito degli investimenti in intelligenza artificiale. Dall’indagine, infatti, è emerso che tutti i service provider intervistati stanno dando priorità a investimenti nell’AI volti a migliorare la sicurezza delle informazioni, la privacy e la velocità di risposta. Tuttavia, elementi indicati dai clienti come principali aree di miglioramento – quali una migliore personalizzazione degli output e informazioni più complete – non rientrano tra le priorità dei service provider.

    Inoltre, attualmente il 42% dei service provider crea immagini di avatar per i propri bot, mentre i consumatori dichiarano di preferire immagini dalle fattezze umane. Non stanno nemmeno investendo in caratteristiche che i consumatori ritengono desiderabili. Sono, ad esempio, impegnati a rendere i bot educati, ma non si stanno preoccupando di renderli premurosi o divertenti, elementi che i consumatori indicano rispettivamente al secondo e al quarto posto delle loro priorità. Il fatto che il 39% dei consumatori che riscontrano problemi con il servizio offerto attualmente dai bot non se ne lamenti significa che l’industria è all’oscuro dei feedback del mercato.

    Il rischio maggiore delle strategie AI è l’impossibilità di far crescere la forza lavoro. Tutti i decisori dei service provider in ambito AI concordano nell’affermare che, tra cinque anni, l’85% delle interazioni con i clienti avverrà con robot software. Metà di questi decision maker teme però di essere indietro rispetto ai principali competitor nell’impiego dell’intelligenza artificiale e, per colmare il divario esistente, pianifica di aumentare il proprio budget destinato all’AI di oltre il 10% nel prossimo anno e di ampliare la forza lavoro che si occupa di AI.

    Tuttavia, questa espansione potrebbe non essere sufficiente. Diversamente da quanto molti credono – ossia che in futuro i service provider impiegheranno più robot che esseri umani – nessuno dei service provider coinvolti nell’indagine sta guardando all’intelligenza artificiale per sostituire il personale che si occupa dell’assistenza ai clienti, né vede nell’AI l’opportunità di sostituire un ampio numero di persone dello staff all’interno dell’azienda. Attualmente, tutti i service provider considerano la mancanza di competenze professionali per impostare e far funzionare l’intelligenza artificiale l’ostacolo più grande alla realizzazione delle proprie strategie AI e nessuno cita come sfida la non maturità della tecnologia.

    Sebbene ora stiano sviluppando le proprie soluzioni oppure si affidino per avere supporto a vendor esistenti, nessuno si sta rivolgendo a fornitori specializzati in soluzioni di intelligenza artificiale.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Gli italiani online comperano così

    Luci e ombre. Solo il 12% delle imprese italiane con più di dieci dipendenti ha venduto i propri prodotti o servizi online. E, nonostante la percentuale sia in continua crescita, l’Italia rimane ancora tra le ultime in Europa. Ma la certezza è che sia solo una questione di tempo. Dalla ricerca inedita commissionata da eShoppingAdvisor e realizzata sulla base della rielaborazione dei dati Istat, emerge inoltre che il mercato di riferimento per le imprese italiane che scelgono di vendere online è innanzitutto quello nazionale: il 98% delle imprese si rivolge a clienti italiani.

    Gli italiani si rivelano sempre più buoni clienti dei negozi online, soprattutto al Nord e soprattutto gli uomini.

    Anche le imprese Made in Italy che scommettono sull’e-commerce risultano in continuo aumento e preferiscono rivolgersi a compratori connazionali. Con una sorpresa nel podio delle regioni più attive nelle vendite: in barba al digital divide tra Nord e Sud, se la regione con più imprese che vendono online è il Trentino Alto Adige, al secondo posto c’è però la Calabria, seguita dall’Umbria. Quarta nella classifica è un’altra regione meridionale, la Sicilia, che in cinque anni ha raddoppiato la sua performance, aumentando di ben sette punti percentuali.

    Sono solo alcuni dei dati più importanti che emergono dall’Identikit dello Shopping online 2018, il primo Report eShoppingAdvisor su acquisti e vendite online in Italia, commissionato dall’innovativa piattaforma pubblica di recensioni esterna ai siti, interamente dedicata agli acquisti online e specializzata in e-commerce.

    In particolare, più della metà degli utenti italiani (il 53%) con accesso a Internet ha acquistato beni o servizi sul web nell’anno 2017, anche se permane un gap tra il Nord e il Sud dell’Italia. Pure in questo caso, le evidenti distanze tra settentrione e meridione vengono però sfumate dal caso Sardegna: l’isola, infatti, è al terzo posto per numero di acquirenti dopo Val d’Aosta e Trentino Alto Adige. La ricerca ha quindi confermato un fattore determinante: l’e-commerce italiano cresce, mostrando aspetti sempre più interessanti. I dati rivelano che cinque anni prima, comperava online circa il 38% degli utilizzatori della rete.

    Solo il 12,5% delle imprese in Italia con più di dieci dipendenti ha però venduto i propri prodotti o servizi online. E, anche se è vero che si tratta di una percentuale in continua crescita, l’Italia rimane ancora tra le ultime nazioni in Europa sotto questo punto di vista; gli esperti del settore garantiscono però che è solo questione di tempo.

    Come riportato dalla suddetta ricerca di eShoppingAdvisor (realizzata sulla base della rielaborazione dei dati Istat), emerge inoltre come il mercato di riferimento per le imprese italiane che scelgono di vendere online sia innanzitutto nazionale: il 98% delle impresesi rivolge infatti a clienti italiani, il 55% delle imprese guarda anche al mercato europeo, mentre solo il 35% ha orizzonti più lontani, ossia il resto del mondo.

    Per quanto riguarda le differenze di genere, gli uomini appaiono più propensi agli acquisti in rete rispetto alle donne (35% contro 29%). Le maggiori disparità si trovano nelle categorie Abbigliamento (dove le donne staccano gli uomini di dieci punti) e Informatica&Tecnologia: in quest’ultimo caso gli uomini doppiano le donne.

    Infine, l’81% delle imprese vende con un proprio sito web o la propria applicazione; il 54% si serve anche di intermediari (marketplace). E proprio il possedere un proprio sito web può essere considerato un buon indicatore per misurare la voglia d’indipendenza dai marketplace e la predisposizione alle vendite online delle aziende italiane.

    di Daniele Bologna
  • Intervista esclusiva a Roberta Cocco

    L'Assessore alla Trasformazione digitale del Comune di Milano illustra programmi, contenuti e obiettivi della Milano Digital Week

    Prima l’idea. Prima ancora il sogno. Poi la realtà, che si presenta addirittura meglio di come la si immaginava. La Milano Digital Week è un fatto compiuto, e un numero riassume tutto. Lo conferma Roberta Cocco, Assessore alla Trasformazione Digitale e Servizi Civici del Comune di Milano, promotore dell’iniziativa, in questa intervista concessa a RedWave_mag. «Siamo a quota 400 eventi. Quando siamo partiti, nell’agosto dello scorso anno, e fu indetto il bando ufficiale, ci siamo confrontati con altre strutture per considerare gli appuntamenti da ospitare: erano cento. Ma la risposta della città, degli operatori, dei professionisti, delle imprese, delle altre istituzioni, del mondo culturale, formativo, universitario, è stata incredibile e ospitiamo oltre 400 eventi di confronto, approfondimento e scambio».

    Quindi, ritiene che la città si sia dimostrata pronta?

    «Assolutamente sì. Milano rappresenta, da sempre, una piattaforma per l’innovazione, la progettazione e l’inclusione. Ma un riscontro così ampio ha sorpreso anche noi. La città è davvero pronta a parlare seriamente di digitale. La nostra idea, il sogno, si sono concretizzati. E ora si mostrano sul campo tutte le realtà che stanno già trasformando il lavoro, il tempo libero, la formazione, la produzione e la progettazione attraverso le modalità digitali».

    Come avete strutturato il programma complessivo?

    «Siamo riusciti a creare un enorme palinsesto grazie alla collaborazione veramente molto sentita che centinaia di realtà hanno accordato all’iniziativa. Milano è già di per sé il “luogo dell’innovazione” e questo patrimonio si mette a disposizione della città. La MDW è un’occasione unica per diffonderne il valore. Certo, sappiamo di essere solo all’inizio di un processo. Con una certezza: la Milano Digital Week è patrimonio di tutti, un’idea partita dal Comune di Milano che riunisce la volontà e l’impegno di tutti gli assessorati. Ma lo spirito corale e inclusivo è la sua vera essenza e pur in un’accezione ancora sperimentale, già dall’esordio può allineare una ricchezza, un livello di competenze e un’eccellenza che ci rendono orgogliosi».

    Milano può diventare una guida per l’intero Paese su questo fronte?

    «Sappiamo tutti che l’Italia è rimasta drammaticamente indietro, ma ora l’attenzione al tema e gli sforzi concreti sono visibili, a partire dall’esperienza davvero molto importante del Team per la Trasformazione Digitale alla cui guida Diego Piacentini sta sviluppando un lavoro straordinario. Tornando a Milano e alla Milano Digital Week, vorrei sottolineare il ruolo attivo che il Comune vuole recitare. Spieghiamo ai milanesi, e non solo, quanto abbiamo già realizzato e quanto intendiamo ancora fare sul fronte della trasformazione digitale. Un esempio sui tantissimi: lanciato nell’aprile dell’anno scorso, il Fascicolo Digitale del Cittadino ha già raggiunto, a fine gennaio di quest’anno, oltre 600 pagine viste. Non ci fermeremo qui».

    Quali settori hanno risposto con più tempestività e spirito propositivo?

    «Tutto il mondo dell’Ict, cosa che potrebbe apparire scontata ma che invece non lo è, insieme all’ambito universitario. Ad esempio, la Milano Digital Week viene seguita passo dopo passo da un centinaio di studenti dell’Università Bicocca che hanno scelto di farsi formare volontariamente per diventare cronisti della manifestazione sui social media. Un altro progetto di grande valore lo ha proposto Feltrinelli, che ha messo a disposizione aule e docenti per formare chi ha, purtroppo, avuto meno opportunità per restare al passo con l’aggiornamento e ha a disposizione meno conoscenza e meno strumenti per sfruttare tutti i vantaggi della trasformazione digitale in atto. Ma questi sono solo due esempi tra le tantissime proposte arrivate da una città che si è dimostrata all’altezza e ha messo in campo tutta la sua energia e il suo consueto spirito innovatore.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Music Business Revolution

    L’industria musicale ha vissuto una vera rivoluzione negli ultimi anni. E il digitale è diventato un elemento fondamentale per rivolgersi ai nuovi consumatori.

    L’industria musicale ha vissuto una vera rivoluzione negli ultimi anni. D’altra parte, la velocità con cui si sono avvicendati i device a supporto della riproduzione è stata vorticosa e si è stabilizzata solo quando il digitale (nello specifico l’iPad di Apple) ha trovato il modo più comodo e meno ingombrante per godere dei contenuti audio in mobilità. Ma nel momento in cui il telefono si è trasformato in uno smartphone, è stato lui stesso a impossessarsi del palco virtuale.

    Gli addetti ai lavori hanno dunque dovuto ridisegnare il business su un consumo connesso e mobile, individuando nuovi modelli di monetizzazione e di proposta contenutistica. A livello editoriale e sul fronte discografico, le strategie si sono evolute e sempre più spesso sono state incentrate sull’utente e sulla personalizzazione, partendo dal presupposto che il “nuovo ascoltatore” non mira più al possesso, quanto all’accessibilità.

    In questo contesto di trasformazione, il mercato sta vivendo una grande novità: Billboard è arrivato in Italia, presentandosi ufficialmente all’ultimo Upgrade Mobile Summit di Milano. La realtà editoriale americana è una vera e propria istituzione in campo musicale ed è sbarcata in Europa approdando dapprima proprio nel nostro Paese. Come si è detto, negli ultimi anni la industry musicale ha rivoluzionato i propri modelli di business: «Si è passati, lato consumer, dal possesso all’accesso», ha dichiarato Andrea Minoia, editore di Billboard Italia, in una dinamica che favorisce lo streaming digitale. Ma i comportamenti online hanno rinvigorito anche il mondo del supporto fisico, con un’impennata di acquisti di vinili e di affluenza ai festival. «Il segmento musicale cresce a livello globale del 5,6% in modo omogeneo, con un +4% in Europa. Ma la strategia di presidio musicale deve tener conto delle specificità territoriali», ha affermato ancora Minoia sul palco dell’Upgrade Mobile Summit.

    Cosa può fare la musica per la pubblicità? Le due realtà sono insieme da sempre. Il meccanismo alla base dell’incidenza musicale all’interno di un contenuto adv si chiama “priming” e consiste nella creazione di strade inconsapevolmente predilette all’interno della mente, da cui è facile stimolare ricordi: generalmente, avviene attraverso la ripetizione di un messaggio. «I suoni ripetuti sono magici per il cervello: stimolano il rilascio di endorfine e a questo si può accostare un messaggio pubblicitario», ha confermato Minoia.

    Il consumo della musica è inoltre massivo e rappresenta un driver importantissimo per l’intenzione d’acquisto. Il programmatic audio sarà uno dei principali strumenti da testare, perché è in grado di intercettare l’interesse di un utente e proporgli il giusto messaggio all’interno di un contesto ottimale. «Billboard offrirà interesse e contesto. Per offrire la migliore user experience possibile attraverso un’esperienza personalizzata, abbiamo realizzato la dmp Beatprofile, che tiene conto di tutti i dati relativi agli utenti, compresa la musica che ascoltano. Lo fa in tempo reale, che è un dettaglio fondamentale sia in fase di analisi sia per la response, in quanto individuare il sentiment permette di fare in modo di mantenerlo o, nel caso, provare a cambiarlo». La musica, quindi, «è il miglior strumento di branded content a disposizione dei marketer», in quanto si rivolge alle emozioni, è accessibile ovunque e mette assieme una serie di influencer (artisti e fan) che generano una moltitudine di dati.

    Scordatevi poi le label come le ricordate. Nello tsunami del mondo musicale, le etichette discografiche sono diventate società di entertainment che creano contenuti e servizi digitali. La music industry è stata la prima a subire l’impatto del digitale, a causa della nascita di Napster (ormai quindici anni fa): ha reagito cercando di limitare i danni e in seguito ha capito che l’onda digitale andava cavalcata. I modelli di business che si sono generati sono gli streaming adv based, ma ora la tendenza è spingersi verso il premium. «Oggi si ascolta più musica rispetto a quindici anni fa e l’industry sta stimolando questa consumption. Prima il videoclip era un costo di marketing utile a promuovere un disco, adesso è una fonte di guadagno grazie alla rete», racconta Lino Prencipe, Direttore Digital & business development di Sony Music. Il marketing musicale non affonda più, dunque, nella vendita di un prodotto (il disco), ma promuove il lifestyle. La strategia deve avere una vita di medio-lungo termine, per essere in accordo con il nuovo flusso di remunerazione. Al contrario di prima, non si registra un picco di vendita iniziale, ma i ricavi lievitano con l’aumentare degli ascolti. È cambiato anche il modo di accedere e vivere i contenuti musicali.

    I nativi digitali utilizzano modi diversi dal passato per scoprire e conoscere nuove canzoni o nuovi artisti: si è perso il concetto di album perché gli ascoltatori preferiscono ascoltare playlist costruite su mood specifici. «Il nostro lavoro è diventato collegare artisti a fan. E, per questo motivo, il nostro Crm in realtà è un Frm, un fan relationship management. Dobbiamo dare ai fan delle ragioni per entrare sulla piattaforma, condividere un contenuto e rimanerci», continua Prencipe.

    Ecco perché va analizzato l’engagement loop: in un primo momento, l’utente va alla scoperta della musica, investiga e scopre una canzone che gli piace; a questo punto la inserisce nella playlist e la ascolta a raffica finché non si annoia; dunque, la abbandona e il giro riparte. «Non è stato facile arrivare a costruire questo processo», conclude Prencipe.

    La musica, in tutte le sue molteplici forme, è infatti da anni protagonista della storia, dei costumi, del tempo libero, dei linguaggi degli italiani. Una passione nazional-popolare che trova una delle sue principali occasioni di ascolto in luoghi che sono fulcro della giornata e della vita degli italiani: bar, ristoranti, pub, locali serali e tutti gli ambienti che rientrano nel variegato mondo dei pubblici esercizi. E proprio Fipe, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi che rappresenta il mondo del fuoricasa, racconta il rapporto tra gli italiani e la musica. Nelle sue ultime analisi, l’organismo associativo ha messo in luce molti aspetti interessanti: al di là delle personali preferenze in fatto di generi musicali, modalità di ascolto e fruizione, emerge un fattore importante: nell’epoca delle star di Youtube e dei talent show, un canale storico come la radio resta un mezzo privilegiato dal pubblico per scoprire quali sono i brani di maggiore interesse o gli artisti che si affacciano sul mercato. «Occorre partire proprio da qui, da quella radio che in filodiffusione anima moltissimi pubblici esercizi del Belpaese: nonostante i talent televisivi, continuano a essere amati dal pubblico come luogo per conoscere e ascoltare gli artisti emergenti», spiega Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe.

    Un altro aspetto riguarda il fatto che tra coloro che frequentano abitualmente gli esercizi pubblici, l’81% si reca in un locale perché c’è un particolare intrattenimento musicale: un indicatore importante che conferma il valore della collaborazione stretta con Siae per promuovere la musica quale valore aggiunto del fuoricasa. «Siae vede con favore ogni forma di diffusione della musica; il fatto che la musica d’ambiente sia considerata un elemento importante nell’offerta dei locali pubblici non può che farci grande piacere. Proprio con questo spirito abbiamo rinnovato, nell’ottica della semplificazione, gli accordi per la determinazione dei compensi del diritto d’autore per la diffusione della musica nei pubblici esercizi. E, proprio per semplificare il lavoro dei fruitori del repertorio tutelato da Siae, abbiamo introdotto la possibilità di attivare e rinnovare l’abbonamento online, attraverso il portale dedicato alla musica d’ambiente», commenta Filippo Sugar, Presidente di Siae .

    Ma, tornando a valutare i luoghi di ascolto, spicca un altro elemento significativo: la musica viene ascoltata prevalentemente in casa (50,4%); è alta anche la percentuale di chi la utilizza come “sottofondo” negli spostamenti (32,7%), mentre il 10% degli italiani ascolta soprattutto la musica nei locali pubblici. I generi più ascoltati sono pop e dance (45,5%), soprattutto negli spostamenti (36,2%) e a casa (24,4%) e poco nei concerti (10,7%); a seguire, rock e metal (28,8%), ascoltati negli spostamenti per il 36%, a casa per il 26,1% e nei concerti per il 14,5%; terzo posto per rap e hip hop (24,2%), ascoltati principalmente in ambito privato (27,9%) e negli spostamenti (35,3%); infine, il blues e il jazz (20,5%) e la musica classica (16,7%), principalmente fruita tra le mura domestiche (38,2%), negli spostamenti (33,7%) e, molto più rispetto agli altri generi già indicati, nei concerti (20,4%).

    Venendo ai tempi dedicati all’ascolto, la maggior parte del pubblico (32,1%) passa il proprio tempo alle prese con le sette note per due o tre ore a settimana. Le donne sono le più fervide fruitrici di musica: le più assidue la ascoltano per più di sei ore a settimana, sono di età compresa tra i 18 e i 24 anni e risiedono nel Nord-Est. Gli over 64 ascoltano in generale meno musica, per un totale di un’ora alla settimana (il 19,9%). I principali canali di ascolto sono siti internet (35,9%), la radio (30,5%), cd/dvd (18,1%) e la televisione (8,3%), mentre il 2% del campione continua ad ascoltare canzoni in vinile. Emerge anche come il 46% degli italiani interessati a scoprire nuovi autori o brani si serva soprattutto della radio (46%), seguita da internet, blog, siti, app (39,8%) e Youtube (36,1%). Una buona percentuale è occupata dal passaparola (26,5%) e dalla televisione (23,4%). Il 19% non è infine interessato a scoprire nuovi brani o autori.

    Invece, la musica registrata è apprezzata dall’83% della clientela, percentuale che sale a più dell’87% quando si parla di musica live. Sempre per oltre l’87% dei clienti la possibilità di ascoltare musica o assistere a un concerto dal vivo migliora la reputazione di un locale: il 90% della clientela abituale apprezza il fatto che nei pubblici esercizi vengano organizzate serate con intrattenimento musicale e, di questi, l’81,7% si reca in un dato locale proprio per questo motivo. In generale, circa il 77% si reca con maggiore frequenza in un locale se è a conoscenza del fatto che c’è la possibilità di ascoltare musica.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Benvenuti nell’era dello Storydoing

    I got a plan it's Called do things.

    Con queste parole, Herbert Dwight Kelleher, fondatore della SouthWest Airlines, ha sorpreso tutti durante una delle riunioni in cui si discuteva su come lanciare la compagnia, aprendo di fatto l’era dello storydoing. La cosa ancor più sorprendente è che le cose le ha fatte per davvero.

    Lui come pochi altri ha capito che per farsi scegliere non basta più il marchio. Dietro al marchio devono esserci dei valori e una missione molto chiara. Chiara e condivisa. Questo è il principio di successo di tutte quelle marche che abbracciano lo storydoing. Solo se fai le cose anziché raccontarle e basta, ti rendi credibile.

    Fare le cose e poi spiegarne la motivazione rende partecipativa la marca e attiva la sua clientela a promuoverla. Non semplici clienti ma ambasciatori. Lo storydoing consiste quindi nel compiere azioni concrete per dimostrare alle persone che esiste una differenza netta di valori rispetto ai competitor. Proprio quelle azioni e quei valori vengono colti e abbracciati dalle persone che, quando si troveranno davanti ad una scelta, sceglieranno sempre la marca che più somiglia loro.

    Siamo di fronte a brand che usano la loro storia per organizzare le realtà interne e influenzare quelle esterne. Sì, perché se ieri si poteva pensare di sedurre con la comunicazione, questa soluzione non è più così attuale; e soprattutto non funziona più. L’audience è cambiata. Ha capito, parla, si informa, influenza e si fa influenzare. Ma da chi? Da tutti, ma veramente tutti.

    È la democrazia della rete, dove le marche e la loro audience sono sullo stesso piano. Uno vale uno e, perciò, tanti uno valgono più di uno. Allora è necessario avere consensi. Devi avere like. Devi avere recensioni positive. Devi essere condiviso, googlato e postato. Devi soddisfare il cliente e coccolarlo.

    Tutte queste azioni corrispondono ad acronimi, Seo, Sem, Ma, Crm e via dicendo, che oggi sono le vere chiavi del successo. Gli uffici marketing stanno vivendo grande fermento, Internet ha fatto si che si ribaltasse il paradigma.

    Dal “marketing to people”, quello che imponeva modelli e prodotti, si è passati al “marketing for people”. La rivoluzione digitale ha cambiato completamente le abitudini di acquisto.

    E, altra grande rivoluzione, le persone non badano più tanto al prezzo. Se condividono i valori o le azioni di una marca sono disposti anche a spendere di più. Oggi il mercato è diviso tra marche in grado di perpetrare lo storydoing e, se ci fate caso, sono quelle che approcciano la comunicazione attraverso azioni di pr, di native advertising e branded content. Le altre, più numerose delle prime, hanno bisogno di investimenti molto più ingenti e soprattutto dell’advertising classico.

    Per questo motivo, le marche studiano molto di più i comportamenti dei loro clienti o potenziali tali, misurano l’efficacia delle loro campagne e cercano un ingaggio sempre più personalizzato. La rivoluzione digitale ha quindi toccato anche il mondo della comunicazione.

    Attualmente esistono ad esempio newsroom e dataroom, pronte a valutare quasi in tempo reale se le azioni di comunicazione messe in atto abbiano funzionato oppure no; e sono in grado di apportare perfino correttivi per migliorare i risultati. Sono nate molte nuove professioni, figure molto tecniche che migliorano gli insight da passare ai creativi.

    Un tempo si poteva affermare: “la pubblicità non dice mai bugie, ma solo verità esagerate”. Oggi si è chiamati a dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità.

    di Geo Ceccarelli_Chief Content Officier