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  • La pubblicità sui social network: un utente su tre non distingue i contenuti sponsorizzati da quelli organici

    Secondo la recente indagine “Italiani e Social Media” condotta da Blogmeter, i social preferiti dagli italiani sono Facebook, Instagram e Whatsapp.

    Un italiano su tre non distingue la pubblicità dai contenuti organici sui social network.
    Questo è il dato più importante che emerge dalla seconda edizione dello studio “Italiani e Social Media” di Blogmeter.
    Dal 9 al 15 marzo 2018 sono stati intervistati per la ricerca 1500 residenti in Italia, tra i 15 anni e i 64 anni, iscritti ad almeno a un canale social. Continua a leggere

  • Retail vs. Digital Transformation?

    Il retail ai tempi della rivoluzione 4.0: il digital marketing è l’alleato perfetto dello shopping offline.

    Nell’era del digital, in cui gli utenti sono sempre più proiettati verso un futuro ricco d’innovazioni a portata di click come i chat bot, le smart home e i dispostivi wearable, l’e-commerce elettronico non ha rimpiazzato del tutto il retail: la cara bottega sotto casa è ancora apprezzata da una buona percentuale di consumatori che ama toccare con mano i prodotti.
    Nonostante non ci sia stata un’apocalisse dei negozi fisici, è altrettanto vero che il canale online ha tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio alleato del retail. Continua a leggere

  • Abbiamo sempre bisogno di conoscenza

    Anche un magazine come RedWave_mag può contribuire.

    Quello che state leggendo è il primo numero di RedWave Mag, concepito per accompagnare in modo un po’ sorprendente e originale l’esordio del magazine dell’agenzia di marketing e comunicazione che presiedo e dirigo, H2H. Una realtà che nasce dall’aggregazione di diverse realtà che operano sul mercato dai primi anni del 2000 e che, in sinergia, hanno dato vita a una realtà complessa capace di racchiudere competenze integrate, leader nei servizi di marketing e comunicazione.

    I cambiamenti e l’aumento di complessità nello scenario competitivo portano oggi le aziende a doversi sforzare nel comunicare e nell’evolvere il proprio modo di stare sul mercato. Questo fenomeno, già presente da molti anni nei mercati più evoluti, come quello americano e inglese, si ritrova oggi anche nel panorama italiano.

    Le aziende italiane hanno compreso l’importanza di investire in marketing e comunicazione e soprattutto quanto sia strategico legare in maniera diretta queste attività ai propri risultati di business.

    Ma la stessa evoluzione del mercato ha portato un’azienda come H2H ad avere al proprio interno competenze diverse tra loro: sviluppo e gestione di piattaforme tecnologiche, competenze statistiche per l’analisi dei comportamenti dei consumatori, conoscenze umanistiche come design creativo, branded content e storydoing. Tutto questo coordinato da competenze strategiche. Un sistema virtuoso che vogliamo raccontare e condividere.

    Anche con uno strumento classico come un giornale. Che sarà interattivo, come richiedono i tempi, in formato digitale. E che desideriamo possa diventare patrimonio di tutti. Uno strumento di conoscenza, non solo in funzione di H2H. Ma per tutto il mercato. C’è bisogno di conoscenza, per migliorare noi stessi, il lavoro che facciamo, il settore a cui apparteniamo. Anche un giornale può essere utile. E proveremo a fare del nostro meglio.

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Come evitare le insidie della frammentazione

    Più della metà dei responsabili marketing non coglie l'opportunità di incrementare l’efficacia delle campagne di brand del 57%, non riuscendo a realizzare campagne multicanale integrate. "AdReaction: The Art of Integration" è un impegnativo e approfondito lavoro messo a punto per rivelare insight su come intervenire in modo adeguato sui diversi canali e raggiungere l’obiettivo

    Nuove indicazioni per i responsabili marketing su come navigare al meglio la miriade di opzioni di canale e formati, per offrire campagne efficaci e integrate che siano ben accolte dai consumatori sui diversi media.

    Il nuovo studio “AdReaction: The Art of Integration”, di Kantar Millward Brown, esamina le campagne pubblicitarie multicanale a livello globale per indicare quali caratteristiche devono avere per ottimizzare le performance di brand. Lo studio ha rilevato che campagne pubblicitarie ben integrate e adattate ai diversi canali presentano notevoli benefici. Ad esempio, aumentano l’efficacia di una campagna del 57%. Ma purtroppo, meno di una su due fra le campagne testate sembra esserlo (46%). Inoltre, lo studio ha evidenziato che gli esperti di marketing e i consumatori hanno opinioni diverse sul fatto che le campagne si integrino con successo.

    La maggior parte dei responsabili marketing intervistati (89% a livello globale e anche in Italia) ritiene che le proprie strategie siano integrate, ma poco più della metà dei consumatori è d’accordo (il 58% nel mondo, in Italia il 53%).

    Lo studio si basa su una nuova ricerca quantitativa di Kantar Millward Brown effettuata in 45 paesi, copy testing multicanali di dodici campagne in otto paesi e analisi personalizzate dei database sull’efficacia dei media e dei copy testing. I risultati forniscono ai professionisti del marketing un’analisi globale con focus locali su come consumatori ed esperti di marketing considerano l’integrazione, l’importanza della specificità dei contenuti per ciascun canale e le caratteristiche delle campagne che funzionano.

    Il mondo connesso ha moltiplicato le opportunità di comunicazione e i consumatori si sentono oggi sopraffatti dalla pubblicità. D’altra parte, i responsabili marketing cercano di sfruttare al massimo la moltitudine di canali e formati pubblicitari per raggiungere i consumatori.

    Purtroppo i risultati di questa proliferazione di attività di comunicazione non sono sempre positivi: l’ultimo report “AdReaction” rivela una disconnessione tra il modo in cui i professionisti di marketing e i consumatori percepiscono il successo della campagna – ha affermato Stéphanie Leix, Creative Domain LeadInsights di Kantar -.

    Grazie a “Ad Reaction – The Art of Integration” possiamo evidenziare i principi guida per aiutare il marketing e le agenzie a integrare meglio le iniziative multicanale, in modo da evitare le insidie della frammentazione e a identificare gli elementi creativi chiave per campagne di successo”.

    Come ottimizzare, dunque, l’efficacia delle campagne multicanale? Quali i suggerimenti per campagne integrate performanti?

    Ecco, di seguito, cinque suggerimenti emersi dallo studio. Bisogna integrare più elementi distintivi di campagna: anche senza adattamento al canale, le campagne integrate sono il 31% più efficaci nella creazione dei brand, ma ancora una su quattro delle campagne analizzate non è risultata ben integrata. E’ interessante evidenziare che più elementi distintivi ricorrenti vengono utilizzati, più la campagna è performante. I consumatori si aspettano che le campagne multicanale forniscano elementi ricorrenti, fil rouge fra le campagne, come lo stesso logo e lo stesso slogan. Tuttavia, lo studio segnala che “personaggi o caratteri della personalità dei protagonisti” allineati e coerenti, nei diversi comunicati della campagna, sono gli elementi distintivi che maggiormente contribuiscono all’impatto sul brand, spesso differenziando le migliori campagne.

    Il report ha anche rilevato che tutti i canali traggono vantaggio dalle sinergie, ma alcuni canali funzionano in modo particolarmente efficace l’uno con l’altro. Le combinazioni di sinergie complessive più forti sono tra tv e Facebook e tra tv e outdoor. Iniziare con un’idea forte di campagna è essenziale: l’idea è la componente più importante della campagna.

    Le grandi campagne hanno una forte idea centrale che agisce come tessuto connettivo su tutti i contenuti e il contenuto integrato ha bisogno di recepirla e declinarla. Le campagne con una forte idea centrale hanno una performance migliore su tutti gli indicatori di brand (+ 64%), in particolare sulle associazioni di immagine di marca (+ 91%), nonché su tutti i canali. E poi è importante rendere stupendo ogni annuncio in una campagna integrata: all’interno dei pre-test multicanale, si nota che una campagna è definita più da vicino dalla media di tutte le esecuzioni, ancor più che dalla migliore o peggiore esecuzione individuale.

    A meno che la spesa per i media non sia orientata verso un’unica esecuzione, ogni elemento della campagna integrata conta e contribuisce al successo generale e alla costruzione del brand, sia esso relativo a canali più o meno rilevanti del piano media previsto. Inoltre, è decisivo investire solo nei canali che hanno un ruolo chiaro nella campagna: i responsabili marketing devono scegliere i canali con saggezza, usando solo quelli che hanno un ruolo chiaro nella campagna stessa e nel raggiungere la target audience.

    È anche importante capire cosa può offrire ciascun canale in termini di impatto e costo. Ad esempio, le comunicazioni online sono utili per estendere la copertura televisiva e costruire le metriche del brand, dall’awareness fino all’intenzione di acquisto.

    Tuttavia, gli atteggiamenti dei consumatori sono più positivi nei confronti dei media tradizionali rispetto alla pubblicità online. E’ più probabile che le persone si ricordino esperienze di targeting online negative rispetto a quelle positive.

    Infine, conta personalizzare i contenuti per ogni canale: bisogna trovare un certo equilibrio tra integrazione e specificità del canale. Una campagna integrata forte deve essere abbastanza flessibile da consentire contenuti nuovi e complementari, ma abbastanza coerente da essere in grado di collegare strettamente gli elementi chiave della campagna, per creare distintività. I professionisti della comunicazione lottano per trovare un equilibrio tra integrazione e personalizzazione.

    Il 29% delle campagne testate è stato integrato ma non customizzato sul canale, mentre il 26% non è stato sufficientemente integrato.

    In tutto il mondo, i consumatori dichiarano di essere bombardati da un numero crescente di annunci pubblicitari in sempre più canali. L’ 81% degli intervistati (dato global) riferisce che questo fenomeno è in aumento rispetto a tre anni fa e la cifra è superiore al 70% in tutti i paesi presi in esame, ad eccezione del Giappone. La maggior parte dei consumatori nel mondo (69%) concorda anche sul fatto che le pubblicità sono oggi più intrusive. Questa cifra è superiore al 50% in tutti i paesi ad eccezione di Cina, Giappone, Hong Kong, Corea e Indonesia. E quando viene chiesto se le campagne stanno svolgendo un lavoro migliore in termini di storytelling e di integrazione tra formati, le risposte variano secondo il Paese.

    I consumatori sentono che i marketer stanno facendo i maggiori progressi in Nigeria, India, Arabia Saudita, Cina e Brasile, ma pochi sono convinti che si stiano migliorando, in questo ambito, nel Regno Unito, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Francia e nella Repubblica Ceca. “L’evoluzione dello scenario media non è finita qui; il mondo intorno a noi sta cambiando e continuerà a cambiare, in futuro – ha aggiunto Stéphanie Leix -, ma i professionisti del marketing più attenti sapranno cogliere le opportunità di connettersi con i consumatori in modi nuovi, rilevanti.

    La frammentazione renderà le cose meno semplici, ma è importante sottolineare che sappiamo che l’utilizzo di più canali multimediali può migliorare l’efficacia della campagna. Certo, questo capita solo se i canali funzionano in modo sinergico. Ecco perché è importante conoscere come agire in fase strategica e nel percorso creativo su tutte le aree che possono facilitare l’integrazione, garantendo, così, alle campagne risultati di successo”.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Il futuro della mobilità

    Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni

    Tecnologiche, sociali e culturali. Un’epoca profondamente influenzata da una crescente sensibilità verso i temi ambientali e dalla rivoluzione digitale. Urbanizzazione, individualizzazione, condivisione (sharing economy) e, naturalmente, digitalizzazione rappresentano i grandi trend, i principali driver che guidano il cambiamento.

    L’urbanizzazione rappresenta un moltiplicatore di PIL ed è per questo che molti Paesi, la Cina in testa, cerca di concentrare popolazione in aree urbane di dimensioni comprese tra i 100.000 e i 10 milioni di abitanti.

    Una strategia che si è dimostrata particolarmente efficace, dimostrando che l’interazione fisica è in grado di generare una moltiplicazione della crescita. Il 70% dell’Europa vive già in aree urbane, entro il 2030 nel mondo la quota sarà del 60%. Ciò naturalmente ha un impatto negativo sull’inquinamento, da cui i temi sulla sostenibilità e sulla logistica dei beni e delle persone; è quindi necessario reinventare il concetto di mobilità, dal carsharing alla realizzazione di smart city, in grado di assicurare un ecosistema di mobilità realmente virtuoso.

    Persone sempre più informate, esigenti e protagoniste rappresentano, invece, la principale spinta verso l’individualizzazione. I consumi nelle aree più sviluppate diventano quindi sempre più legati a specifiche necessità, e ‘tailor made’, con servizi sempre più personalizzati e concreti, rivolti al benessere e all’utilizzo più che all’ostentazione.

    La digitalizzazione è l’acceleratore di una rivoluzione tecnologica e culturale: il dialogo con l’intelligenza artificiale è ormai una pratica consolidata che sta cambiando le abitudini di vita, da Siri a Google Home, mentre la cultura del sostituire la telefonata con la condivisione del testo su WhatsApp è ormai un fatto e, dalla nostra casa, entrano in ufficio per approdare in quello che viene oggi comunemente identificato come il terzo living: l’automobile.

    Tutti questi elementi confluiscono nella domanda di nuovi modelli di mobilità. Mercedes-Benz che oltre 130 anni fa ha inventato l’automobile, si trova oggi a reinventare il concetto di mobilità attraverso una trasformazione che da ‘semplice’ produttore di automobili la vedrà sempre più protagonista come provider di servizi di mobilità, in un ecosistema virtuoso dove coesistono possesso e condivisione e l’esclusività diventa un lusso solo se di facile fruizione.

    Per definire le quattro direttrici protagoniste della mobilità del futuro, Mercedes ha scelto l’acronimo CASE (Connected, Autonomous, Shared & Services, Electric), che indica chiaramente la strada, o meglio, le strade che intende percorrere.
    Le automobili sono sempre più Connesse: con il proprietario, con l’assistenza e persino con gli altri automobilisti, tramite sistemi come Car-to-X che già oggi permette di condividere proattivamente notizie sul traffico ed eventuali situazioni di pericolo.

    La connettività è anche la base della guida autonoma, che ridefinisce il ruolo dell’automobile, portando a bordo livelli di confort e sicurezza mai visti prima e lasciando ai cosiddetti robotaxi l’ultimo step del suo processo evolutivo. Automobili senza volante né pedali, guidate da un’intelligenza collettiva in grado di ottimizzare le esigenze dei clienti, per passare da una realtà di ‘city traffic’ ad un ideale ‘urban flow’, con importanti benefici non solo per gli utenti, ma per l’intera collettività.

    La mobilità del futuro sarà, inoltre, caratterizzata da una spiccata flessibilità, favorita da soluzioni di mobilità intelligenti e condivise come car2go, mytaxi, e Flixbus, offerti attraverso la piattaforma di mobilità moovel.

    Connessa, autonoma, condivisa ed integrata attraverso servizi intelligenti e, naturalmente elettrica, l’ultima lettera di CASE rappresenta la risposta alla richiesta di una mobilità pulita e a zero emissioni. Una vera rivoluzione che parte dalle città, con smart che dal 2019 sarà il primo marchio a convertirsi interamente in elettrico per poi andare sulle lunghe percorrenze con la nuova famiglia di prodotti EQ, il brand full electric della Stella.
    La grande sfida della mobilità del futuro è già iniziata.

    A cura di Mercedes-Benz Italia
  • Come cambia il ruolo del Marketing Manager – Part 1

    Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana?

    Nel momento di fortissima trasformazione che stiamo vivendo, in cui Marketing e Comunicazione tendono a convergere per diventare un’unica funzione a supporto delle vendite e del business, appare sempre più evidente come l’errata o approssimativa definizione degli obiettivi assegnati a chi è responsabile di tale funzione condannino l’azienda a subire, nel proprio mercato di riferimento, l’iniziativa di concorrenti più proattivi o creativi.

    Ma cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana?

    In primis, come evidenziato anche da studi condotti da Forbes e Harvard Business Review, oggi il Marketing è produzione e gestione di contenuti per ingaggiare e interessare il proprio target di riferimento. Parliamo di contenuti di qualsiasi forma (video, infografiche, studi, white paper…) che devono essere prodotti e resi disponibili al proprio target di riferimento, secondo un processo che va attentamente pianificato e studiato.

    L’errore più comune è quello di definire prima cosa va scritto (“What”) e in seguito cercare chi e come è in grado di produrlo e realizzarlo, affidandosi poi a un’agenzia esterna che interviene solo nella fase più operativa.

    In realtà, il processo più efficace parte dall’individuare attentamente il perché (“Why”) si debba arrivare a pubblicare una serie di contenuti e il team (“Who”) deputato a farlo. Definito questo passaggio chiave, ecco il motivo per cui un’agenzia di Marketing può diventare il miglior partner possibile di un Responsabile Marketing, fornendo consulenza attiva sul perché e aiutando a mettere a fuoco il come (“How”).

    Nelle grandi aziende questo processo, sia per esperienza che per competenza, è spesso già definito (ma non sempre ottimizzato); nelle medie imprese, dove chi è deputato a svolgere attività di Marketing si focalizza solo sui task più operativi, manca invece una cabina di regia che può diventare lo spazio in cui le agenzie di Marketing e Comunicazione possono e devono essere il miglior partner della PMI Italiana.

    di Andrea Ricotti_Sales & Marketing Director
  • L’indecisione nel processo d’acquisto

    C’era una volta il modello classico di Marketing, con i tre momenti fondamentali del processo decisionale d’acquisto da parte dei consumatori.

    Un modello che prevedeva uno Stimolo iniziale, generato da una campagna pubblicitaria (Spot TV, Radio, Stampa, Direct Marketing, online ADV) e alimentato da un qualsiasi elemento che, mettendo in contatto marca e consumatore, riusciva a far nascere un bisogno.

    Il Primo Momento della Verità, quando il consumatore riconosceva il prodotto sullo scaffale di un punto vendita oppure all’interno di un e-commerce, il momento in cui decideva se acquistarlo confrontandolo con gli altri prodotti presenti.

    Infine, il Secondo Momento della Verità, successivo all’acquisto del prodotto, la fase in cui il consumatore valutava se fosse soddisfatto o meno dell’acquisto, condividendo la propria esperienza e il proprio livello di gradimento.

    Lo scenario odierno è rivoluzionato. I nuovi consumatori utilizzano il web per cercare informazioni e documentarsi prima di qualsiasi acquisto. Gran parte di essi, ad esempio, effettua ricerche online dopo avere visto uno Spot in TV.

    Questa attività di approfondimento si inserisce fra lo Stimolo iniziale e il Primo Momento della Verità e viene oggi definita come il Momento Zero della Verità, lo ZMOT (Zero Moment of Truth), un termine introdotto per la prima volta da Google nel 2011.

    Nel caso di acquisti su piattaforme e-commerce, il passaggio tra lo ZMOT e il Primo Momento della Verità può essere addirittura istantaneo.

    Ma cosa avviene quando per l’acquisto del prodotto è necessario rivolgersi a un negozio fisico? Il passaggio tra lo ZMOT e il Primo Momento della Verità si allontana e il consumatore passa molto più tempo a documentarsi online incrociando centinaia di informazioni, con il rischio di aumentare la propria indecisione.

    È proprio durante questa lunga fase di indecisione che le aziende dovrebbero attivarsi e incrociare in modo determinante il proprio cliente. È in questo momento che un brand può diventare vincente.

    Il consumo sarà un processo sempre più consapevole: non è più possibile sottovalutare il fatto di interfacciarsi con interlocutori preparati, perché, documentandosi online, i consumatori accumulano un bagaglio di esperienze su ciò che stanno cercando che è incredibilmente ricco e diversificato rispetto al passato.

    Quali sono quindi le azioni che ogni marca dovrebbe attivare? Trasparenza, Autenticità e Vicinanza sono elementi essenziali. E si devono tradurre in attività di consulenza al consumo sempre più puntuali e dettagliate, veicolate tramite strategie di comunicazione online (dai social ai siti web, dalla marketing automation ai processi di lead generation) ormai imprescindibili per i top brand.

    L’agenzia di comunicazione si posiziona qui, con il proprio lavoro, e questa è una delle sfide più attuali del Marketing, perché in ballo non c’è più solo il lancio di una campagna pubblicitaria memorabile, ma la sopravvivenza o il successo stesso del brand sul proprio mercato.

    di Gianmario Colafati_Chief Operations Officer
  • I dieci digital trend del 2018

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain

    Intelligenza artificiale, approccio data driven, storytelling, content influencer, omnicanalità, realtà virtuale e aumentata, blockchain: sono solo alcune delle buzzword risultate più ricorrenti nel 2017 e di cui sentiremo parlare ancora nei prossimi tre anni.

    Wavemaker, l’agenzia di media, contenuti e tecnologia nata dalla fusione di MEC e Maxus e che fa capo alla holding media GroupM, ha analizzato questo complesso scenario, identificando i trend digitali che definiranno l’agenda del cambiamento dei prossimi anni.

    Così, i dieci Digital Trend per il 2018 sono all’insegna di contaminazione, integrazione e automazione. Contaminazione perché il digital esce dai suoi confini per offrire ai mezzi tradizionali nuove opportunità di contatto. Integrazione perché canali, dati, contenuti e competenze vengono orchestrati con un’unica regia che restituisce sempre una visione coerente della marca. Automazione perché macchine e algoritmi permettono di gestire con efficacia attività sempre più numerose e articolate.

    Leggiamo lo scenario evolutivo alla luce della convergenza sempre più netta tra media, contenuto e tecnologia. I trend digitali vanno compresi e letti assumendo il punto di vista dell’utente e il suo Purchase Journey. Solo in tal senso argomenti di cui tutti parlano come dati, algoritmi, storytelling, omnicanalità rappresentano una reale opportunità per le aziende”, commenta Marco Magnaghi, Chief Digital Officer di Wavemaker.

    E in questa visione si rivelano, comunque, tutti abilitatori di una strategia di contatto costruita attorno al consumatore e, più in generale, alle persone che entrano in contatto con marche, prodotti e servizi attraverso un preciso Purchase Journey che va dalle fasi di contatto iniziale con consumatore (Priming Stage) e stimolo verso la marca (Trigger) alla fase di ricerca di un contatto attivo (Active Stage) e acquisto vero e proprio (Purchase). PRIMING STAGE, allora, significa influenzare il percepito della marca e del prodotto.

    I dieci trend sono suddivisi per fasi, con naturali sovrapposizioni, con due trend trasversali a tutto il percorso di contatto.

    1. DIGITAL BEYOND DIGITAL: Il digitale esce dai suoi confini elettivi e contamina i mezzi tradizionali che reagiscono adattando i contenuti alle caratteristiche delle audience.
    2. AUTOMATED DIGITAL: Il digitale evolve, impara e migliora autonomamente grazie a una maggiore disponibilità di dati e algoritmi più sofisticati.
      In fase TRIGGER, invece, è fondamentale suscitare l’interesse ad approfondire contenuti e offerta.
    3.  SOCIAL CURRENCY: L’engagement sui social è una vera e propria valuta in grado di rafforzare il posizionamento e tradursi in conversioni e vendite.
    4. CONVERSATIONAL APPROACH: I brand si rendono disponibili a conversare senza limitazioni di tempo, spazio… e persone.
      In termini di ACTIVE STAGE, appare utile fornire un’esperienza di contatto memorabile con marca, prodotto, servizi.
    5. TEXT LESS SEARCH: La ricerca avviene sempre di più attraverso voce e immagini e la risposta va oltre il sito canonico, allargandosi ad altri mezzi.
    6. EXTENDED REALITY: L’esperienza visiva si arricchisce grazie alla realtà aumentata e virtuale; gli oggetti si svincolano dallo spazio fisico e creano esperienze immersive.
      In chiave di PURCHASE, assume rilevanza essenziale poter assicurare l’acquisto, in una logica omnicanale.
    7. RECURSIVE PERFORMANCE: Conversioni e vendite derivano da approcci integrati tra canali pubblicitari e programmi di Crm, in una logica di contatto continuo con l’utente-consumatore.
    8. ONLINE TO OFFLINE: Il contatto hyper-local amplifica la rilevanza dei messaggi attraverso la personalizzazione a livello locale, creando traffico in store e convertendolo in vendite.
      Inoltre, spiccano ulteriori TREND COMUNI A TUTTE LE FASI.
    9. CONTENT ORCHESTRATION: I contenuti coinvolgono emotivamente i consumatori se vengono gestiti con una regia unica e assumendo il punto di vista del fruitore finale.
    10. CLEAN AND SAFE DATA: La pubblicità, distribuita sempre più spesso conoscendo le caratteristiche delle audience, deve essere trasparente, affidabile e salvaguardare le informazioni personali degli utenti.
    di Daniele Bologna
  • Fake news: servono buoni giornalisti, ma anche buoni lettori

    Le “fake news” sono l’argomento del momento.

    Le “fake news” sono l’argomento del momento, ma non sono certo un fenomeno nuovo: prima, semplicemente, si chiamavano bufale o leggende metropolitane. Ovviamente non parliamo delle fake news dolose costruite ad arte per danneggiare un avversario di mercato o politico – un tema più ampio, che non riguarda solo l’hi-tech – ma più in generale delle notizie che trasmettono un messaggio errato per ricercare il clamore mediatico o semplicemente per la scarsa preparazione di chi le ha scritte.

    Tutto il sistema del trasferimento delle informazioni da chi le genera a chi le recepisce vive infatti sull’assunto che la “lingua” dei due interlocutori sia la medesima, ovvero che chi legge capisca quello che è stato scritto. Una cosa tutt’altro che scontata, soprattutto in un’era in cui il vero problema, anche più serio delle stesse fake news, sta diventando l’analfabetismo funzionale. Se chi legge capisce altro, possono nascere fake news anche dalle notizie più vere e circostanziate.

    Questa mancata comprensione è ingigantita laddove il tema trattato è complesso, difficile per la maggior parte degli utenti e purtroppo anche per qualche giornalista. In questo gap di competenze prendono vigore notizie scritte bene ma mal comprese e notizie scritte male perché il loro significato è erroneamente inteso dall’autore del pezzo: l’effetto è il medesimo di una fake news dolosa.

    La difficoltà di rendere accessibili ai più i temi complessi diventa una miscela ancor più esplosiva con la frammentazione e la “twitterizzazione” dell’informazione: se si vuole “comprimere” una notizia in pochi caratteri, poco più di un titolo, è evidente che si trasferisce solo una faccia della realtà, probabilmente quella che massimizza l’attenzione del lettore, anche a costo di concentrarsi su un dettaglio, tradendo la vera natura della notizia.

    È chiaro che chi produce l’informazione ha delle responsabilità rilevanti. Anche perché, almeno in Italia, il sistema dell’informazione online è ancorato ai clic come quasi unico indicatore di performance. Chi clicca su una notizia o su un video non lo fa non per il valore che quel contenuto ha in sé (e che non ha ancora letto), ma per il valore del titolo o della foto che lo accompagna. Finché non si affermeranno, oltre al clic, altre metriche per la valutazione della “forza” di un sito, le fake news finalizzate a raccogliere “page view” saranno inevitabilmente sempre più diffuse.

    Ma delle responsabilità le ha anche il lettore, che non dovrebbe fermarsi ai titoli; che non dovrebbe leggere poche righe da cento articoli, ma provare a leggerne interamente dieci; che dovrebbe cercare di memorizzare il nome della testata che gli ha fornito un’informazione valida, mettendolo nei bookmark; che non dovrebbe affidare ai soli motori di ricerca la selezione delle fonti.

    Porgere attenzione alla reputazione di chi dice le cose diventerà vitale per non cascare in tranelli facili. Sempre più il lettore dovrà difendersi scegliendo fonti e autori che ha imparato a conoscere, di cui si fida. Altrimenti le fake news si faranno largo come un coltello caldo nel burro.

    a cura della redazione di RedWave_mag