H2H

Daily Archives

luglio 30, 2019
  • Digitale in Italia, diffusione trainata da video online e social

    Secondo il rapporto Media Consumption Forecasts di Zenith, nel 2019 ogni consumatore del globo trascorrerà una media di 800 ore sul web da mobile. In Italia dominano i video on-demand e la voice search.

    Lo scorso 10 giugno, Zenith ha pubblicato il rapporto internazionale Media Consumption Forecasts. Come accade dalla prima edizione diffusa nel 2015, nel documento vengono presi in analisi i comportamenti dei consumatori di tutto il pianeta nei confronti dei device e dei contenuti mediali. Statistiche e misurazioni specifiche sono state riservate anche al panorama italiano, sensibilmente cambiato rispetto a quanto emerso 12 mesi fa.

    Ma procediamo con ordine. Ciò che principalmente emerge a livello globale è lo tsunami statistico che identifica la fruizione tramite mobile. Zenith prevede infatti che nel 2019 gli utenti dei 5 continenti trascorreranno 800 ore sul web da mobile (su una media consumption complessiva di 8 ore al giorno per individuo). Parafrasando, stiamo parlando di 33 giorni e 8 ore a testa senza soluzione di continuità. Senza dimenticare che gli algoritmi fissano a 930 ore pro capite il limite che si toccherà nel 2021.

    Negli ultimi 4 anni, il tempo medio trascorso da ogni singola persona su device mobile è aumentato del 13% a ogni rilevazione, passando da 80 a 130 minuti al giorno. Le cause di questo incremento sono semplici: maggior disponibilità di smartphone per la popolazione, connessioni rapide, sempre più app da scaricare e migliori performance di visione offerte dagli schermi di ultima generazione.

    Eppure la crescita della fruizione da mobile sta rallentando, nonostante la diffusione di dispositivi mobile anche nelle aree meno abbienti della Terra. Accade quindi che nel 2019 a farla da padrona è ancora la TV: il piccolo schermo sale sul gradino più alto del podio dei mezzi preferiti, con 167 minuti di visualizzazione al giorno a testa. Anche “la regina” TV non ha però ottime previsioni di cui vantarsi: Zenith stima infatti che i minuti di fruizione quotidiani scenderanno a 165 nel 2021.

    E in Italia? Ecco, l’analisi della consumption digitale al di qua delle Alpi parte da alcuni presupposti fondamentali: aumentano anche nel 2019 i device connessi a Internet, lo stile di vita dei consumatori è sempre più flessibile e cresce la quota di contenuti liquidi e indipendenti dalle piattaforme di fruizione.

    Da tutto ciò deriva un incremento del numero medio di device digitali usati. Non sorprende perciò che il mercato mediale tricolore abbia eletto i video on-demand (VOD) ad assoluti protagonisti. Questo trend e le ottime percentuali di tempo di fruizione fatte segnare dai social media consentono alla penetrazione digitale di proseguire ottimamente in Italia: +5,8%, con una reach di 42,5 milioni di utenti unici da mobile nel dicembre 2018.

    Il panorama italiano sta inoltre subendo progressivamente l’influenza della voice search. Home speker e assistenti domestici sono tra i più venduti nei negozi di settori. A tal punto che, a detta di ComScore, nel 2020 il 50% delle ricerche online sarà effettuato tramite voice search.

    Suscita particolare interesse anche l’analisi demografica della media consumption. In primis, i dispositivi mobile trovano un terreno fertile soprattutto tra gli under 44, anche se la fascia 35-44 anni è ancora fortemente attratta dalla radio; gli utenti d’età più avanzata prediligono tuttora la stampa all’online. Proprio la stampa e il cinema stanno scomparendo dalle fruizioni per le fasce di reddito più basse, mentre si conferma il calo degli ascolti TV ad agosto.

    Concludendo con la fruizione digitale, lo smartphone distrugge la concorrenza per la navigazione online, lasciando al desktop le preferenze per gli acquisti online.

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • BOBO SUMMER CUP, QUANDO L’IRRIVERENZA INCONTRA LA SOLIDARIETA’

    La competizione, ricca di ospiti del mondo del calcio e non solo, è ormai giunta alla terza edizione. Si punta al pieno di incassi tramite l’irriverenza, con un unico obiettivo: la beneficenza.

    Un gioco semplice, ma allo stesso tempo potenzialmente spettacolare: ecco la formula vincente del foot-volley, ovvero una pallavolo per calciofili. Le regole sono in sostanza le stesse del volley tradizionale, ad eccezione della norma principale: esattamente come nel calcio, è severamente vietato l’uso delle mani. Si passa così da violente schiacciate “alla Ivan Zaytsev” a rovesciate spettacolari, più in linea con le abilità tecniche dell’organizzatore Christian Vieri e dei suoi compagni.

    L’evento conta un’incredibile mole di sponsorship: da Heineken a Goleador, passando per la Gazzetta dello Sport solo per citarne alcune. I match saranno trasmessi sulle piattaforme Mediaset, trovando spazio anche su SportMediaset, la sezione dell’emittente televisiva dedicata alla sport.

    Ciò che suscita maggiore interesse è però come sia stata creata e gestita questa idea di business, nata dalla mente (e non dai piedi) di uno dei più iconici ex calciatori italiani. Le tre tappe della competizione (nelle città di Jesolo, San Benedetto del Tronto e Riccione) permetteranno di raccogliere incassi da devolvere in beneficenza all’associazione Heal, che si occupa di prevenzione e cura di tumori infantili. Gli introiti saranno garantiti dalle attività rivolte al pubblico presente e dalla messa all’asta delle maglie di alcuni grandi giocatori di Serie A, amici di Vieri: tra questi spiccano i nomi di Cristiano Ronaldo, Nainggolan, Piatek e molti altri.

    Il progetto è stato concepito da Bobo pochi anni fa: mentre si trovava in vacanza a Formentera, non resistiva al desiderio di sfidare chiunque a foot-volley. Ogni giorno non mancava chi volesse provare l’ebrezza di sfidare sulla sabbia l’ex campione di Inter, Lazio, Juve e Milan. Dopo questo inaspettato successo, Vieri ha deciso quindi di cavalcare l’onda, spettacolarizzandola sempre di più: probabilmente tutto ciò è un indizio di come, anche dietro personaggi irriverenti e stravaganti come lui, si possa celare una mente capace di ideare un progetto di valore per definire un nuovo format di business.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • La febbre del selfie

    Location da favola, vite al limite e like come se piovesse… Sì, ma a che prezzo?

    Non c’è più niente di sacro”.

    Con questo payoff, due anni or sono, esordiva su Netflix Suburra, prima produzione italiana del colosso di Los Gatos: un viaggio nei loschi affari di una Roma sconosciuta ai più, dove la sacralità della Città Eterna è costretta a scendere a patti con un mondo d’intrighi, delitti e corruzione.

    Una frase forte per una serie TV, ma quanto mai attuale e provocatoria: nell’era dei social network, è davvero rimasto qualcosa di sacro?

    Qualche settimana fa, a Berlino, camminavo fra i corridoi del Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa; un monumento grave e potente, eppure – complici il primo sole d’estate e l’innegabile teatralità del luogo – uno stuolo di turisti d’assalto ha iniziato a rincorrersi fra una stele e l’altra: pose, urla e scatti, contrapposti alla grigia sobrietà di un’opera tristemente diventata fra le più instagrammabili d’Europa.

    Fra caption fintamente accorate e selfie senza ritegno, la cultura dell’esserci – a scapito del come esserci – prende sempre più piede, svilendo la natura stessa di simboli così importanti per la nostra memoria. Una provocazione raccolta da Shahak Shapira, artista israeliano residente a Berlino, che attraverso il progetto virale Yolocaust ha colpito duramente i visitatori meno attenti: attingendo a decine e decine di foto inopportune sui social di fronte al Memoriale, ne ha calato i protagonisti negli scenari più crudi ed emblematici dell’Olocausto, creando contrapposizioni che suonano come fortissimi pugni allo stomaco.

    Iniziative di questo tipo saranno sufficienti a parlare alle coscienze? Non nella corsa allo scenario di tendenza, una ricerca spasmodica di attenzioni che – nei casi più estremi – può sfociare in pericolo.

    Di solo poche settimane fa è il caso legato a Chernobyl, acclamatissima miniserie HBO e Sky Atlantic che ha messo in luce alcuni dei più oscuri segreti sul disastro nucleare del 1986. Disastro le cui conseguenze si pagano ancora oggi, ma che sembrano non aver destato alcuna preoccupazione nelle centinaia di influencer (o aspiranti tali) che si sono riversate nella cosiddetta zona di alienazione – estremamente radioattiva – per immortalarsi in quei luoghi spettrali e abbandonati.

    E così, senza mai rinunciare alla didascalia d’effetto, ecco gli instagrammer accanto ai simboli della tragedia, a testimonianza di un’isteria collettiva che non può e non deve essere giustificata dal clamore per la serie TV del momento. Uno spirito di emulazione così forte da aver costretto Craig Mazin, il creatore della serie, a intervenire con un tweet che invitava al rispetto per le vittime.

    Altrettanto d’effetto è la notizia che le iper-instagrammate Maldive della Siberia – lago artificiale sottostante la centrale elettrica di Novosibirsk, le cui acque turchesi ricordano da vicino quelle originali – siano in realtà altamente nocive per chiunque ci si immerga: il monito degli addetti ai lavori basterà a fermare i social addicted più ansiosi di fingersi ai Tropici?

    Passare il tempo fra location da urlo, vite da copertina e lusso sfrenato è un sogno comune a tanti, ma è giusto chiedersi se ciò che inseguiamo così voracemente ci restituisca qualcosa, ci dia più valore come essere umani. Vivere fino in fondo le situazioni, invece che subirle in funzione di una miglior visibilità, dovrebbe essere il nostro obiettivo: che la scelta di Instagram di togliere il numero di like sotto i post pubblicati sia una spinta in questa direzione?Quel che è certo è che, per quanto cool, impegnativi o ricercati, non saranno i nostri post a rivelare chi siamo davvero. – Bella questa, quasi quasi ci faccio una story…

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • La casa di carta di Netflix conquista Piazza Affari a Milano

    Lo scorso 18 luglio è andata in scena l’anteprima esclusiva dei primi episodi della terza stagione: la serie spagnola di Netflix si conferma un grande successo di pubblico e critica.

    “Il 18 luglio la banda suonerà l’adunata, rispondete per assistere in anteprima assoluta a La casa di carta: Terza Parte. Più diretta di una telefonata del Professore. Più rumorosa di una risata di Denver. Più sobria dei completi di Nairobi. La chiamata è fissata per le 21.30 in Piazza Affari con la proiezione delle prime due puntate della nuova stagione”.

    Ecco cosa recitava l’invito su Facebook rivolto da Netflix a tutti i fan della fortunata serie “La casa di carta”, rievocandone personaggi e dinamiche tipiche. L’iconica location nel centro di Milano è stata infatti selezionata (insieme a Madrid e Tel Aviv) per ospitare l’anteprima mondiale della terza stagione, anticipando di qualche ora la diffusione delle prime puntate su Netflix (19 luglio).

    La scelta è ricaduta su Piazza Affari anche per la somiglianza degli edifici presenti con la Zecca di Stato spagnola, dove avviene l’ormai celebre rapina al centro della trama. Il luogo della proiezione è stato quindi addobbato con installazioni dedicate alla serie, come la ricostruzione simbolica di un rapinatore in tuta rossa con la maschera di Dalì (proprio accanto al “dito” di Maurizio Cattelan.

    La portata dell’evento è suggerita perfino dai numeri registrati online nei giorni precedenti: ben 4 mila utenti hanno segnalato su Facebook la propria intenzione a partecipare, mentre altri 13 mila si sono dichiarati interessati. Tutto questo clamore sottolinea, sempre che fosse necessario, come “La casa di carta” abbia conquistato una larga fetta degli spettatori italiani.

    Sorprende però la facilità con cui Netflix ha creato una vincente esperienza di fruizione mediale anche al di fuori della sua “comfort zone”, ossia la dimensione online. Il brand ha dato vita a una moderna versione di “cinema all’aperto” offrendo i suoi stessi contenuti: togliere l’accento dalla fruizione casalinga ha permesso l’identificazione (parziale o meno) di una community basata sull’interesse per una serie tv. Tutto ciò, proponendo un’anteprima globale totalmente gratuita.

    Non c’è assoluta certezza, ma Netflix potrebbe aver appena dato una connotazione precisa a un nuovo format di entertainment: un’idea che, al momento, sembra esser nata sotto un’ottima stella. Staremo a vedere (non si sa se in piazza o sul pc)…

    a cura della redazione di redwave_mag
  • Stranger Things ed il movimento marketing del “sottosopra”

    In occasione del lancio della terza stagione della serie targata Netflix, la compagnia leader nel settore dello streaming ha collaborato con numerosi brand

    Nella piccola cittadina di Hawkins, in Indiana, la vita dei locali è sconvolta da presenze paranormali, veri e propri mostri denominati “Demogorgoni” provenienti da un mondo parallelo ricco di oscurità e malvagità chiamato ”Sottosopra”. Questo genere di nomi è un chiaro riferimento al gioco di società Dungeons & dragons, che appassiona il gruppo di protagonisti di questa appassionante storia. Il tema della serie è sicuramente tendente al thriller-horror, ma lascia spazio ad analisi profonde dei personaggi e al glorioso omaggio che viene tributato agli anni ’80.

    In occasione della release della terza stagione, sono numerosi i brand che hanno voluto celebrare il lancio della stessa e, in particolare, la sua ambientazione temporale.

    Questa nuova serie di episodi, a differenza delle precedenti, sarà ambienta nel periodo estivo: H&M ha quindi voluto sfruttare questo particolare lanciando una linea di t-shirt, costumi sgambati fluo e bikini floreali firmate Hawkins Pool, con Dacre Montgomery (Billy, nella serie) come testimonial d’eccezione. Anche Coca-Cola ha omaggiato Stranger Things attraverso una nuova lattina ad hoc, con annesso spot di lancio interpretato dai protagonisti della serie. Lego ha invece sfruttato l’uscita proponendo un vero set completo che ricrea la casa dei Buyers (personaggi primari della serie), con la duplice interpretazione del mondo: quello a noi conosciuto e quello parallelo identificato con il “sottosopra”. Nike ha preferito richiamare gli anni ’80 con la “Nike Stranger Things collection”, rispolverando alcuni modelli particolarmente in voga nel decennio della vittoria mondiali degli azzurri in Spagna e del crollo dell’Unione Sovietica. Polaroid cita la serie tramite i colori blu e rosso, proponendo poi il tema del “sottosopra” con logo e scritte appositamente al rovescio. Burger King, infine, sceglie di dedicare un panino al prodotto Netflix: il burger più conosciuto della catena di fast food (il “whopper”) viene totalmente ribaltato nella versione “upside down”. Una menzione tutta italiana a Stranger Things è però offerta da Zerocalcare, che, su richiesta di Netflix, disegna un’illustrazione per raccontare il settimo episodio della seconda stagione.

    Il movimento di marketing generato dalla serie targata Netflix ha fatto da padrone per i mesi di giugno e luglio. Il 4 luglio si è giunti perciò all’apice dell’hype a tema Stranger Things: l’attesa è ormai terminata, gli anni ‘80 stanno ufficialmente per tornare a ritmo di morsi di burger, sneakers dal gusto vintage o magliette rigorosamente griffate Hawkins Pool.

    a cura della redazione di redwave_mag
  • Social media marketing: possibili scenari

    Da quasi vent’anni abbiamo una relazione con i social media che comporta un utilizzo e un legame più o meno forte. Ma aspettiamoci evoluzioni…

    Alex Packham, in un recente articolo su The Drum, evidenzia quattro punti nodali che potrebbero rappresentare l’evoluzione dei social media nei prossimi anni.

    1. Ci si sposterà dai contenuti dei feed: i messaggi one-to-one potrebbero prendere il sopravvento

    Il feed delle notizie cambierà e diventerà meno centrale.
    Un’evidente tendenza di oggi è quella di utilizzare i social media come piattaforme per rimanere in contatto con gli altri: WhatsApp e Facebook Messenger da soli, in un anno, raccolgono 22 trilioni di messaggi.
    Instagram Stories e Facebook Watch si espanderanno e potrebbero diventare territorio di posizionamenti di advertising.

    2. Gli influencer potrebbero essere un fenomeno che dura nel tempo

    Le attività con gli influencer sono state a volte demonizzate per la pratica di alcuni di loro di acquistare follower: un plan che ha generato pessimi risultati per le aziende che vi avevano investito. Ma la tecnologia avanza insieme alla selezione e oggi è più facile valutare la qualità reale degli influencer.

    I social media arriveranno a un punto di saturazione di advertising e l’unico sbocco forse possibile sarà proprio l’attività di passaparola e supporto che gli influencer potranno garantire verso uno specifico pubblico.

    3. I brand capiranno finalmente l’importanza dei contenuti e della loro coerenza

    I contenuti torneranno a fare la differenza. Le aziende dovranno capire che, per non scomparire, dovranno parlare con i propri clienti attraverso contenuti utili e pertinenti. In caso contrario, le aziende verranno mal viste, con un conseguente impatto sulla propria brand equity difficile da gestire.

    4. Le nicchie torneranno a essere sempre più importanti

    Come funziona un andamento ciclico nel settore mediale? In primis nasce una novità, che successivamente raccoglie masse; queste ultime si organizzano e formano gruppi di interessi comuni, fino a quando i contenuti “main stream” diventano sempre meno interessanti.

    Anche i social media stanno andando incontro a questo trend: i gruppi su Facebook ne sono una prova, l’utilizzo delle app di messaggistica ne sono un’estremizzazione.

    La condivisione di opinioni è più facile all’interno di un gruppo omogeneo per interessi: la singola voce vuole essere ascoltata e, anche per questo motivo, la comunicazione con le aziende dovrà passare per un rapporto uno-a-uno. Si vorrà infatti contattare in maniera istantanea un’azienda attraverso un servizio di messaggistica, percependo questo spazio come protetto.

    Riassumendo, quindi, le aziende dovranno farsi conoscere non solo per i prodotti, ma anche per i contenuti. Tutto ciò avverrà all’interno di uno spazio social sempre più saturo. Le persone cercheranno maggiormente contenuti pertinenti e, per farlo, si affideranno alle nicchie: gli strumenti di messaggistica verranno perciò sfruttati per sviluppare le relazioni all’interno di un perimetro che permette di percepire maggiore sicurezza rispetto alla possibilità di essere esposto al giudizio di grandi masse indifferenziate. Mettersi a disposizione, come aziende, dei propri clienti o utenti attraverso uno spazio di comunicazione one-to-one sarà dunque un fondamentale strumento di relazione.

    di Andrea Casagrande_Head of Digital
  • Gli italiani e i Social Media nel 2019

    Torna l’appuntamento con l’indagine di Blogmeter sulle abitudini d’utilizzo dei social in Italia.

    Quali social network usano gli italiani e perché?

    A rivelarlo è la terza edizione di “Italiani e Social Media”, l’indagine annuale di Blogmeter sulle abitudini d’utilizzo dei social in Italia. Realizzato su un campione di 1.510 persone tra i 15 e i 64 anni iscritte ad almeno un social network, lo studio ha confermato quanto rivelato per la prima volta nel 2018. Ossia, l’esistenza di due tipologie diverse di piattaforme:

    • i cosiddetti “social di cittadinanza”, usati molto frequentemente e che contribuiscono a definire le nostre identità di relazione. Nonostante la presunta fuga di utenti, qui Facebook continua a dominare la classifica: almeno il 91%del campione ha infatti un profilo. Seguono due social visual come YouTube (89%) e Instagram (71%);
    • poi ci sono i “social funzionali”, come Skype o TripAdvisor, utilizzati più saltuariamente e che servono per task specifici. Le piattaforme più in crescita sono appunto TripAdvisor e Messenger, entrambe utilizzate il 4% in più rispetto all’anno scorso.

    Ma quali contenuti apprezzano maggiormente gli italiani? Sono dei “creator” o dei follower? Ecco cose dice Blogmeter:

    • il 43% degli intervistati legge contenuti di altri utenti
    • il 35% scrive post originali e interagisce con altri post
    • il 12% scrive post originali
    • infine, il 10% si limita a commentare post altrui

    A leggere i contenuti realizzati da altri utenti sono soprattutto i giovanissimi: il 69% del totale ha un’età compresa tra i 15 e i 24 anni. La spiegazione di questo fenomeno si evince da uno dei motivi più comuni per cui gli italiani accedono ai social: cercare nuove idee. A questo proposito, YouTube sale al primo posto tra le piattaforme più usate per ricerca d’ispirazione (+4%) e svago (+20%), mentre Facebook rimane il social a cui ci si affida per finalità di informazione, recensioni e condivisione. Cresce ancora Instagram (+11%), che si conferma nel 2019 la piattaforma preferita per seguire influencer e social icon.

    Ma perché gli utenti seguono un influencer? E chi sono i seguaci più accaniti? Anche in questo caso, parliamo di utenti appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, il 23% in più rispetto al totale del campione intervistato. Ma, più in generale, il 31% degli italiani segue una social icon sui social per:

    • affinità di argomenti trattati (70%)
    • simpatia (70%)
    • spontaneità (57%)
    • fiducia (52%)

    Sarà che si tratta proprio di uno degli strumenti più utilizzati dagli influencer per comunicare con le proprie audience, ma per la prima volta Blogmeter evidenzia nel suo rapporto il boom delle stories nel nostro Paese. Dall’indagine emerge infatti che un italiano su 3 preferisce guardare storie anziché leggere un post. La ragione sembra essere che questa tipologia di contenuti risulta più spontanea e consente ai follower di essere sempre aggiornati in tempo reale.

    Come si comportano invece gli utenti nel caso in cui queste stories siano sponsorizzate? Che si tratti di promoted stories, video o caroselli, infatti, cambia la percezione degli utenti rispetto al social advertising. Il 45% degli utenti Facebook ritiene che i post sponsorizzati siano dei suggerimenti interessanti, mentre il 17% addirittura non li nota e su Instagram le percentuali sono molto simili. Diversa invece la situazione su YouTube, dove per il 65% degli utenti le inserzioni video rappresentano delle interruzioni, risultando così fastidiose.

    Nonostante ciò, la ricerca svela come, rispetto al 2018, sia in crescita la percentuale di persone che riconosce l’utilità dei contenuti sponsorizzati: oltre al +19% su Facebook e al +7% su Instagram, persino su YouTube si registra un ottimo +10%.

    di Serena Sansica_Social Team Leader
  • La risposta è “Brand Purpose”

    In uno scenario di rivoluzione nel rapporto fra brand e consumatori, è necessario per le aziende comunicare attraverso il Brand Purpose. Ovvero, parlare attraverso i valori in cui credono.

    Nel corso degli anni, lo sappiamo, il rapporto fra brand e consumatore ha subito una decisa evoluzione. I media e la tecnologia hanno dato a tutti il potere di condividere le proprie opinioni, quasi il brand fosse diventato di proprietà comune. I consumatori sono diventati stakeholder di grande valore, usando il loro potere d’acquisto per prendere posizione.

    La decisione d’acquisto non si basa più solo su prezzo, qualità del prodotto e customer experience. Viene valutato l’impatto del brand sul proprio benessere individuale, ci si aspetta prodotti e promesse significativi. E ancora più rilevante, oggi gli utenti considerano anche cosa un brand comunica, come agisce, quali valori sostiene e in che modo contribuisce a migliorare il mondo.

    Un esempio? Secondo il rapporto “Meaningful brands 2019” di Havas, il 73% degli italiani si aspetta che i brand siano attivamente coinvolti nella soluzione di problemi sociali ed ambientali.

    In un momento caratterizzato dalla lenta scomparsa dei grandi movimenti di opinione, le persone vedono nei brand reali punti di riferimento valoriali: la volontà della platea è di essere coinvolta in una comunicazione trasparente. Una recente ricerca Accenture ha perfino evidenziato come il 62% degli intervistati si aspetti che le aziende prendano posizione su temi attuali come sostenibilità, trasparenza, rapporti con i dipendenti.

    Allinearsi con gli ideali e i valori dei consumatori, quindi, non è più un nice to have per le aziende. Si tratta piuttosto di una grande sfida e, al tempo stesso, di una grande opportunità per emergere in un panorama mediatico sempre più affollato.

    In questo contesto il Brand Purpose costituisce elemento di forte differenziazione, influenzando le decisioni d’acquisto dei consumatori e la competitività dell’azienda. Sempre secondo la sopracitata ricerca firmata da Accenture, alla domanda “Cosa ti spinge ad acquistare un prodotto di una marca rispetto a un’altra, oltre a prezzo e qualità?” le risposte più interessanti sono state:

    – la cultura del brand, nel senso che fa quello che dice e mantiene le promesse (66%);

    – la trasparenza sulle materie prime e sul trattamento dei lavoratori (66%);

    – la volontà di ridurre la plastica e migliorare l’impatto ambientale (62%);

    – i valori etici e la dimostrazione di autenticità nelle sue operazioni di mercato (62%).

    Ma cos’è esattamente il cosiddetto “purpose”?

    È la ragion d’essere, il motivo per cui l’azienda esiste, l’essenza di fondo che rende un brand rilevante e necessario. È il vero motore dell’azienda, che la guida verso ciò in cui crede e per cui è disposta a battersi. È la “scintilla” che può rendere l’azienda unica e che ispirerà il consumatore a connettersi con essa.

    Tutto ciò non ha a che vedere con la vision (il dove si sta andando), la mission (il come arrivarci) o i valori (il come l’azienda si comporta) . Certo, sono tutti elementi collegati. Ma se questi sono i mattoni del brand, il brand purpose sono le fondamenta, ovvero la ragione più alta per cui un’azienda fa ciò che fa.

    Chiarezza, autenticità, trasparenza, empatia, coinvolgimento dei dipendenti e dei consumatori sono ingredienti base per la costruzione di un purposeful brand.

    Basti pensare a realtà consolidate come Dove, Nike, Tesla e Starbucks.

    Addirittura Larry Fink, CEO di Blackrock, nella sua lettera del 2017 a tutti i CEO delle società in cui ha investito, è arrivato a dire che «senza uno scopo, nessuna azienda pubblica o privata, può raggiungere il suo pieno potenziale».

    In questo scenario, solo le aziende che agiscono per qualcosa di più grande rispetto a ciò che vendono, che sanno entrare in sintonia con i valori dei propri clienti e che prendono azioni decisive sui temi sociali, riusciranno a creare una relazione più forte e profonda. Riusciranno a centrare il target comunicando attraverso il purpose, ossia parlando attraverso i valori in cui credono: ecco come può nascere una proficua comunità di stakeholder allineati ai valori più alti che il brand ispira.

    di Monica Magnoni_ Communication & Marketing
  • “Think Mobile!”, dice Google.

    Il colosso mondiale cambia priorità e la affida alla versione mobile dei siti. Dal 1° luglio i nuovi siti dovranno tenerne conto e i vecchi siti, basati sulla versione desktop, dovranno adeguarsi.

    Viviamo in un’era di continua e fluida evoluzione, giusto? Quindi la regola aurea, valida in tutti i contesti, è osservare quello che accade e adeguarsi velocemente. Meglio se prima degli altri.

    Le chiavi di lettura che appartengono al passato prossimo risultano subito inadeguate, posticce. Camaleonticamente ciascuna realtà è chiamata a restare fedele al proprio tempo, pochi sono chiamati ad anticiparlo.

    Chi più di Google poteva fare da apripista? Il colosso californiano ha dalla sua il 74,38% delle ricerche mondiali. Così ha deciso di cambiare, con un annuncio del 4 novembre 2016 che si basa su un’analisi ormai incontrovertibile: la maggioranza delle ricerche sul Search Engine avviene da dispositivi mobili. 

    Dal 1° luglio 2019 parte quindi definitivamente il Mobile-First Index.

    In cosa consiste e come sta cambiando l’approccio al Web Design e alla SEO da parte dei marketers?

    La versione desktop dei siti perde la priorità nell’indicizzazione e ranking e cede il passo alla mobile.

    Questo significa che i crawler di Google analizzeranno e indicizzeranno i contenuti dei nuovi domini scansionandoli sotto quest’ottica. Il principale index diventa quello costituito dal robot mobile. I siti già esistenti dovranno adattarsi per non perdere il posizionamento.

    L’esempio più lampante? A parità di argomenti, i siti desktop che non hanno una mobile version saranno ignorati a favore dei gemelli mobile-friendly.

    Sembra facile, ma in realtà sono più di 200 i fattori che Big G analizza per dare il suo ordine meritocratico.

    Per non perderci nella complessità, andiamo sul concreto focalizzandoci su usabilità e contenuti, strutturati in modo che Googlebot giudichi tutto compatibile con la versione mobile.

    Nuovo sito, nuova vita! Per tutto ciò che è disegnato ex novo il responsive design diventa la soluzione che garantisce l’adattabilità automatica dei contenuti di un sito alla larghezza disponibile (in pixel). Il responsive design consente di avere – e non è poco mettendosi gli occhiali dei crawler di Mountain View – una URL univoca tra versione desktop e mobile, gli stessi contenuti e metadati.

    Non si deve disdegnare però il Dynamic Serving, che – come nel caso del responsive – adatta tutto automaticamente ai pixel del dispositivo e mantiene la stessa URL. Cosa cambia? In questo caso si può differenziare il contenuto tra desktop e mobile per rendere più agevole e leggera la lettura da smartphone, non eliminando ma nascondendo il grosso dei contenuti mobile, accessibili da chi voglia approfondire. Questo permette di evitare scroll infiniti e non creerà problemi di analisi e indicizzazione da parte di uno Smartphone Googlebot.

    In Italia ancora molti siti hanno tuttavia solo una versione desktop o una versione mobile differenziata dalla desktop. I siti che non risultano Mobile-First indexing enabled oggi sono definitivamente penalizzati nella SERP: conviene quindi mettersi all’opera e lavorare su un nuovo sito compatibile con il mobile.

    Per qualsiasi dubbio, meglio affidarsi agli strumenti messi a disposizione dalla Search Console di Google e verificare in tempo reale se gli spider stiano procedendo a una scansione corretta del proprio sito o ci siano problemi di indicizzazione. Anche per i siti più âgé Google continuerà comunque a valutare la readiness (disponibilità) rispetto al Mobile-First Index.

    Sta di fatto che l’indice di Google rimarrà unico, mentre cambierà solo modo di scansionare e indicizzare i contenuti.

    Fissiamo quindi sul calendario il 1° luglio 2019 e il nuovo mantra: “Mobile is king”, mutuando il celebre principio di Bill Gates “Content is king”.

    di Benedetta Mincarini_creative strategist
  • 50 anni fa lo sbarco sulla luna: La celebrazione di Todd Douglas-Miller con un documentario inedito

    Il 20 luglio 1969 l’uomo metteva piede per la prima volta sulla superficie lunare. Dopo 50 anni emergono alcune scene inedite in un documentario del regista Todd Douglas-Miller

    11 mila ore di immagini inedite: è partito da qui il regista statunitense Todd Douglas-Miller per cercare di elogiare e sorprendere attraverso il suo documentario “Apollo 11”, attraverso una profonda analisi e una scelta oculata del nuovo materiale a disposizione.

    L’opera, grazie a una serie di straordinari frammenti rimasterizzati in HD, porterà direttamente gli spettatori nel cuore della missione più celebre della NASA: quella che, per prima, ha portato gli uomini sulla Luna e ha reso eroi per sempre Neil Armstrong e Buzz Aldrin, insieme al pilota del modulo di comando Mike Collins.

    Il trailer del documentario parla della missione come dell’“ultima volta in cui l’umanità è stata una cosa sola”. Per rivivere quelle ore e quei giorni epici che hanno ispirato decine ricostruzioni cinematografiche e sci-fi (nonostante già l’anno precedente debuttasse nei cinema il capolavoro “2001 Odissea nello spazio”), in Italia si dovrà attendere il 9 settembre: l’elenco delle sale che ospiteranno le proiezioni sarà pubblicato a breve su NexoDigital.

    Le recensioni sul lungometraggio di Douglas-Miller non lasciano però dubbi sul fascino che saprà suscitare tra il pubblico. Al Sundance Film Festival 2019, “Apollo 11” si è infatti aggiudicato il Premio Speciale della Giuria Documentari per il Miglior Montaggio. Il motivo è presto detto: l’obiettivo del regista è stato dar forma a un eccezionale lavoro di storytelling, che sapesse distinguersi rispetto alle tradizionali ricostruzioni e svelare dettagli nascosti, andando oltre la mera cronaca della missione.

    In ogni caso, tornando al presente, sembra che oggi gli obiettivi di sviluppo della NASA siano drasticamente cambiati. Se l’agenzia a stelle e strisce non pare più interessata a portare l’uomo tra i crateri lunari, Cina e India hanno invece avviato programmi spaziali di valore assoluto. Le due potenze orientali desiderano esplicitamente essere le eredi di quel sogno spaziale che accumunava tutti gli spettatori del pianeta sintonizzati su radio e tv nel corso del 20 luglio 1969.

    La grande sfida del futuro è portare l’uomo su Marte: non si sa quale agenzia nazionale sia in vantaggio in questo percorso, né tantomeno chi riuscirà a tagliare il traguardo per primo. Ma una certezza già c’è: chiunque vincerà la corsa al pianeta rosso creerà sicuramente le condizioni per far rinascere (anche solo per pochi istanti) un sentimento di comune gioia, entusiasmo e perfino estasi in grado di unire tutti gli abitanti del globo.

    a cura della redazione di redwave_mag