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novembre 20, 2018
  • &THEN 2018, diario di bordo da Las Vegas

    L’MGM Grand Conference Center ha ospitato l’annuale rassegna DMA.

    Dall’8 al 10 ottobre 2018, all’MGM Grand Conference Center di Las Vegas è andata in scena l’annuale edizione di &THEN, il punto di riferimento globale per la data-driven marketing industry. La rassegna, firmata da DMA, ha ospitato i più apprezzati esponenti del settore, offrendo un totale di 485 ore di seminari sulle best practice messe in campo a ogni latitudine: dai nuovi trend per aumentare la customer engagement alle ultime marketing tactics, passando per la realtà virtuale di XRevolution. Ovviamente, non è mancata la presenza della delegazione italiana di DMA, capeggiata dal Presidente Paolo Romiti.

    &THEN 2018 ha posto l’accento su 7 percorsi primari all’interno dell’ecosistema data-driven:

    • Data Inspired Creative
    • Internal Data Strategy
    • Media Automation
    • Blockchian Marketing
    • Personalized Experience
    • Print Innovation Digital Integration
    • Return On Innovation

    Tra questi, ha recitato un ruolo da protagonista la tecnologia blockchain, ormai non più relegata all’ambito della speculazione con cripto-valute. Gli ultimi studi condotti da DMA hanno dimostrato come sempre più marketer la sfruttano per valutare la generazione di lead, raccolti (proprio grazie all’apporto della blockchain) secondo protocolli sicuri e trasparenti anche per i consumer. Nello specifico, la decentralizzazione e la trasparenza insita nella blockchain sintetizzano e migliorano l’interazione tra brand e consumer. Secondo i relatori saliti sul palco di &THEN 2018, la diminuzione degli intermediari e gli smart contract portano quindi a una conseguente diminuzione dei costi aggiuntivi e a un aumento del margine di profitto.

    Il tema della blockchain ha però portato alla luce una diffusa esigenza di nuove regolamentazioni nazionali e internazionali nella data protection. Non sorprende, dunque, che un cospicuo numero di sessioni di &THEN abbiano trattato il tema del GDPR, nonostante riguardi esclusivamente l’ambito europeo. Proprio negli USA sta, infatti, prendendo piede uno stimolante dibattito sulla futura adozione di sistemi normativi analoghi, nonostante l’oggettiva difficoltà nella declinazione di tali cambiamenti in ambito federale. In attesa che a Washington la situazione si sblocchi, la California (storicamente più stringente in ambito privacy) ha perciò deciso di varare a breve una serie di leggi ad hoc sulla base del GDPR del Vecchio continente.

    Tornando alle best practice di settore, &THEN 2018 ha messo sotto i riflettori come online e offline debbano essere complementari per una campagna di successo. Addirittura Fernando Machado, il CMO di Burger King, ha esultato per aver drasticamente diminuito l’investimento media in alcune campagne awareness e tattiche, raggiungendo e superando però i propri KPI: una preventiva e corretta data acquisition e una creatività spiccatamente catchy hanno fomentato un macroscopico buzz intorno alle campaign di Burger King, fino a farle rimbalzare sui tradizionali canali media digitali in maniera praticamente indotta.

    Creatività, dati e tecnologia: ecco la recipe vincente nell’attuale environment data-driven. Un esempio di applicazione? Senza alcun dubbio può esser citata la campagna “SelfieSTIX”, realizzata dall’azienda neozelandese Colenso BBDO per Pedigree e arrivata alla rassegna nel Nevada con i favori dei pronostici. Ai DMA International ECHO Awards, “SelfieSTIX” ha meritato l’ECHO Diamond Award (Best in Show) e monopolizzato i podi di diverse categorie: 4 ori (Integrated Campaign, Consumer Products & Services, Best Use of Immersive Technology e Best Use of Mobile) e un argento (Best Campaign Under $250k).

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Google è il più grande influencer del mondo retail

    Oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali sul loro motore di ricerca e su Google Maps. Numeri da capogiro che rendono Google il più grande "influencer" del mondo retail.

    Si è calcolato che ogni mese oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali su Google e Google Maps. Per capire la portata planetaria del fenomeno basti pensare che il 30% delle ricerche su Google ha ormai un intento locale con una crescita anno su anno nel 2017 di oltre il 50%. Ciò dimostra ancora una volta l’importanza del mondo digitale, e dei motori di ricerca in particolare, nel “drive to store”. In questo contesto giocano un ruolo fondamentale, gli smartphone, ormai parte integrante e irrinunciabile della nostra esistenza, che hanno permesso di connettere ogni persona al mondo circostante, con una ricchezza di informazioni e possibilità di interazione impensabili solo un decennio fa. Queste ricerche locali, inoltre, sono decisive nel marketing funnel del retail.

    • Il 76% delle persone che effettuano una ricerca locale su Google dal loro smartphone visitano il negozio entro un giorno (percentuale che sale all’88% se consideriamo un orizzonte temporale di 7 giorni)
    • Il 28% di queste visite in negozio poi si trasforma in un acquisto.

    Google è dunque il canale che più influenza la visita in negozio, coinvolgendo in particolare persone con un’alta propensione all’acquisto offline. Ciò significa che la presenza locale di un brand su Google ha un impatto diretto e significativo sul fatturato offline dei singoli punti vendita.

    In quest’ambito, Google My Business è sicuramente il posizionamento più importante e strategico su cui è fondamentale concentrarsi a livello locale. Google My Business è la carta d’identità di un’azienda su Google e di conseguenza il primo punto d’accesso degli utenti che cercano attività locali sul motore di ricerca. E’ una scheda che compare tra i risultati di ricerca su Google e Google Maps e che fornisce alcune importanti informazioni aziendali: ragione sociale, indirizzo, mappa, recensioni, orari di apertura, telefono, foto se presenti. È un prodotto che si è arricchito nel tempo di funzionalità che hanno trasformato questa scheda in un avanzato strumento di marketing locale.

    Purtroppo non esiste ancora una consapevolezza diffusa sull’importanza di questo touchpoint locale. Migliaia di schede Google, da quelle di piccoli commercianti a quelle delle grandi catene di negozi, sono spesso non rivendicate o incomplete, senza numeri di telefono, con indirizzi errati, con foto approssimative o centinaia di recensioni a cui nessuno ha dato mai risposta.

    Due persone su tre, che effettuano ricerche online su un negozio fisico, dichiarano di non aver trovato le informazioni che cercavano. Ciò ha generato nel 43% dei casi un senso di frustrazione che ha un impatto negativo sulla reputazione del brand e sul fatturato. Nel 41% dei casi, infatti, questa mancanza di informazioni genera una forte propensione ad acquistare presso un altro negozio.

    Google My Business, a sorpresa, è quindi il posizionamento più influente e decisivo in un contesto locale digitalmente ancora molto arretrato e inconsapevole. Molte aziende dovranno accelerare il passo per colmare questo GAP sfruttando questo strumento che ha un impatto diretto e significativo sulle visite nel punto vendita e sul fatturato.

    di Marco Santini_Digital Performance Strategist
  • La linea sottile fra politica e spettacolo nel tempo dei social

    Immediatezza e contatto diretto, sono queste le chiavi per raggiungere l’elettorato al giorno d’oggi: ecco perché i politici di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso ai social media.

    Ci fu un momento, nei primi anni 2000, in cui il potere aggregante dei social divenne chiaro: una dopo l’altra, la febbre da condivisione iniziò a colpire moltissime star di fama internazionale, che iniziarono a farci entrare nelle loro vite e a mostrarci un lato quotidiano capace di umanizzare anche i più irraggiungibili.

    Una tendenza a cui, per anni, un unico ambito sembrò resistere: la politica. Ancora appannaggio di comunicati ufficiali e media tradizionali, il linguaggio schietto, rapido e raramente sofisticato dei social media poco si prestava a rappresentare l’immagine dei politici, qualsiasi fosse la loro caratura.

    Tutto cambiò con le elezioni americane del 2012, le prime, vere “Social Media Elections” della storia: se già nel 2008 Barack Obama e il suo team erano stati lungimiranti nell’individuare le potenzialità dei social – pur potendo puntare su un bacino di utenti più limitato – nella vittoria del secondo mandato Facebook, Twitter e Instagram giocarono un ruolo cruciale. Proprio quel linguaggio privo di fronzoli contribuì in maniera massiccia ad avvicinare Presidente ed elettori, che si sentirono parte integrante della stessa campagna elettorale.

    Uno scenario quasi futuristico in altre parti del mondo, dove ci si domandava quando e se i social sarebbero riusciti a fare breccia nella roccaforte della politica nazionale: sei anni dopo, la risposta è evidentemente sì.

    Oggi i social network sono il principale mezzo di comunicazione fra politici ed elettorato: se i tweet al vetriolo di Trump – condannati dai detrattori ed elogiati dai sostenitori per la loro disarmante schiettezza – non hanno bisogno di presentazioni, anche da questa parte dell’oceano la nuova classe politica fa dei social uno strumento imprescindibile.

    Il filo conduttore? L’immediatezza. Non è un caso se anche i politici del Bel Paese scelgono di raccontare a tutto tondo le proprie esperienze, dal più ufficiale degli incontri all’endorsement per la serie TV del momento. Un modo di comunicare senza filtri che inevitabilmente avvicina la figura politica alla gente, rendendola più umana, accessibile, decifrabile.

    Il passo da figura istituzionale a web star è quindi brevissimo, al netto di una situazione che più che mai porta a polarizzare l’opinione pubblica fra fermi sostenitori – sarebbe meglio parlare di fan? – e instancabili oppositori – e qui la parola hater non verrebbe usata a sproposito.

    Una rivoluzione totale, motivata da mille ragioni diverse. Innanzitutto i social, oltre a garantire un approccio più diretto, permettono di aggirare i costi non proprio abbordabili di una campagna elettorale tradizionale: basta una buona pianificazione pubblicitaria sulle piattaforme social per arrivare come e dove si vuole. Investire in annunci pubblicitari su YouTube, ad esempio, è assai meno dispendioso che pagare una presenza in TV o in radio.

    Un secondo aspetto è la possibilità di captare e usare a proprio vantaggio l’opinione pubblica su una varietà pressoché infinita di argomenti: ricorrendo ai dati analitici dei canali, è ormai immediato misurare la reazione del pubblico su qualsiasi questione, aggiustando il tiro quando serve con costi limitati e in tempo reale.

    In definitiva, il politico d’oggi e la sua presenza online sottostanno alle stesse logiche di un brand: diventa quindi fondamentale pensare in modo ponderato a ciò che si vuole dire e come, evitando di ritrovarsi in pericoloso effetto boomerang quando un tweet, un post o un’immagine non raggiungono lo scopo desiderato. E di scivoloni social, si sa, ne è pieno l’internet.

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • Il ruolo del testimonial nell’era della trasformazione digitale

    L’utilizzo di un volto noto o la voce di una persona influente è in grado di fare realmente la differenza in pubblicità. Ma nel mondo web e social come funziona esattamente?

    Quando si parla di pubblicità, una delle figure chiave è il testimonial. Da sempre stuoli di top model, attori, artisti e sportivi famosi sono i protagonisti di spot televisivi, apparendo sui cartelloni pubblicitari e sulle pagine di riviste e quotidiani. Oggi, però, il modo di promuovere un prodotto attraverso Internet è molto diverso da quello usato per altri canali. Nell’advertising classico il testimonial che presta viso e voce al prodotto o al servizio da pubblicizzare deve essere un personaggio facilmente riconoscibile. Nel web, invece, pur se il concetto sostanzialmente rimane lo stesso, tutto questo assume forme diverse. Così, se un’azienda vuole avere successo deve andare alla ricerca del personaggio giusto. E quindi esplorare i social per scoprire talenti emergenti, o collaborare con nomi già rilevanti in modo da avere un ritorno immediato e concreto. È dunque necessario possedere l’abilità di selezionare brand partner che aiutino a raccontare storie nuove capaci di coinvolgere la community di riferimento senza sforzo. Ecco perché la figura del testimonial è stata sostituita dal brand ambassador o da quella dell’influencer. Scegliere un influencer – ovvero un individuo capace di avere un impatto rilevante a livello di comunicazione sugli utenti e, quindi, sui brand – negli ultimi tempi è diventata una scelta decisiva per molte aziende che decidono di avviare una campagna di Influencer Marketing. La loro popolarità è talmente ampia che sempre più aziende cercano di acquisire visibilità pagando tali personaggi affinché parlino bene del loro prodotto. L’importante è avere bene in chiaro cosa misurare e quale metro considerare per determinare se una campagna abbia avuto successo, o meno. Le aziende che vogliono investire quest’anno in Influencer Marketing devono allora, innanzitutto, capire bene come integrarlo col Content Marketing, comprendere dove si sta spostando l’attenzione del pubblico verso determinati formati di contenuto, scoprire quali canali stanno presidiando e soprattutto se in quei canali/communities c’è realmente il pubblico target. L’esposizione, unita al consiglio, è il vero strumento che può fare la differenza nella comunicazione web. Con l’esposizione si ha quasi una voce superiore al rumore generato giornalmente nelle varie community e si è in grado di fare ascoltare il proprio messaggio. Grazie al consiglio si determina il giudizio positivo o negativo che andrà a impattare sulle vendite, in quanto, molto spesso, anche il giudizio dell’influencer subisce una sorta di viralizzazione finendo con l’influenzare i giudizi del pubblico. L’Influencer Marketing non deve interessare soltanto i grandi brand, ma anche i piccoli. Là fuori è pieno di influencer di classe A, classe B o classe C, a seconda del loro grado di influenza. Non si devono per forza investire decine di migliaia di euro in campagne di Influencer Marketing. Ogni nicchia di mercato ha ormai influencer che possono diventare soggetti attivi nelle campagne di marketing anche delle piccole imprese. Tutto questo perché siamo esseri sociali, persone cioè che si lasciano influenzare dalla massa, e quando vediamo che già altri hanno fatto una scelta ci lasciamo influenzare. Perché odiamo essere soli nelle scelte e preferiamo fare ciò che gli altri ci dicono di fare.

    Alessandro Borgomaneri_ Senior Copywriter
  • La musica del futuro con l’Intelligenza Artificiale

    Si parla spesso di Intelligenza Artificiale, ma ne conosciamo veramente il potenziale? Ad esempio, sapete che viene spesso usata anche nell’industria creativa e soprattutto nella composizione musicale?

    Tanti ne hanno paura, altri ne sono completamente affascinati, altri ancora sono attratti ma allo stesso tempo la rifiutano. Stiamo parlando dell’Intelligenza Artificiale. È difficile prendere una posizione chiara in merito, soprattutto tenendo conto degli svariati ambiti in cui può essere utilizzata, ma per gli appassionati di tecnologia significa una cosa sola: permettere a uomo e macchine di arrivare lontano e insieme, laddove non riuscirebbero da soli.

    Si parla di Intelligenza Artificiale credendo possa essere praticabile solo in attività manuali dove gli uomini sarebbero facilmente rimpiazzabili o dove sono richiesti calcoli complessi. In realtà, anche l’industria creativa e, in particolare, la composizione musicale, beneficia dei potenziali dell’AI. Due fratelli e ingegneri informatici, Pierre e Vincent Barreau, hanno dato vita a un compositore virtuale di musica classica e sinfonica chiamato Aiva (Artificial Intelligence Virtual Artist), che basandosi sulle partiture dei più grandi compositori – come Mozart, Beethoven e Vivaldi – è in grado di comporre brani originali. Ma non solo. In futuro, questo tipo di tecnologia potrebbe essere applicata persino per il completamento di opere rimaste incompiute, come la Sinfonia n.8 di Schubert.

    Questo software lavora sull’apprendimento approfondito (deep learning) e l’apprendimento automatico (machine learning) insieme all’interazione di molteplici reti neurali artificiali che imitano il funzionamento del cervello umano costruendo gli algoritmi della tecnologia di Aiva. Questi algoritmi analizzano oltre 15mila partizioni musicali digitalizzate dando origine a un nuovo modello matematico e intuitivo di musica che viene usato per scrivere nuove composizioni. Sembra tutto molto tecnologico e “disumanizzato”. Ma non è così. Infatti, per i due fratelli, l’intervento umano rimane l’elemento fondamentale: affidarsi a musicisti professionisti per verificare l’orchestrazione, gli arrangiamenti, la produzione e i parametri di apprendimento dell’algoritmo, rimane un lavoro necessario.

    di Antonella Libera_Digital Strategist
  • Parole O_Stili, la battaglia contro la violenza nelle parole

    Dal 2017, l’associazione no profit diffonde pratiche virtuose di comunicazione sul Web e offline, anche per aziende e mondo della politica. Il segreto? Il “Manifesto della comunicazione non ostile”.

    Fake news, hater e cyberbullismo. Ecco tre termini entrati da anni nel vocabolario comune degli utenti della Rete. Oltre ai tentativi di approccio tramite like, alle insistenti campagne pubblicitarie declinate in post sponsorizzati e agli aforismi filosofici che decorano selfie al mare o foto di gattini, c’è infatti un lato oscuro del Web. Anzi, forse neanche così tanto “oscuro” se si considera che il 91,8% dei giovani italiani crede che l’hate speech abbia conseguenze sulla vita delle persone offese.

    Episodi di violenza virtuale sono sempre più all’ordine del giorno. E la causa del problema va ricercata in una povertà culturale e comportamentale che contraddistingue sempre più coloro che comunicano attraverso pixel.

    Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse norme da parte degli organi legislatori per arginare questi fenomeni. Eppure, l’elevata penetrazione del digitale nella vita quotidiana non permette alle attuali regolamentazioni di spegnere in via definitiva ogni focolaio di maleducazione online.

    Ma andiamo “al sodo”. In questa situazione di oggettiva difficoltà, c’è chi si è ritagliato un ruolo da protagonista a beneficio di quella maxi-community definita dal Web: si tratta di Parole O_Stili.

    L’associazione no profit, nata a Trieste nel 2017, vuole sensibilizzare e educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile. Attraverso il suo “Manifesto della comunicazione non ostile”, oltre 300 professionisti della comunicazione (tra cui insegnanti, influencer, imprenditori e blogger) sottolineano quotidianamente come l’ostilità espressa in Rete abbia conseguenze concrete e permanenti nella vita delle persone. Come? Lavorando nelle scuole e nelle università, collaborando con le imprese e le istituzioni.

    Nel “Manifesto della comunicazione non ostile” si trovano, appunto, i concept fondamentali dell’attività di Parole O_Stili. Dieci regole, quasi dei mantra, tra cui compaiono: “Virtuale è reale”, “Le parole hanno conseguenze”, “Condividere è una responsabilità” e “Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare”. Insomma, il buon senso applicato perfettamente al grande panorama della comunicazione.

    Il Manifesto è stato poi adattato al mondo politico, con la campagna #cambiostile lanciata nel dicembre del 2017. Quasi 250 uomini e donne delle istituzioni (appartenenti ai più diversi partiti e gruppi parlamentari) hanno assunto l’impegno di focalizzare il dibattito politico su contenuti e idee orientati al bene comune: un’applicazione pragmatica del Manifesto sui toni e sullo stile da adottare durante i confronti e i dibattiti con gli avversari. L’impegno dimostrato e i risultati ottenuti dall’associazione le hanno addirittura permesso di ottenere la Medaglia di Rappresentanza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Ma l’uso di un linguaggio aggressivo e irrispettoso contraddistingue spesso anche l’ambito lavorativo, come dichiarato dal 58% dei lavoratori e dirigenti intervistati da Parole O_Stili in una sua ricerca. Durante il secondo evento dell’associazione tenutosi lo scorso 7 giugno, il gruppo triestino ha così presentato un ulteriore riadattamento del Manifesto, dedicandolo all’ecosistema aziendale. Perché, come ha ricordato Maria Cristina Origlia, Managing Editore de Il Sole 24 Ore, nel suo intervento alla rassegna estiva: “Il ruolo sociale delle aziende diventa sempre più importante, in qualità di aggregatori di idee, cittadinanza, valori, facendo cultura nell’intera società”.

    Uno spunto interessante, che richiama uno dei concetti cardine di Parole O_Stili: dove c’è ostilità, non ci può essere una corretta comunicazione; e dove non c’è una corretta comunicazione, non ci possono essere cultura e società.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana? (P.4)

    Se doveste ricercare una competenza chiave per selezionare domani il vostro Marketing Manager, su quale scommettereste?
    Io non ho dubbi: la capacità di saper analizzare i dati e di trasformarli in azioni.

    Se negli articoli pubblicati fino ad oggi abbiamo capito “cosa” dovrebbe fare il marketing manager di una media azienda italiana oggi, in questo mio nuovo intervento ragioneremo su come stanno cambiando, nell’epoca della ormai sempre più attuale “Digital Transformation”, le competenze chiave di questo ruolo.

    Se, infatti, il mercato si è complicato, i clienti sono sempre meno facili da ‘interessare’ e i canali da presidiare cambiano sempre più di frequente le proprie regole del gioco, qual è la competenza essenziale di un moderno responsabile Marketing? Quanto del moderno ‘mix’ di strumenti deve essere disponibile in casa e quanto si può (o si deve) cercare in partner esterni?

    Le risposte a queste domande non sono semplici e dipendono dal tipo di mercato e di organizzazione che si deve gestire.

    Innanzitutto se siamo a capo di un ‘team’ di collaboratori e la struttura Marketing è sufficientemente ‘ampia’, è allora auspicabile che alcuni processi e attività si possano gestire internamente cercando, però, di comprendere con attenzione di che tipo di professionalità si necessita nel team.

    Ecco che le competenze del nostro marketing manager si spostano più verso un ambito gestionale e quest’ultimo dovrà selezionare, o formare, il proprio team dando importanza ad alcune caratteristiche prevalenti nel mercato di oggi: la capacità di ‘data analysis’, il Digital e il dominio della propria customer base con opportuni strumenti di CRM.

    Il marketing non è mai stato, infatti, così “data driven” come oggi e non disporre della capacità di interpretare i dati necessari a posizionare/riposizionare un brand, a profilare una propria base clienti o ad analizzare il ritorno delle varie campagne di marketing, ci metterebbe in estrema difficoltà; se non altro perché, con lo scopo di ottimizzare costi e struttura organizzativa il team marketing sarebbe facilmente ridotto, come mi capita ormai spesso di trovare, ad una mera rappresentanza ‘funzionale’ svuotata di competenze e di ragion d’essere.

    Il Marketing si ridurrebbe così ad una triste appendice di un altro ruolo operativo (es. un area manager, una segreteria di direzione, un Customer Service…) ma senza quella solidità alla base fondamentale per portare valore in azienda.

    Attenzione: se la costruzione in sé di una base dati di confronto e analisi non richiede notevoli sforzi, è la competenza necessaria ad analizzare questi dati e a trasformarli in azioni (strategiche e tattiche) concrete la vera novità che ha rivoluzionato, e arricchito, sensibilmente la funzione.

    Il marketing deve mantenere dei fortissimi punti di contatto con il commerciale, l’IT, il finance o la produzione e il rischio di venire travolti da queste quattro funzioni (che da sempre, a differenza del marketing, vivono e governano dati essenziali per la crescita aziendale come le vendite per il commerciale, l’impiego e il traffico di Megabyte per l’IT, il cash flow per il finance e i trend di produttività per la produzione) è elevato.

    Anche se ci ritrovassimo soli a presidiare un reparto Marketing, avremmo sempre l’opportunità di cercare all’esterno i partner adeguati per supportare i diversi processi (Digital, Inbound, Strategy…) ma a maggior ragione, un fortissimo presidio per giudicare la qualità dei risultati raggiunti e la capacità di saperli indirizzare diventa necessaria.

    In conclusione, indipendentemente dall’organizzazione e dal mercato, se dovete ripensare a questo ruolo, premiate e sviluppate competenze analitiche, di attitudine al problem solving basate sui dati, di saper interpretare un fenomeno descrivendolo però, sempre, in funzione di risultati attesi e di obiettivi.

    Questo è ciò che guida le organizzazioni oggi e il vero Marketing dovrebbe essere, da sempre, la vera guida delle aziende.

    di Andrea Ricotti_ Sales & Marketing Director
  • L’insostenibile leggerezza della Generazione Z

    Dopo Baby Boomers, Generazione X e Millennials è ora il turno della Generazione Z, la più giovane, il futuro, con tante sfumature al suo interno.
    Per i marketers, la nuova tipologia di consumatore da intercettare e incuriosire.

    È la prima generazione successiva all’era Internet.

    Nati tra la seconda metà degli anni 90 e il 2010, vivono immersi nei social media, utilizzano circa cinque dispositivi (rispetto ai tre dei Millennials), conoscono solo lo smartphone e al posto delle parole utilizzano le emoji.

    Sono la Generazione Z, i veri digital native.

    Il mondo digitale è l’habitat naturale di questi giovanissimi trendsetter. È su Internet che costruiscono il proprio spazio sviluppando relazioni e creando micro community private su passioni e interessi.

    E grazie al potere d’acquisto che stanno sempre più acquisendo – anche grazie alla forte influenza che esercitano in ambito familiare – sono oggi il target più ambito da parte di brand e aziende.

    Andare a intercettare questo nuovo bacino di consumatori non è tuttavia così semplice, proprio per i tratti peculiari e più difficilmente inquadrabili che la contraddistinguono.

    Ora più che mai è fondamentale per i marketer conoscere il mondo dei post millennials – molto più consapevoli e pragmatici rispetto ai loro predecessori. Indispensabile conoscere i luoghi virtuali che frequentano e le modalità di comportamento sui social.

    Sì, perché i giovani di questa generazione sono informatissimi, affamati di novità e di imparare da autodidatti; per nulla fedeli ai brand, hanno una soglia di attenzione bassissima (stimata in circa 8 secondi) e si annoiano facilmente. Molti hanno già abbandonato Facebook (ritenuto roba per vecchi) per spostarsi verso Youtube e tutti gli altri i social che vivono di immagini, proprio perché più immediate e più efficaci.

    Desiderano restare anonimi, il che pone per le aziende la necessità di andare a intercettarli sui canali diretti per coinvolgerli ma, nonostante tengano alla privacy, amano lasciare feedback, commenti e recensioni. Nota particolare: si informano sui diversi canali prima di compiere un acquisto ma il 67% di loro fa acquisti nei negozi fisici, per poi documentare sui social il loro shopping.

    Convivono dalla nascita con il bombardamento degli annunci da parte delle aziende ma apprezzano l’interazione con i marchi e sono pronti a sperimentare tutto ciò che questi offrono loro in termini di esperienze originali (anche dal vivo) e in prima persona, purché sia qualcosa che li coinvolga e li faccia sentire parte integrante del brand. Realtà virtuale, video live, video 360, live streaming sono sicuramente mezzi in grado di catturare questa gioventù, puntando sempre su contenuti visual ed effimeri, coinvolgenti, rilevanti e soprattutto brevi.

    I primi ingredienti fondamentali per raggiungere questo target sono quindi: una comunicazione per immagini, immediata (banditi messaggi prolissi) e che alimenti la curiosità; una customizzazione che soddisfi il bisogno di unicità; il coinvolgimento emotivo.

    Il tutto deve avvenire in modo non invasivo, anzi, in maniera naturale. Solo offerte mirate, dimostrando sempre grandissima attenzione ai valori della qualità autentica, della trasparenza e della responsabilità sociale.

    Questo può voler dire per un brand cambiare in toto la propria strategia. Basti pensare a Prada Linea Rossa che con la recente campagna digital SS19 ha dirottato la sua strategia di marketing puntando tutto sulla Generazione Z; oppure Heineken con la birra analcolica 0.0, o ancora la recentissima campagna Samsung per il lancio dei nuovi smartphone Galaxy A, pensati proprio per la Z Gen.

    Il cambiamento di rotta è del resto imprescindibile, posto che questa generazione rappresenta il target che popolerà sempre più il mondo digitale dei prossimi anni.

    Alle aziende la sfida di stare al passo, sapersi innovare, mantenere la freschezza di base per riuscire ad accedere a un’interazione ed essere considerati da questi nuovi spenders. Parola chiave, saper cogliere il loro vero spirito: fare, creare e lasciare il segno.

    di Monica Magnoni_ Communication & Business Development
  • US midterm elections 2018, le più #social di sempre

    Budget per Facebook moltiplicati rispetto al passato. Menlo Park risponde con una “war room”, ricordando il 2016

    Lo scorso 6 novembre, repubblicani e democratici a stelle e strisce hanno incrociato le armi in occasione delle midterm elections 2018. Breve recap politico: il Grand Old Party ha mantenuto il controllo del Senato (51 a 47) e si sono portati a casa 25 governatori, contro i 23 dei democratici. Gli elefantini del hanno invece dovuto digerire una sconfitta alla Camera, dove gli avversari asinelli hanno ottenuto la maggioranza per 231 a 198. Insomma, è andato tutto (o perlomeno molto) secondo le previsioni dei media negli USA: nessun “effetto Trump o Brexit” e tantomeno “tsunami blu”.

    Ciò che però ha colpito maggiormente la stampa dall’altra parte dell’Atlantico è stata l’ingente spesa elettorale dedicata ai canali social. E Facebook ha vinto l’Oscar del protagonista assoluto, nonostante sia facile ricordare l’interrogatorio pubblico che Mark Zuckerberg subì lo scorso aprile a Washington sugli scandali targati (anche) Cambridge Analytica. Tra interventi a favore della tutela della privacy online e accuse di incoerenza e truffa, 55 senatori tennero sotto scacco il SEO di Facebook per 5 ore.

    Sorprende dunque il fatto che due terzi di quegli agguerriti senatori abbiano speso cospicue cifre per le campagne elettorali di midterm proprio sul tanto demonizzato Facebook. In realtà, il fenomeno è diffuso: l’intero ecosistema politico statunitense si è riversato online. Nel 2014, le spese per gli ads sui social da parte di politici e partiti era dell’1% sull’intera spesa pubblicitaria. Le midterm elections 2018 hanno spostato l’asticella al 22% (circa 1,9 miliardi di dollari), secondo l’indipendente Centre for Responsive Politics. E, per completezza, i democratici hanno sborsato il triplo rispetto ai repubblicani.

    Tutto ciò accade nonostante negli ultimi mesi siano aumentate le critiche verso gli algoritmi di Facebook (che, a detta di alcuni sociologi e politologi, aumenterebbero la polarizzazione politica degli utenti) e le presunte influenze firmate da Russia. Influenze che si erano concretizzate sotto forma di fake news e disinformazione su larghissima scala.

    Nonostante questo fattore, Facebook mantiene tuttavia il trono di “re dei social” per gli stakeholder politici. In primis, per l’incredibile platea che racchiude in sé e, in seconda battuta, per la possibilità di avere feedback immediati sulla bontà o meno delle campagne online messe in gioco.

    Come ha risposto Menlo Park a tutta questa pressione? A pochi giorni dall’apertura dei seggi, Facebook ha invitato alcuni giornalisti nel suo HQ californiano per un tour della “war room”. Dedicata alle elezioni di midterm americane e alle presidenziali in Brasile, la “war room” ospita circa 30 esperti delle varie aree dell’azienda: dalla prevenzione contro le minacce alla moderazione delle azioni degli utenti.

    Gli obiettivi primari della “war room”, rispetto alle midterm elections 2018, sono stati essenzialmente tre: scovare ed eliminare i fake accounts, rendere la pubblicità più trasparente e combattere la diffusione di fake news.

    In conclusione, a conti fatti Facebook ha ottenuto ottimi risultati per quanto riguarda il panorama USA. Ciò che preoccupa gli analisti sono però i dati che arrivano dal Brasile: la diffusione di contenuti fake si sta spostando sempre più su WhatsApp (appartenente al gruppo societario di Facebook). Un fenomeno che non ha interessato direttamente gli Stati Uniti, ma che potrebbe far riflettere in vista delle prossime elezioni per il Parlamento Europeo, nel 2019.

    Luca De Marchi_Content & Strategy
  • Il mondo a 10 Gbit al secondo. Parte l’era della quinta generazione

    Il 5G rivoluzionerà profondamente le nostre vite e il mondo che ci circonda. Abbandoniamo tutte le abitudini, perché saremo proiettati alla massima velocità, per una iperconnessione senza precedenti.

    “Velocità, sono pura velocità!”, così Saetta McQueen si dà la carica all’inizio del film “Cars”.

    Ci siamo, manca poco e anche noi ci trasformeremo in pura velocità con l’arrivo del 5G.

    Sembra un potenziamento del 4G, vero? Detto così, il 5G sembra un upgrade. In realtà assisteremo a una vera e propria rivoluzione, capace di modificare geneticamente l’approccio di comunicazione, di connessione tra persone e persone, tra persone e oggetti. Stiamo per vivere una mutazione profonda di abitudini e strumenti a sostegno del quotidiano. Quei momenti in cui si scavalla in una nuova era.

    Ma facciamo un esempio: contate fino a 30… un film di due ore è già scaricato.

    Un altro esempio per scaldarci? Moltiplicate per 1000 il mondo che già conoscete, quello che viaggia alla velocità del 4G. Aggiungete alla vostra simulazione una latenza di appena 4 millisecondi e una stabilità della connessione anche a 500 Km/h. Velocità, siamo pura velocità! Questa sarà la vita della quinta generazione e il futuro è ormai prossimo.

    Nel 2020 partiranno come un razzo le prime cinque città italiane (Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera) e il nostro Paese guiderà la cordata rivoluzionaria. Nel 2019, praticamente domani, usciranno i device che dialogheranno con le infrastrutture del 5G.

    A livello infrastrutturale scompariranno le antenne, lasciando il posto a una rete di celle dislocate in modo capillare su tutto il territorio e onde ad altissima frequenza.

    Ma come la velocità di connessione andrà a modificare sociologicamente (arrivo a dire antropologicamente) il modello finora noto? E cosa cambia realmente nella comunicazione?

    Smart City, Smart Home e Smart Grid avranno finalmente terreno fertile e non rimarranno più allo stadio progettuale o di esperimenti isolati.

    Gli oggetti comunicheranno con le persone. Ciascuno di noi potrà ricevere la delivery del cibo da un drone, monitorare e attivare la domotica della propria casa semplicemente dal proprio smartphone, interagire con robot, godere della guida autonoma, ricevere trattamenti sanitari e interventi chirurgici da remoto e soprattutto essere iperconnesso, ovunque e sempre.

    Il mondo immaginato dalla fantascienza è qui, a portata di touch. Riguarderà non sono Brand avanguardistici e Istituti di ricerca. Impatterà sulla vita reale di ogni singola persona. A simulazioni fatte, sarà la velocità di 2,6 miliardi di utenti entro il 2025.

    Il supporto del 5G non è solo applicabile alla Mobile Technology, ma alla Cybersecurity, al Cloud Computing, alla robotica, all’e-health, alla Virtual e Augmented Reality, per citare solo alcuni dei campi impattati.

    Le macchine comunicheranno con le macchine, in uno scambio virtuoso di dati a velocità interstellare, in cui la mano dell’uomo non entrerà più, non potrà. 50 miliardi di oggetti in dialogo, movimentati da intelligenze da remoto.

    I Big Data saranno analizzati all’istante da algoritmi di Intelligenza Artificiale.

    Gioveranno del 5G le tecnologie RFID – per uno sviluppo della logistica e della distribuzione – e fiorirà come non mai il Cognitive Computing.

    Lunga la lista delle sperimentazioni già in atto, per prepararsi a sgommare come Saetta McQeen alla velocità massima.

    La comunicazione si adeguerà non solo ritmicamente, ma anche per la creazione di contenuti adatti ai nuovi strumenti e per la progettazione di interconnessioni molteplici.

    Tra i 500 miliardi e i 2 trilioni di dollari il peso specifico sull’economia globale.

    Bisogna arrivare pronti e prima degli altri, essere competitivi. In fin dei conti i costruttori, gli operatori e i marketer sono già a lavoro. Sono già Pura veloci!

    di Benedetta Mincarini_ Content Strategist