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novembre 2018
  • “La felicità non è una truffa” H2H produce le “Cooptime stories 2018”, un film in tre episodi firmato dal regista Paolo Genovese con colonna sonora de Lo Stato Sociale

    Coop Italia ha nuovamente affidato ad H2H la realizzazione di una serie di tre corti per raccontare tre valori cardine di Coop.
    La nuova campagna pianificata su La7 e distribuita sul web

     

    Milano – 22 novembre 2018

    Il 22 novembre a Milano il Teatro dell’Arte della Triennale ha ospitato “La felicità non è una truffa”, un film in tre episodi progettati e prodotti da H2H e realizzati da Pupilla Film. Il film è diretto da Paolo Genovese con la colonna sonora de Lo Stato Sociale. L’Anteprima del film ha luogo nella cornice dell’esposizione “Coop_70. Valori in scatola” in programma alla Triennale dal 16 novembre fino al 13 gennaio 2019.

    La felicità non è una truffa è il titolo che interpreta, nel 2018, il format CoopTime Stories nato nel 2017 per raccontare i valori di Coop sui social media e sul web.

    In questa nuova edizione l’agenzia milanese H2H, che anche per il 2018 ha curato le Cooptime Stories, ha progettato con Coop una nuova formula: non più autori e registi emergenti, ma un’unica firma autoriale come quella di Paolo Genovese. La colonna sonora è stata affidata allo Stato Sociale, che per l’occasione ha riarrangiato un brano storico – La felicità non è una truffa – poi diventato anche il titolo del film a episodi.

    Lo Stato Sociale ha spiegato in questi termini il senso del proprio contributo: “‘La felicità non è una truffa’ racconta di come sia importante, nei momenti di tristezza e di nostalgia, ricordare il valore dei momenti felici; è un messaggio cui siamo molto legati ed è bello che dia un titolo a questo lavoro. Ringraziamo Coop per averci dato questa bella possibilità”.

    Nel film, diviso in tre capitoli dedicati ad altrettanti valori – Trasparenza, Sostenibilità e Fiducia – Matteo Branciamore, Luca Angeletti e l’esordiente Chiara Vinci sono i protagonisti di una storia romantica sospesa tra realtà e magia, dove l’incontro tra Marco e Anna diventa l’occasione per ripensare alla fiducia come cardine irrinunciabile di ogni relazione (Video backstage: https://we.tl/t-pcyB9P6SU6).

    “Cosa conta per essere felici? La Sostenibilità e la Trasparenza si fanno storia e rigenerano un senso di fiducia nei protagonisti” – spiega Emanuela De Marchi, Responsabile Area Strategy di H2H – “Rigenerare Fiducia, questo è quanto conta oggi. E’ proprio la sfiducia che si espande a ogni livello. Eppure la cerchiamo continuamente. Questa è una bella storia per ritrovare fiducia nella trasparenza, nella sostenibilità per il Pianeta, nell’affidarsi a qualcuno. Bisogna fidarsi per esistere. Mi fido. Mi affido. La fiducia è relazione”.

    “Oggi le storie sono per pubblici profilati, coinvolti, raggiunti in mobilità” – continua Emanuela De Marchi – “In gioco c’è una relazione differente che si sviluppa nel tempo. D’altronde le aziende stanno diventando media company e confezionano contenuti editoriali di informazione e intrattenimento.

    È un cambio di baricentro. Siamo di fronte a una ibridazione di formati che integra online e offline, e lo storydoing è fondamentale per il business, ma occorre un uso sistemico”.

    Alessandro Serra, Responsabile Comunicazione Coop Italia, ha infine aggiunto: “Oggi quando una persona compra un prodotto e sceglie un marchio non partecipa solo al processo di acquisto ma vive un’esperienza di senso molto più completa e coinvolgente. Il contatto avviene non più solo sul prodotto, ma anche sui valori perché la promessa del Brand è più articolata, investe ambiti etici e stili di vita, tradizione culturale e necessità economiche.

    Ecco perché un racconto come “La felicità non è una truffa”, grazie alla capacità artistica di un regista come Paolo Genovese, ci parla di Coop attraverso l’emozione e quei valori così importanti per noi che sono alla base di tutte le nostre azioni e dei prodotti che facciamo.

    Questo ci interessava: cercare di stabilire un contatto diretto, più empatico, con le persone, che poi sono anche i nostri clienti, che fanno la spesa tutti i giorni e tutti i giorni ci chiedono di rispettare la nostra promessa di trasparenza, di sostenibilità, di sicurezza, di qualità. E ogni giorno ci danno fiducia”.

    La serata è stata presentata da Gino Castaldo, giornalista di La Repubblica esperto di cinema e musica, e Steve Della Casa, voce di Hollywood Party a Rai Radio 3 e ha visto la partecipazione del regista Paolo Genovese e de Lo Stato Sociale, che si è esibito in un concerto al termine della presentazione del progetto.

    Dal 27 novembre gli episodi saranno in onda su La7 nell’ambito della trasmissione “di Martedì” di Giovanni Floris e saranno distribuiti sul web e sui profili social di Coop.

    Credits:

    REGIA
    Paolo Genovese

    CAST
    Matteo Branciamore
    Chiara Vinci
    Luca Angeletti

    FOTOGRAFIA
    Arnaldo Catinari

    MUSICA
    Lo Stato Sociale

    DURATA
    3 episodi di 4 minuti

    PROGETTO E PRODUZIONE
    AGENZIA H2H

    REALIZZAZIONE
    PUPILLA FILM

    DISTRIBUZIONE MEDIA
    PHDMEDIA ITALY

  • H2H a IAB Forum per parlare di ecologia e ambiente

    Si è concluso in questi giorni a Milano IAB Forum, il più importante evento italiano del comparto digitale. Sono stati molti gli argomenti trattati e i workshop proposti sui temi più attuali come il Programmatic, Video, Mobile e Native.

    Anche H2H ha partecipato con un workshop dal titolo “Il racconto di Eco_Logica per Coop”. Sono intervenuti Alessandro Serra, Responsabile Comunicazione di Coop Italia, che ha illustrato l’impegno di Coop a favore dell’ambiente, e Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico, che con la sua rubrica video diffusa sui canali social di Coop, avvicina a temi scientifici complessi un vasto pubblico di consumatori e utenti.

    A rappresentare H2H che ha curato il progetto, Paolo Romiti, Presidente e CEO dell’agenzia, che ha messo in luce l’importanza non solo delle esigenze di mercato ma anche delle persone.

    Ecco un breve estratto del nostro workshop.

  • Rebranding e nuovo approccio per DMA Italia

    Ecco l’intervista che il neo Presidente DMA Italia, Paolo Romiti, ha rilasciato a ADVexpress sulla nuova strategia dell’associazione: allargare la base associativa aprendo anche a web agency, centri media e società di consulenza.

    DMA Italia presenta il rebranding firmato H2H e il nuovo approccio, volto ad aprire l’associazione ad agenzie e centri media. Il presidente Romiti: “Oggi i dati sono centrali per ogni strategia. Puntiamo a 100 soci entro un anno e mezzo”

    Secondo le più recenti stime, in Italia il 75% delle aziende dichiara di conoscere le potenzialità dei Big Data per il marketing e la comunicazione. Eppure:
    •  il 57% di esse non applica soluzioni evolute di data analysis per carenza di risorse economiche;
    •  il 51% afferma di avere scarsa consapevolezza del mezzo;
    •  il 31% ammette di non avere figure formate sul tema.

    In generale, vi è dunque scarsa consapevolezza tra le aziende italiane su un tema di ormai ndiscussa rilevanza strategica per la loro competitività. E, allargando l’orizzonte, per lo sviluppo del Paese. A stimolare la riflessione sul tema è DMA Italia – Data & Marketing Association che oggi, 5 novembre,
    nella cornice di Borsa Italiana a Palazzo Mezzanotte, ha annunciato il suo percorso di rebranding e le attività dell’associazione previste per il 2019.

    “DMA Italia è sempre stata legata al mondo del direct marketing, un settore che ha nel dato un elemento centrale – ha spiegato ad ADVexpress il neo presidente Paolo Romiti, al contempo presidente e Ceo dell’agenzia H2H – . Considerata l’importanza che i dati assumono oggi in ogni strategia di marketing e comunicazione, abbiamo pensato che l’Associazione può cavalcare questo trend aggregando tutti gli interlocutori che si trovano a dover utilizzare i dati”.

    L’obiettivo è dunque allargare la base associativa, aprendo DMA Italia non solo agli operatori più tradizionali come ad esempio gli stampatori, ma anche a web agency, centri media e società di consulenza che offrono servizi di comunicazione digitale. “In un anno e mezzo di mandato punto a raggiungere i 100 soci, partendo dai circa 30 attuali”, ha affermato Romiti.

    La presenza dell’Associazione americana, che sta seguendo anch’essa la medesima strategia, dovrebbe servire a intercettare i trend emergenti per offrire ai soci uno sguardo privilegiato sul settore, inoltre le partnership con operatori e istituzioni permetteranno di garantire nuovi servizi di interesse pratico per gli associati. “Vogliamo essere un punto di riferimento e favorire il dialogo con le imprese, sempre più interessate a un approccio al marketing data-driven”, ha spiegato il manager ad ADVexpress.

    Molti i punti che il presidente Romiti pone all’Ordine del Giorno per il suo mandato:

    •  Favorire una regolamentazione sulla data protection con finalità di marketing e comunicazione
    •  Promuovere la creazione di programmi di formazione e networking per i data driven marketer
    •  Creare opportunità di confronto tra soci e stakeholder
    •  Definire partnership con interlocutori di rilievo, come AssoLombarda e Borsa Italiana
    •  Fare squadra con FEDMA, la più grande rete europea e internazionale di data marketing, e con DMA USA
    •  Promuovere le eccellenze italiane ai DMA Awards, nei contesti internazionali e nella Global DMA
    •  Partecipare ai tavoli di lavoro con il Garante della Privacy e con le Istituzioni per promuovere l’utilizzo sicuro e consapevole dei dati (GDPR)

    Il nuovo volto dell’Associazione si riflette anche in una review integrale del look and feel della comunicazione, che rinnova il suo stile con un tratto più moderno e appealing, mantenendosi al contempo coerente ai valori di semplicità e efficacia.

    Il nuovo logo, studiato da H2H, svolge un ruolo da protagonista. L’acronimo è realizzato con un trattamento che non disegna completamente le lettere, garantendo però un’adeguata leggibilità. L’ambiente digitale è richiamato dallo stile moderno e dalla rivisitazione delle gamme cromatiche precedenti con la tonalità verde e un’affascinante nuance di blu grigio.

    Il nuovo stile, che si rifletterà anche nel sito, richiama tutti i valori fondamentali dell’associazione, che si propone come l’unico ambiente istituzionale in Italia che studia l’emergente economia del dato e i suoi impatti sul mercato della comunicazione.

    Nel 2019 DMA Italia continuerà a posizionarsi come riferimento per monitorare e sostenere gli standard per un marketing responsabile, luogo dove studiare le tecnologie che abilitano la costruzione di campagne di comunicazione data-driven e spazio di confronto internazionale. A livello europeo grazie all’adesione a FEDMA, la federazione Europea delle DMA, che sta completando la redazione di un Codice di Condotta europeo in coerenza con l’art. 40 del GDPR ed in coordinamento con le prescrizioni del EDPB (European Data Protection Board); a livello mondiale sia mondiale grazie alla partecipazione alla Global DMA.

    Il 2019 sarà anche l’anno di una edizione rinnovata dei DMA Awards Italia. Dopo due anni consecutivi nei quali le campagne vincitrici in Italia hanno conquistato un metallo ai prestigiosi ECHO Awards della DMA americana, per la Giuria del premio nazionale assumeranno un ruolo ancor più prioritario l’innovazione tecnologica all’interno dei progetti presentati dai candidati e l’analisi di nuovi sistemi crossmediali per la data acquisition.

    Infine l’associazione promette nuove opportunità di business, grazie alla creazione di partnership importanti. La prima allo studio è quella che porterà a un accordo di collaborazione con ELITE, la piattaforma di supporto alla crescita e raccolta di capitali di Borsa Italiana, parte del London Stock Exchange Group.

    Il rilancio dell’Associazione conta anche sul fatto che le aziende, pur ritenendo fondamentale la gestione del dato, hanno bisogno di avvalersi di professionisti esperti perché non sono ancora in grado di pradroneggiare l’argomento e potrebbero dunque trovare in DMA Italia un interlocutore autorevole e un bacino dove identificare le strutture più adatte a supportarle nelle attività di marketing data-driven.

    Basti pensare che all’evento &THEN 2018, la più grande rassegna internazionale di Data Driven Marketing (tenutasi quest’anno a Las Vegas dal 7 al 9 ottobre) è emerso che solo il 15,3% dei marketer si considera in grado di identificare con chiarezza il proprio target e raggiungere con precisione i propri addressable customer. Dunque gli stessi esperti valutano l’84,7% delle loro attività di comunicazione come non esattamente targettizzate. Con evidenti conseguenze sul ROI. Eppure, i dati confermano che il 40% del successo di un progetto di comunicazione è necessariamente legato al possesso di una right list.
    Ma quali sono le maggiori difficoltà che impediscono alle aziende di identificare il proprio target con precisione?
    Secondo i marketer che hanno partecipato a &THEN 2018:
    •  nel 26,3% dei casi, è difficile estrarre dati dai walled gardens (Facebook, Google, Amazon, …);
    •  nel 25,4% dei casi, manca un’adeguata pianificazione da parte del senior management;
    •  nel 24,6% dei casi, non si ha una chiara idea del potenziale ROI.

    Non sorprende, dunque, che ben il 47% delle società intervistate da DMA si dichiari disposto a aumentare considerevolmente nel 2019 i propri investimenti in marketing-related identity solutions.

  • &THEN 2018, diario di bordo da Las Vegas

    L’MGM Grand Conference Center ha ospitato l’annuale rassegna DMA.

    Dall’8 al 10 ottobre 2018, all’MGM Grand Conference Center di Las Vegas è andata in scena l’annuale edizione di &THEN, il punto di riferimento globale per la data-driven marketing industry. La rassegna, firmata da DMA, ha ospitato i più apprezzati esponenti del settore, offrendo un totale di 485 ore di seminari sulle best practice messe in campo a ogni latitudine: dai nuovi trend per aumentare la customer engagement alle ultime marketing tactics, passando per la realtà virtuale di XRevolution. Ovviamente, non è mancata la presenza della delegazione italiana di DMA, capeggiata dal Presidente Paolo Romiti.

    &THEN 2018 ha posto l’accento su 7 percorsi primari all’interno dell’ecosistema data-driven:

    • Data Inspired Creative
    • Internal Data Strategy
    • Media Automation
    • Blockchian Marketing
    • Personalized Experience
    • Print Innovation Digital Integration
    • Return On Innovation

    Tra questi, ha recitato un ruolo da protagonista la tecnologia blockchain, ormai non più relegata all’ambito della speculazione con cripto-valute. Gli ultimi studi condotti da DMA hanno dimostrato come sempre più marketer la sfruttano per valutare la generazione di lead, raccolti (proprio grazie all’apporto della blockchain) secondo protocolli sicuri e trasparenti anche per i consumer. Nello specifico, la decentralizzazione e la trasparenza insita nella blockchain sintetizzano e migliorano l’interazione tra brand e consumer. Secondo i relatori saliti sul palco di &THEN 2018, la diminuzione degli intermediari e gli smart contract portano quindi a una conseguente diminuzione dei costi aggiuntivi e a un aumento del margine di profitto.

    Il tema della blockchain ha però portato alla luce una diffusa esigenza di nuove regolamentazioni nazionali e internazionali nella data protection. Non sorprende, dunque, che un cospicuo numero di sessioni di &THEN abbiano trattato il tema del GDPR, nonostante riguardi esclusivamente l’ambito europeo. Proprio negli USA sta, infatti, prendendo piede uno stimolante dibattito sulla futura adozione di sistemi normativi analoghi, nonostante l’oggettiva difficoltà nella declinazione di tali cambiamenti in ambito federale. In attesa che a Washington la situazione si sblocchi, la California (storicamente più stringente in ambito privacy) ha perciò deciso di varare a breve una serie di leggi ad hoc sulla base del GDPR del Vecchio continente.

    Tornando alle best practice di settore, &THEN 2018 ha messo sotto i riflettori come online e offline debbano essere complementari per una campagna di successo. Addirittura Fernando Machado, il CMO di Burger King, ha esultato per aver drasticamente diminuito l’investimento media in alcune campagne awareness e tattiche, raggiungendo e superando però i propri KPI: una preventiva e corretta data acquisition e una creatività spiccatamente catchy hanno fomentato un macroscopico buzz intorno alle campaign di Burger King, fino a farle rimbalzare sui tradizionali canali media digitali in maniera praticamente indotta.

    Creatività, dati e tecnologia: ecco la recipe vincente nell’attuale environment data-driven. Un esempio di applicazione? Senza alcun dubbio può esser citata la campagna “SelfieSTIX”, realizzata dall’azienda neozelandese Colenso BBDO per Pedigree e arrivata alla rassegna nel Nevada con i favori dei pronostici. Ai DMA International ECHO Awards, “SelfieSTIX” ha meritato l’ECHO Diamond Award (Best in Show) e monopolizzato i podi di diverse categorie: 4 ori (Integrated Campaign, Consumer Products & Services, Best Use of Immersive Technology e Best Use of Mobile) e un argento (Best Campaign Under $250k).

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Google è il più grande influencer del mondo retail

    Oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali sul loro motore di ricerca e su Google Maps. Numeri da capogiro che rendono Google il più grande "influencer" del mondo retail.

    Si è calcolato che ogni mese oltre 1,5 miliardi di visite fisiche ad una destinazione sono generate da ricerche locali su Google e Google Maps. Per capire la portata planetaria del fenomeno basti pensare che il 30% delle ricerche su Google ha ormai un intento locale con una crescita anno su anno nel 2017 di oltre il 50%. Ciò dimostra ancora una volta l’importanza del mondo digitale, e dei motori di ricerca in particolare, nel “drive to store”. In questo contesto giocano un ruolo fondamentale, gli smartphone, ormai parte integrante e irrinunciabile della nostra esistenza, che hanno permesso di connettere ogni persona al mondo circostante, con una ricchezza di informazioni e possibilità di interazione impensabili solo un decennio fa. Queste ricerche locali, inoltre, sono decisive nel marketing funnel del retail.

    • Il 76% delle persone che effettuano una ricerca locale su Google dal loro smartphone visitano il negozio entro un giorno (percentuale che sale all’88% se consideriamo un orizzonte temporale di 7 giorni)
    • Il 28% di queste visite in negozio poi si trasforma in un acquisto.

    Google è dunque il canale che più influenza la visita in negozio, coinvolgendo in particolare persone con un’alta propensione all’acquisto offline. Ciò significa che la presenza locale di un brand su Google ha un impatto diretto e significativo sul fatturato offline dei singoli punti vendita.

    In quest’ambito, Google My Business è sicuramente il posizionamento più importante e strategico su cui è fondamentale concentrarsi a livello locale. Google My Business è la carta d’identità di un’azienda su Google e di conseguenza il primo punto d’accesso degli utenti che cercano attività locali sul motore di ricerca. E’ una scheda che compare tra i risultati di ricerca su Google e Google Maps e che fornisce alcune importanti informazioni aziendali: ragione sociale, indirizzo, mappa, recensioni, orari di apertura, telefono, foto se presenti. È un prodotto che si è arricchito nel tempo di funzionalità che hanno trasformato questa scheda in un avanzato strumento di marketing locale.

    Purtroppo non esiste ancora una consapevolezza diffusa sull’importanza di questo touchpoint locale. Migliaia di schede Google, da quelle di piccoli commercianti a quelle delle grandi catene di negozi, sono spesso non rivendicate o incomplete, senza numeri di telefono, con indirizzi errati, con foto approssimative o centinaia di recensioni a cui nessuno ha dato mai risposta.

    Due persone su tre, che effettuano ricerche online su un negozio fisico, dichiarano di non aver trovato le informazioni che cercavano. Ciò ha generato nel 43% dei casi un senso di frustrazione che ha un impatto negativo sulla reputazione del brand e sul fatturato. Nel 41% dei casi, infatti, questa mancanza di informazioni genera una forte propensione ad acquistare presso un altro negozio.

    Google My Business, a sorpresa, è quindi il posizionamento più influente e decisivo in un contesto locale digitalmente ancora molto arretrato e inconsapevole. Molte aziende dovranno accelerare il passo per colmare questo GAP sfruttando questo strumento che ha un impatto diretto e significativo sulle visite nel punto vendita e sul fatturato.

    di Marco Santini_Digital Performance Strategist
  • La linea sottile fra politica e spettacolo nel tempo dei social

    Immediatezza e contatto diretto, sono queste le chiavi per raggiungere l’elettorato al giorno d’oggi: ecco perché i politici di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso ai social media.

    Ci fu un momento, nei primi anni 2000, in cui il potere aggregante dei social divenne chiaro: una dopo l’altra, la febbre da condivisione iniziò a colpire moltissime star di fama internazionale, che iniziarono a farci entrare nelle loro vite e a mostrarci un lato quotidiano capace di umanizzare anche i più irraggiungibili.

    Una tendenza a cui, per anni, un unico ambito sembrò resistere: la politica. Ancora appannaggio di comunicati ufficiali e media tradizionali, il linguaggio schietto, rapido e raramente sofisticato dei social media poco si prestava a rappresentare l’immagine dei politici, qualsiasi fosse la loro caratura.

    Tutto cambiò con le elezioni americane del 2012, le prime, vere “Social Media Elections” della storia: se già nel 2008 Barack Obama e il suo team erano stati lungimiranti nell’individuare le potenzialità dei social – pur potendo puntare su un bacino di utenti più limitato – nella vittoria del secondo mandato Facebook, Twitter e Instagram giocarono un ruolo cruciale. Proprio quel linguaggio privo di fronzoli contribuì in maniera massiccia ad avvicinare Presidente ed elettori, che si sentirono parte integrante della stessa campagna elettorale.

    Uno scenario quasi futuristico in altre parti del mondo, dove ci si domandava quando e se i social sarebbero riusciti a fare breccia nella roccaforte della politica nazionale: sei anni dopo, la risposta è evidentemente sì.

    Oggi i social network sono il principale mezzo di comunicazione fra politici ed elettorato: se i tweet al vetriolo di Trump – condannati dai detrattori ed elogiati dai sostenitori per la loro disarmante schiettezza – non hanno bisogno di presentazioni, anche da questa parte dell’oceano la nuova classe politica fa dei social uno strumento imprescindibile.

    Il filo conduttore? L’immediatezza. Non è un caso se anche i politici del Bel Paese scelgono di raccontare a tutto tondo le proprie esperienze, dal più ufficiale degli incontri all’endorsement per la serie TV del momento. Un modo di comunicare senza filtri che inevitabilmente avvicina la figura politica alla gente, rendendola più umana, accessibile, decifrabile.

    Il passo da figura istituzionale a web star è quindi brevissimo, al netto di una situazione che più che mai porta a polarizzare l’opinione pubblica fra fermi sostenitori – sarebbe meglio parlare di fan? – e instancabili oppositori – e qui la parola hater non verrebbe usata a sproposito.

    Una rivoluzione totale, motivata da mille ragioni diverse. Innanzitutto i social, oltre a garantire un approccio più diretto, permettono di aggirare i costi non proprio abbordabili di una campagna elettorale tradizionale: basta una buona pianificazione pubblicitaria sulle piattaforme social per arrivare come e dove si vuole. Investire in annunci pubblicitari su YouTube, ad esempio, è assai meno dispendioso che pagare una presenza in TV o in radio.

    Un secondo aspetto è la possibilità di captare e usare a proprio vantaggio l’opinione pubblica su una varietà pressoché infinita di argomenti: ricorrendo ai dati analitici dei canali, è ormai immediato misurare la reazione del pubblico su qualsiasi questione, aggiustando il tiro quando serve con costi limitati e in tempo reale.

    In definitiva, il politico d’oggi e la sua presenza online sottostanno alle stesse logiche di un brand: diventa quindi fondamentale pensare in modo ponderato a ciò che si vuole dire e come, evitando di ritrovarsi in pericoloso effetto boomerang quando un tweet, un post o un’immagine non raggiungono lo scopo desiderato. E di scivoloni social, si sa, ne è pieno l’internet.

    di Irene Geronimi_Digital Content
  • Il ruolo del testimonial nell’era della trasformazione digitale

    L’utilizzo di un volto noto o la voce di una persona influente è in grado di fare realmente la differenza in pubblicità. Ma nel mondo web e social come funziona esattamente?

    Quando si parla di pubblicità, una delle figure chiave è il testimonial. Da sempre stuoli di top model, attori, artisti e sportivi famosi sono i protagonisti di spot televisivi, apparendo sui cartelloni pubblicitari e sulle pagine di riviste e quotidiani. Oggi, però, il modo di promuovere un prodotto attraverso Internet è molto diverso da quello usato per altri canali. Nell’advertising classico il testimonial che presta viso e voce al prodotto o al servizio da pubblicizzare deve essere un personaggio facilmente riconoscibile. Nel web, invece, pur se il concetto sostanzialmente rimane lo stesso, tutto questo assume forme diverse. Così, se un’azienda vuole avere successo deve andare alla ricerca del personaggio giusto. E quindi esplorare i social per scoprire talenti emergenti, o collaborare con nomi già rilevanti in modo da avere un ritorno immediato e concreto. È dunque necessario possedere l’abilità di selezionare brand partner che aiutino a raccontare storie nuove capaci di coinvolgere la community di riferimento senza sforzo. Ecco perché la figura del testimonial è stata sostituita dal brand ambassador o da quella dell’influencer. Scegliere un influencer – ovvero un individuo capace di avere un impatto rilevante a livello di comunicazione sugli utenti e, quindi, sui brand – negli ultimi tempi è diventata una scelta decisiva per molte aziende che decidono di avviare una campagna di Influencer Marketing. La loro popolarità è talmente ampia che sempre più aziende cercano di acquisire visibilità pagando tali personaggi affinché parlino bene del loro prodotto. L’importante è avere bene in chiaro cosa misurare e quale metro considerare per determinare se una campagna abbia avuto successo, o meno. Le aziende che vogliono investire quest’anno in Influencer Marketing devono allora, innanzitutto, capire bene come integrarlo col Content Marketing, comprendere dove si sta spostando l’attenzione del pubblico verso determinati formati di contenuto, scoprire quali canali stanno presidiando e soprattutto se in quei canali/communities c’è realmente il pubblico target. L’esposizione, unita al consiglio, è il vero strumento che può fare la differenza nella comunicazione web. Con l’esposizione si ha quasi una voce superiore al rumore generato giornalmente nelle varie community e si è in grado di fare ascoltare il proprio messaggio. Grazie al consiglio si determina il giudizio positivo o negativo che andrà a impattare sulle vendite, in quanto, molto spesso, anche il giudizio dell’influencer subisce una sorta di viralizzazione finendo con l’influenzare i giudizi del pubblico. L’Influencer Marketing non deve interessare soltanto i grandi brand, ma anche i piccoli. Là fuori è pieno di influencer di classe A, classe B o classe C, a seconda del loro grado di influenza. Non si devono per forza investire decine di migliaia di euro in campagne di Influencer Marketing. Ogni nicchia di mercato ha ormai influencer che possono diventare soggetti attivi nelle campagne di marketing anche delle piccole imprese. Tutto questo perché siamo esseri sociali, persone cioè che si lasciano influenzare dalla massa, e quando vediamo che già altri hanno fatto una scelta ci lasciamo influenzare. Perché odiamo essere soli nelle scelte e preferiamo fare ciò che gli altri ci dicono di fare.

    Alessandro Borgomaneri_ Senior Copywriter
  • La musica del futuro con l’Intelligenza Artificiale

    Si parla spesso di Intelligenza Artificiale, ma ne conosciamo veramente il potenziale? Ad esempio, sapete che viene spesso usata anche nell’industria creativa e soprattutto nella composizione musicale?

    Tanti ne hanno paura, altri ne sono completamente affascinati, altri ancora sono attratti ma allo stesso tempo la rifiutano. Stiamo parlando dell’Intelligenza Artificiale. È difficile prendere una posizione chiara in merito, soprattutto tenendo conto degli svariati ambiti in cui può essere utilizzata, ma per gli appassionati di tecnologia significa una cosa sola: permettere a uomo e macchine di arrivare lontano e insieme, laddove non riuscirebbero da soli.

    Si parla di Intelligenza Artificiale credendo possa essere praticabile solo in attività manuali dove gli uomini sarebbero facilmente rimpiazzabili o dove sono richiesti calcoli complessi. In realtà, anche l’industria creativa e, in particolare, la composizione musicale, beneficia dei potenziali dell’AI. Due fratelli e ingegneri informatici, Pierre e Vincent Barreau, hanno dato vita a un compositore virtuale di musica classica e sinfonica chiamato Aiva (Artificial Intelligence Virtual Artist), che basandosi sulle partiture dei più grandi compositori – come Mozart, Beethoven e Vivaldi – è in grado di comporre brani originali. Ma non solo. In futuro, questo tipo di tecnologia potrebbe essere applicata persino per il completamento di opere rimaste incompiute, come la Sinfonia n.8 di Schubert.

    Questo software lavora sull’apprendimento approfondito (deep learning) e l’apprendimento automatico (machine learning) insieme all’interazione di molteplici reti neurali artificiali che imitano il funzionamento del cervello umano costruendo gli algoritmi della tecnologia di Aiva. Questi algoritmi analizzano oltre 15mila partizioni musicali digitalizzate dando origine a un nuovo modello matematico e intuitivo di musica che viene usato per scrivere nuove composizioni. Sembra tutto molto tecnologico e “disumanizzato”. Ma non è così. Infatti, per i due fratelli, l’intervento umano rimane l’elemento fondamentale: affidarsi a musicisti professionisti per verificare l’orchestrazione, gli arrangiamenti, la produzione e i parametri di apprendimento dell’algoritmo, rimane un lavoro necessario.

    di Antonella Libera_Digital Strategist
  • Parole O_Stili, la battaglia contro la violenza nelle parole

    Dal 2017, l’associazione no profit diffonde pratiche virtuose di comunicazione sul Web e offline, anche per aziende e mondo della politica. Il segreto? Il “Manifesto della comunicazione non ostile”.

    Fake news, hater e cyberbullismo. Ecco tre termini entrati da anni nel vocabolario comune degli utenti della Rete. Oltre ai tentativi di approccio tramite like, alle insistenti campagne pubblicitarie declinate in post sponsorizzati e agli aforismi filosofici che decorano selfie al mare o foto di gattini, c’è infatti un lato oscuro del Web. Anzi, forse neanche così tanto “oscuro” se si considera che il 91,8% dei giovani italiani crede che l’hate speech abbia conseguenze sulla vita delle persone offese.

    Episodi di violenza virtuale sono sempre più all’ordine del giorno. E la causa del problema va ricercata in una povertà culturale e comportamentale che contraddistingue sempre più coloro che comunicano attraverso pixel.

    Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse norme da parte degli organi legislatori per arginare questi fenomeni. Eppure, l’elevata penetrazione del digitale nella vita quotidiana non permette alle attuali regolamentazioni di spegnere in via definitiva ogni focolaio di maleducazione online.

    Ma andiamo “al sodo”. In questa situazione di oggettiva difficoltà, c’è chi si è ritagliato un ruolo da protagonista a beneficio di quella maxi-community definita dal Web: si tratta di Parole O_Stili.

    L’associazione no profit, nata a Trieste nel 2017, vuole sensibilizzare e educare gli utenti della Rete a praticare forme di comunicazione non ostile. Attraverso il suo “Manifesto della comunicazione non ostile”, oltre 300 professionisti della comunicazione (tra cui insegnanti, influencer, imprenditori e blogger) sottolineano quotidianamente come l’ostilità espressa in Rete abbia conseguenze concrete e permanenti nella vita delle persone. Come? Lavorando nelle scuole e nelle università, collaborando con le imprese e le istituzioni.

    Nel “Manifesto della comunicazione non ostile” si trovano, appunto, i concept fondamentali dell’attività di Parole O_Stili. Dieci regole, quasi dei mantra, tra cui compaiono: “Virtuale è reale”, “Le parole hanno conseguenze”, “Condividere è una responsabilità” e “Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare”. Insomma, il buon senso applicato perfettamente al grande panorama della comunicazione.

    Il Manifesto è stato poi adattato al mondo politico, con la campagna #cambiostile lanciata nel dicembre del 2017. Quasi 250 uomini e donne delle istituzioni (appartenenti ai più diversi partiti e gruppi parlamentari) hanno assunto l’impegno di focalizzare il dibattito politico su contenuti e idee orientati al bene comune: un’applicazione pragmatica del Manifesto sui toni e sullo stile da adottare durante i confronti e i dibattiti con gli avversari. L’impegno dimostrato e i risultati ottenuti dall’associazione le hanno addirittura permesso di ottenere la Medaglia di Rappresentanza dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Ma l’uso di un linguaggio aggressivo e irrispettoso contraddistingue spesso anche l’ambito lavorativo, come dichiarato dal 58% dei lavoratori e dirigenti intervistati da Parole O_Stili in una sua ricerca. Durante il secondo evento dell’associazione tenutosi lo scorso 7 giugno, il gruppo triestino ha così presentato un ulteriore riadattamento del Manifesto, dedicandolo all’ecosistema aziendale. Perché, come ha ricordato Maria Cristina Origlia, Managing Editore de Il Sole 24 Ore, nel suo intervento alla rassegna estiva: “Il ruolo sociale delle aziende diventa sempre più importante, in qualità di aggregatori di idee, cittadinanza, valori, facendo cultura nell’intera società”.

    Uno spunto interessante, che richiama uno dei concetti cardine di Parole O_Stili: dove c’è ostilità, non ci può essere una corretta comunicazione; e dove non c’è una corretta comunicazione, non ci possono essere cultura e società.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana? (P.4)

    Se doveste ricercare una competenza chiave per selezionare domani il vostro Marketing Manager, su quale scommettereste?
    Io non ho dubbi: la capacità di saper analizzare i dati e di trasformarli in azioni.

    Se negli articoli pubblicati fino ad oggi abbiamo capito “cosa” dovrebbe fare il marketing manager di una media azienda italiana oggi, in questo mio nuovo intervento ragioneremo su come stanno cambiando, nell’epoca della ormai sempre più attuale “Digital Transformation”, le competenze chiave di questo ruolo.

    Se, infatti, il mercato si è complicato, i clienti sono sempre meno facili da ‘interessare’ e i canali da presidiare cambiano sempre più di frequente le proprie regole del gioco, qual è la competenza essenziale di un moderno responsabile Marketing? Quanto del moderno ‘mix’ di strumenti deve essere disponibile in casa e quanto si può (o si deve) cercare in partner esterni?

    Le risposte a queste domande non sono semplici e dipendono dal tipo di mercato e di organizzazione che si deve gestire.

    Innanzitutto se siamo a capo di un ‘team’ di collaboratori e la struttura Marketing è sufficientemente ‘ampia’, è allora auspicabile che alcuni processi e attività si possano gestire internamente cercando, però, di comprendere con attenzione di che tipo di professionalità si necessita nel team.

    Ecco che le competenze del nostro marketing manager si spostano più verso un ambito gestionale e quest’ultimo dovrà selezionare, o formare, il proprio team dando importanza ad alcune caratteristiche prevalenti nel mercato di oggi: la capacità di ‘data analysis’, il Digital e il dominio della propria customer base con opportuni strumenti di CRM.

    Il marketing non è mai stato, infatti, così “data driven” come oggi e non disporre della capacità di interpretare i dati necessari a posizionare/riposizionare un brand, a profilare una propria base clienti o ad analizzare il ritorno delle varie campagne di marketing, ci metterebbe in estrema difficoltà; se non altro perché, con lo scopo di ottimizzare costi e struttura organizzativa il team marketing sarebbe facilmente ridotto, come mi capita ormai spesso di trovare, ad una mera rappresentanza ‘funzionale’ svuotata di competenze e di ragion d’essere.

    Il Marketing si ridurrebbe così ad una triste appendice di un altro ruolo operativo (es. un area manager, una segreteria di direzione, un Customer Service…) ma senza quella solidità alla base fondamentale per portare valore in azienda.

    Attenzione: se la costruzione in sé di una base dati di confronto e analisi non richiede notevoli sforzi, è la competenza necessaria ad analizzare questi dati e a trasformarli in azioni (strategiche e tattiche) concrete la vera novità che ha rivoluzionato, e arricchito, sensibilmente la funzione.

    Il marketing deve mantenere dei fortissimi punti di contatto con il commerciale, l’IT, il finance o la produzione e il rischio di venire travolti da queste quattro funzioni (che da sempre, a differenza del marketing, vivono e governano dati essenziali per la crescita aziendale come le vendite per il commerciale, l’impiego e il traffico di Megabyte per l’IT, il cash flow per il finance e i trend di produttività per la produzione) è elevato.

    Anche se ci ritrovassimo soli a presidiare un reparto Marketing, avremmo sempre l’opportunità di cercare all’esterno i partner adeguati per supportare i diversi processi (Digital, Inbound, Strategy…) ma a maggior ragione, un fortissimo presidio per giudicare la qualità dei risultati raggiunti e la capacità di saperli indirizzare diventa necessaria.

    In conclusione, indipendentemente dall’organizzazione e dal mercato, se dovete ripensare a questo ruolo, premiate e sviluppate competenze analitiche, di attitudine al problem solving basate sui dati, di saper interpretare un fenomeno descrivendolo però, sempre, in funzione di risultati attesi e di obiettivi.

    Questo è ciò che guida le organizzazioni oggi e il vero Marketing dovrebbe essere, da sempre, la vera guida delle aziende.

    di Andrea Ricotti_ Sales & Marketing Director