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maggio 2018
  • H2H e NUK insieme per la couvette porta-succhietti di Leone Lucia Ferragni

    H2H e NUK hanno creato un regalo personalizzato per dare il benvenuto in Italia a Leone, figlio della celebre fashion blogger Chiara Ferragni e il rapper Fedez.
    Nuk ha realizzato succhietti e catenelle customizzati per Leone. Tutto rigorosamente Made in Germany, secondo gli elevati standard qualitativi di un brand di puericultura leggera con più di sessant’anni di storia.
    La grafica riprende il lettering del famosissimo font del blog “The Blond Salad” di Chiara Ferragni e il colorato font del logo di Fedez.
    Nuk ha scelto come partner H2H, che si è occupata della creatività della couvette creando un gioco scherzoso tra il succhietto della mamma e il succhietto del papà, simulando il celebre sondaggio di Instagram (Quale succhietto preferisci? Quello di Mamma o quello di Papà?).
    Il nuovo regalo per il piccolo Leone è stato apprezzato nelle storie e nei post di Instagram dei neo genitori.

  • Serve l’emozione del contenuto

    Il mondo del marketing e della comunicazione rimane basato anche sull’elemento emotivo generato dai contenuti, che oggi devono essere sempre più visuali, in real time, profondi

    Nella comunicazione è sempre più cruciale conoscere i clienti, elaborare velocemente le informazioni che li riguardano per rispondere ai loro bisogni in tempo reale, senza dimenticare, però, che a legare i consumatori ai brand è anche l’elemento emotivo che scaturisce dai contenuti. È questo l’approccio su cui H2H punta con particolare volontà. In un mondo in cui i consumatori non sono più definibili in cluster rigidi e statici, le agenzie devono riuscire a tradurre per conto delle imprese le informazioni sui clienti: quello dei big data, dunque, è un tema che riguarda tutti perché le nostre informazioni finiranno nel sistema e le aziende dovranno essere in grado di usarle per rispondere al cliente quando ne avrà bisogno. Occorre infatti salvaguardare le capacità reattive che le persone hanno nei confronti degli stimoli che ricevono. La tecnologia diviene un fattore cruciale non solo per conoscere meglio il consumatore ma anche per interloquire meglio con il proprio pubblico. C’è tutto il tema dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi di comunicazione sia dal punto di vista della velocità di elaborazione del calcolo per definire rapidamente il diverso bisogno dei consumatori sia al fine di coinvolgerli. Tuttavia, vicino ai dati non potrà mancare l’elemento emotivo del contenuto: il mondo del marketing e della comunicazione rimane basato anche sull’elemento emotivo generato dal contenuto, che oggi è sempre più visuale, in real time, profondo. Tra le diverse iniziative che H2H vuole mettere in gioco su questo fronte così delicato ma essenziale spicca anche RedWave Mag, che dopo l’esordio in occasione della Milano Digital Week si ripropone con questa nuova edizione, stavolta esclusivamente digitale, ma sempre caratterizzata dalla doppia versione: web magazine, con un’apposita sezione ospitata dal sito di H2H, e versione newsletter digitale, inviata in formato dem a un ampio ventaglio di aziende, operatori e professionisti. I temi trattati in questa seconda occasione saranno diversi ma sempre connessi dal fil rouge dell’innovazione e della conoscenza, anche grazie al contributo di esperti, manager e figure professionali direttamente impegnati proprio all’interno di H2H. Ringraziandoli del contributo che offrono per rendere RedWave Mag ogni volta migliore e interessante, non posso dimenticare quanto il flusso della conoscenza, dello scambio e del confronto sia fondamentale per assicurare al nostro lavoro l’unicità, la profondità e l’utilità che devono assolutamente contraddistinguerlo. Buona lettura

    di Paolo Romiti_Presidente e CEO
  • Banda larga, Italia a tutta fibra

    Eccessivo il ritardo accumulato dal nostro Paese, ora è davvero necessaria l’azione di privati e Stato

    Banda larga: i ritardi accumulati non consentono più ulteriori indugi nell’azione dei privati e nell’intervento pubblico. È l’esito del confronto “Italia a tutta fibra: scenari e prospettive dello stato della banda larga in Italia e nel mondo” che si è tenuto nella Sala del Tempio di Adriano della Camera di Commercio di Roma. Il ritardo dell’Italia nelle infrastrutture materiali appare meno grave di quello che comunemente si ritiene e in certi settori sarebbe addirittura quasi inesistente. Il ritardo è molto grave, invece, nelle infrastrutture immateriali. In primo luogo nella banda larga, che è un fattore essenziale per la modernizzazione del nostro Paese, delle imprese, della pubblica amministrazione e delle economie territoriali. Per questo askanews ha deciso di dedicare alla diffusione della fibra ottica un convegno nel quale chiamare a raccolta le forze più dinamiche del Paese attorno a un progetto dal quale dipende la qualità del nostro futuro di Paese sviluppato. Ma qual è la situazione di sviluppo della banda larga in Italia? Nel convegno c’è stata una preziosa occasione di confronto tra la situazione italiana e quella del resto d’Europa. Attraverso la presentazione di dati e delle prospettive tecnologiche ed economiche delle autostrade digitali sono stati illustrati gli standard richiesti dai modelli di business del terzo millennio. Nel prossimo decennio poter disporre di un’infrastruttura in fibra ottica che raggiunga tutto il territorio nazionale sarà condizione necessaria per essere all’avanguardia in Europa. L’Unione Europea ha indicato la strada per la Gigabit society, basata su velocità di connessione raggiungibili esclusivamente con una rete in fibra che arrivi direttamente all’interno di case e uffici. Open Fiber la sta realizzando in Italia con un progetto innovativo e affidabile, colmando un vuoto nel nostro Paese e accelerando la rivoluzione digitale anche sfruttando le sinergie con il 5G”. Le reti a banda ultralarga rappresentano un fattore chiave per lo sviluppo della Società dell’Informazione e sono una condizione abilitante per la crescita economica come confermato dalle iniziative intraprese dalla Commissione Europea nell’ambito dell’Agenda Digitale Europea. Il potenziamento delle dotazioni infrastrutturali, direttamente collegato alla capacità di innovazione dei singoli territori, rappresenta uno degli obiettivi principali. La diffusione della banda ultralarga sul territorio, grazie alla maggiore velocità e affidabilità di trasmissione, abiliterà in modo significativo la diffusione dell’informazione, la condivisione e l’accessibilità del patrimonio pubblico, lo sviluppo e l’adozione di nuovi servizi digitali sia nel settore pubblico che privato, l’inclusione e la partecipazione dei cittadini, favorendo l’innovazione e il cambiamento in campo sociale ed economico.Nel frattempo, la tecnologia 5G darà un ulteriore accelerazione all’Internet of Everything: si stima che saranno 30 miliardi le persone e gli oggetti connessi entro tre anni; 1 trilione (1.000 miliardi) quelli connessi entro il 2030.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Prudenti, giovani e smart: chi sono le donne che acquistano online

    Uno studio sul comportamento d’acquisto online delle donne basato su 12 milioni di utenti. Ridotto il gap con gli uomini: il 65% delle donne raggiunge i siti di ecommerce da smartphone ed è più fedele ai brand

    “Risparmio tempo: compro online” è il titolo della ricerca condotta da Webranking per #STEMintheCity, l’iniziativa promossa dal Comune di Milano volta a diffondere una nuova cultura digitale e a sostenere la scelta di materie scientifiche nel percorso di carriera delle donne, e presentata di recente a Palazzo Marino. Elena Caserini, Digital Marketing Director di Webranking, e Alice Fagandini, Digital Analytics Expert di Webranking, hanno illustrato i risultati dello studio insieme a Roberta Cocco, Assessore alla Trasformazione Digitale e ai Servizi Civici del Comune di Milano.

    La ricerca è stata sviluppata dal team di Digital Analyst di Webranking, che si occupa di analisi ed elaborazione dei dati con l’obiettivo di offrire servizi di marketing data driven, ed è basata sulla navigazione di 12 milioni di utenti degli ultimi due anni, con un focus specifico riferito a quattro settori: moda, intrattenimento, viaggi, tech. Tra le principali differenze che emergono nel comportamento d’acquisto online, le donne sono più prudenti nella ricerca rispetto agli uomini, ponderano maggiormente le scelte e tornano il 14% di volte in più su un sito prima di procedere all’acquisto, percentuale che cresce al 22% se si considerano solo i siti di moda e viaggi.

    Non solo, è interessante anche la percentuale di donne attive online che sta aumentando e raggiungendo quella maschile: infatti, è attivo su internet, quotidianamente, il 64% delle donne contro il 73% di uomini. Solo nel 2012, questo divario era nettamente maggiore (43% contro 60%). Le donne che fanno acquisti online sono anche più giovani rispetto agli uomini: la percentuale maggiore rientra, infatti, nella fascia d’età 25-34 anni, mentre gli uomini che comprano sul web sono generalmente over 44. Ma le donne sono anche più smart: sono loro a prenotare i viaggi, confrontando i prezzi sui vari siti (69%), acquistano sulle piattaforme di ecommerce di moda (63%), hanno l’ultima parola nella scelta dell’intrattenimento per la famiglia (40%), anche se l’acquisto finale resta appannaggio maschile, ma lasciano agli uomini gli acquisti in tecnologia (36%).

    Infine, in linea con quanto dimostrano le ricerche di mercato, è in realtà il pubblico femminile a essere maggiormente all’avanguardia rispetto a quello maschile: sono le donne a navigare maggiormente da mobile. La fruizione di contenuti da smartphone, infatti, raggiunge il 65% nei siti ecommerce più tradizionali contro una media del 30-35% generale (maschile e femminile) limitatamente ai settori analizzati, definendo così anche una maggiore fedeltà verso i brand selezionati.

    A cura della redazione di RedWave_mag
  • Come cambia il ruolo del Marketing Manager – Part II

    Cosa dovrebbe fare oggi il Marketing Manager di una media impresa italiana?

    Nel mio precedente intervento su Redwave_mag introducevo l’importanza del ‘perché’ (Why) un’azienda dovrebbe investire sulla pubblicazione di contenuti e pianificare attentamente una strategia di Content Marketing.

    In generale, si dovrebbe sempre partire dal definire gli obiettivi che la funzione Marketing e Comunicazione deve garantire per fare da sostegno ad una più ampia strategia di Business. Se l’azienda deve aumentare le vendite, allora cosa deve fare il Marketing? Deve generale Lead? Deve farsi conoscere sul mercato da un target nuovo? Deve annunciare il lancio di un nuovo prodotto?

    Qualunque sia l’obiettivo, è evidente che il ‘perché’ richiede in primis la definizione attenta dei KPI di controllo e di analisi sull’efficacia della mia strategia di Content Marketing. Recenti studi evidenziano, infatti, che sebbene tre quarti delle aziende abbiano una strategia di Content, solo un 20% dichiara di ottenere risultati da essa e, spesso, il gap nasce proprio dalla mancanza di aver definito cosa si intende per risultato e dall’abitudine errata di analizzare il valore assoluto piuttosto che il valore incrementale nel tempo. Se voglio ottenere ‘100’ lead dalla mia attività di Lead Generation che lancio oggi per la prima volta, dovrei, prima di tutto, agire su due leve: capire come arrivare progressivamente (non è mai un ON/OFF) al mio obiettivo di 100 lead/mese e definire una gerarchia di sotto-obiettivi per intervenire, puntualmente, sulle varie attività. Il Content interviene in tutte le fasi del processo: dalla generazione di Awareness sui vari canali per intercettare l’interesse di nuovi clienti, fino all’Advocacy stessa, condividendo consigli e suggerimenti su come migliorare la fruizione di un prodotto/servizio promuovendo la condivisione degli stessi in una logica ‘Member get Member’.

    L’intero processo del ‘Why’ è quindi molto più complesso di una semplice definizione di Macro Obiettivi ma va esploso e ancorato al raggiungimento di sotto-obiettivi di controllo, come gli atterraggi in pagina, referral, Lead generati dal web… Tutti indicatori che, spesso, le nostre medie aziende ignorano e non monitorano, con il risultato di perdere di vista l’obiettivo di lungo termine.

    Progettare una gerarchia di indicatori di controllo non è facile ma mi sento di dire che, come tutti i cruscotti e i numeri, è il modo migliore per darsi un obiettivo e misurarlo nel concreto, giorno per giorno, per comprendere come migliorare la nostra Strategia di Content Marketing e arrivare a confermare (o modificare) il ‘perché’.

    di Andrea Ricotti_Sales & Marketing Director
  • I consumi in Italia: la situazione attuale

    In questa intervista a Redwave_mag, il Direttore Marketing e Comunicazione Coop Italia, Francesco Cecere, analizza l’andamento dei comportamenti di acquisto alla luce del clima di incertezza politico che sta influenzando il momento.

    Come si stanno muovendo i consumi in Italia? Quali sono le tendenze principali che si evidenziano in questa fase? E come si può valutare il primo trimestre di quest’anno, dopo che il 2017 aveva riservato sorprese positive e si era chiuso assai meglio di come si era annunciato?

    In effetti, una piccola ripresa, pur non percettibile in tutti i territori e gli stati sociali, c’è stata. Sostenuta soprattutto dalle famiglie, ma anche dai primi segnali di risveglio degli investimenti, l’economia ha fatto segnare un’inattesa accelerazione, misurata dalla progressiva revisione al rialzo della crescita del Pil. Le politiche economiche, i tassi d’interesse quasi nulli, la bassa inflazione e il traino della ripresa globale hanno offerto esiti inaspettati, e alimentato la fiducia delle famiglie e delle imprese. Si è determinata, insomma, una combinazione particolarmente favorevole alla crescita di tutta l’area euro: recupero del commercio mondiale, euro debole, bassi prezzi del petrolio, tassi d’interesse a zero e borse in crescita. I consumi delle famiglie hanno così tenuto, andando anche oltre quanto l’evoluzione dei redditi avrebbe giustificato. Gli investimenti sembrano ripartire sostenuti dagli incentivi fiscali, soprattutto quelli “Industria 4.0”, recentemente estesi al 2018. Intanto, resta da notare che gli italiani sembrano alla ricerca di un rinnovato sistema di valori e nuovi stili di vita, più concentrati sul proprio benessere individuale, ma nello stesso tempo intenzionati ad ampliare la loro attenzione alle comunità di appartenenza e al contesto territoriale e ambientale in cui vivono. Questo quadro generale, poi, si manifesta in un momento caratterizzato dall’emergenza di altri elementi maggiormente marcati dall’incertezza. È chiaro che anche i consumi ne sono, in qualche modo influenzati.
    Per ottenere una fotografia più chiara proprio sull’andamento dei consumi in Italia alla fine dei primi tre mesi del 2018, RedWave_mag ha potuto ascoltare la voce di Francesco Cecere, Direttore Marketing e Comunicazione Coop Italia.

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    Dal vostro punto di vista la situazione attuale così incerta potrebbe influire sull’andamento dei consumi nel corso dell’anno?

    L’incertezza del quadro politico, che si ripercuote anche a livello economico, ha senz’altro generato nei primi mesi dell’anno un rallentamento sull’andamento dei consumi, che ha sicuramente provocato un freno o perlomeno una contrazione. Di sicuro si registra un atteggiamento prudente.

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    Quali sono le categorie merceologiche che stanno performando meglio?

    Il maggior trend in crescita si registra nei prodotti del segmento salute e benessere. In particolare si evidenziano le scelte più estreme, ad esempio legate all’animalismo, alla protezione degli animali e all’alimentazione di stile vegano. Proprio in tema alimentare si nota una riduzione nel consumo di carne a favore di alimenti a base di proteine vegetali. Inoltre, si verifica un decremento nel consumo dei prodotti base, mentre è in fase di progresso la vendita di piatti pronti, dei mix di legumi e cereali, dei prodotti per la prima colazione e delle proposte di pasto completo. In questo quadro tendenziale si inserisce, poi, un’ulteriore dinamica, che riguarda la maggiore attenzione riservata alla qualità degli ingredienti.

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    Rispetto alle esigenze del consumatore, come stanno impattando le novità digitali che riguardano i punti vendita, parlando anche della loro esperienza?

    Impattano soprattutto nel processo decisionale e di informazione precedente la fase d’acquisto. E lo si nota, ad esempio, nell’impennata delle attività legate alla comparazione dei prezzi. In questo contesto, lo smartphone, così come avviene per altri strumenti nell’ambito delle nuove tecnologie, diventa una sorta di “assistente all’acquisto”. Dunque, ci si trova di fronte un consumatore molto più evoluto, al quale vanno assicurate molte più informazioni. Ecco perché sul nostro sito diamo la possibilità, ad esempio, di risalire all’origine dei prodotti a marchio Coop. In effetti, l’origine e la sicurezza dei prodotti alimentari per Coop sono due temi centrali. Vogliamo garantire il controllo rigoroso delle materie prime, dei processi produttivi e, insieme, la trasparenza delle informazioni. Su cooporigini.it è possibile verificare la provenienza degli ingredienti principali, prodotto per prodotto.

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    Attualmente quali sono le vostre attività di comunicazione su cui vi state concentrando e i prossimi passi?

    Parliamo a un target ampio di consumatori. Da quando più categorie di persone sono coinvolte nell’attività del “fare la spesa”, è derivata la necessità di andare a colpire più target (mamme, ragazzi etc..). In chiave operativa, lo facciamo utilizzando un mix di mezzi, a partire dagli strumenti classici più diffusi come la tv e la radio, con un’attenzione particolare alle serie tv di maggiore ascolto. E poi ci sono le attività sul fronte digitale, dove il web è protagonista, con l’azione mirata a raggiungere target specifici.

    di Daniele Bologna
  • Il futuro del cambiamento passa per le risorse umane

    Oltre seicento aziende italiane, coinvolte in un grande lavoro di monitoraggio, fotografano le difficoltà e le opportunità generate nelle imprese dalla trasformazione digitale, un contesto in cui è sempre più centrale la gestione delle persone

    La Digital Transformation come grande opportunità per rimettere le persone al centro delle imprese. È questa l’inedita fotografia e l’interessante prospettiva che emerge dalla prima edizione nazionale della ricerca realizzata dalla scuola dell’innovazione di Talent Garden e BearingPoint Italy, “La Digital Transformation nella gestione delle risorse umane”, in collaborazione con Talentsoft e con l’importante coinvolgimento di oltre seicento aziende italiane. Prima di essere software, applicazioni, programmi e soluzioni, la digitalizzazione è ridefinizione dei processi, riassetto degli equilibri, introduzione di nuove figure e ruoli, evoluzione delle competenze; in questo contesto, se da sempre l’evoluzione tecnologica accelera il cambiamento, emerge con grande chiarezza che impatta più che proporzionalmente sull’amplificazione delle competenze dell’HR e, quindi, ne definisce la sempre maggior strategicità del ruolo guida del cambiamento. Tuttavia siamo ancora all’inizio della rivoluzione, c’è molto da imparare e da mettere in atto sul fronte della formazione e del cambiamento culturale. Ed è ormai chiaro che tutte le aziende stanno percorrendo percorsi di trasformazione digitale con diverse intensità, dall’innovazione dei modelli di business alla pura digitalizzazione dei processi, e con differenti approcci, dall’implementazione alla sperimentazione. Per evitare che la Digital Transformation resti un puro “affare tecnologico” è necessario cambiare, in parallelo, cultura aziendale, professionalità e modo di lavorare. In questo contesto l’HR può avere una funzione importante di supporto al processo di trasformazione dell’azienda a patto che cambi esso stesso. Dalla ricerca emerge la consapevolezza che l’HR dovrà assumere sempre più il ruolo di leader, direttamente al fianco del CEO, nel processo di trasformazione digitale. Per il 61% degli intervistati, infatti, l’HR dovrà assumere il ruolo di change leader del futuro. Una guida di cui si sente sempre di più il bisogno perché, se è vero che aumenta la consapevolezza della necessità della trasformazione e per il 35% degli intervistati è chiaro che questa debba passare da un cambio culturale, è altrettanto vero che regna ancora molta confusione: ben il 54% delle persone coinvolte dichiara che la propria azienda non abbia una chiara strategia di People Digital Transformation e una guida forte. Un dato che sembra sottolineare quanto ci sia ancora da fare sul fronte dell’evoluzione digitale all’interno delle organizzazioni: si riscontra ancora un quadro generale di immaturità digitale, lentezza, paura del cambiamento, incapacità di comprendere le priorità e l’innovazione. In un contesto in cui si percepisce con chiarezza la necessità di ridefinire l’approccio al lavoro e di sviluppare le competenze, è evidente che non basta inserire nuovi talenti ma occorre coinvolgere tutta l’azienda per ridefinirne l’approccio culturale. Da qui la necessità espressa dal 59% degli intervistati di un cambiamento in primis per la figura chiave della trasformazione, ossia l’HR, che deve uscire da un contesto spesso ancora troppo marginale e limitato ad attività di implementazione operativa acquisendo centralità e nuove skill strategiche. Per gli intervistati saranno l’Intelligenza Artificiale e il Machine Learning i trend tecnologici più rilevanti del prossimo futuro (70%), seguiti dall’Internet of Things (45%), uso degli Analytics (41%) e Cloud (30%). Dati che evidenziano un’evoluzione della visione aziendale e la crescente introduzione di innovazioni fino a poco tempo fa ritenute rivoluzionarie, e che oggi si inizia a considerare quali normali strumenti di lavoro. Non meno importante la dimensione social delle nuove tecnologie: dalle risposte si evidenzia come i Social Media aziendali, i tool di Social Collaboration e Digital Gamification, nonché le piattaforme di servizi HR saranno gli strumenti più importanti dei prossimi tre anni. Se è vero che trend e tecnologie sono in veloce evoluzione, è però evidente che il reale motore della trasformazione saranno le persone. Diverse le visioni sull’approccio alla riorganizzazione che questo richiede: il 43% dei Top Manager è convinto che servano consulenti esterni, mentre gli HR tendono a privilegiare la valorizzazione delle risorse interne, formandole e ampliando le loro competenze. Su questo risulta cruciale l’evoluzione delle metodologie formative che vedono lezioni frontali e e-learning sempre più superate, specie tra i giovani, a favore di metodologie di Open Innovation, caldeggiate dal 58% degli HR. Forte, con un 39% anche l’indicazione di utilità su contenuti ispirazionali, come esperienze dirette e workshop applicativi, considerati efficaci per stimolare il cambio culturale. Facendo un ulteriore focus sul tipo di aggiornamento ritenuto necessario in termini di hard skill e soft skill, tra le prime il 44% degli intervistati indica il Social Media Management come indispensabile, così come il 43% indica la Data Analysis e il 34% il Content Marketing; dati che sottolineano la consapevolezza dell’importanza della comunicazione e di un approccio data driven. Per le soft skill, invece, spiccano il pensiero critico, l’approccio umano centrico e l’intelligenza emozionale ma, in un contesto così articolato, per il 58% degli HR la competenza determinante sarà risolvere problemi complessi. Un aspetto che richiede la capacità di lavoro in team con un approccio agile e centrato sulla persona. Nuovi ruoli: si assumono analisti e specialisti di Digital Marketing. Le figure di punta che le aziende ritengono di dover inserire o stanno già inserendo sono gli analisti e gli specialisti di Digital Marketing e comunicazione. Gli specialisti verticali come User Experience Designer e Sviluppatori di App rimangono importanti, ma sembra non sia ancora percepito come strettamente necessario averne una squadra interna di Digital Transformation. Alcune aziende stanno inserendo il Digital HR (10%), un dato già significativo perché parliamo di una novità quasi assoluta nel panorama italiano.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Digital Disruption, Digital Transformation, Innovation

    La complessità linguistica del marketing contemporaneo segue la necessità di mettere a fuoco la situazione attuale e i cambiamenti in corso. Significa dare un nome alle cose e rendere più comprensibile il cambiamento.

    La complessità linguistica del marketing contemporaneo segue la necessità di mettere a fuoco la situazione attuale e i cambiamenti in corso. Significa dare un nome alle cose e rendere più comprensibile il cambiamento. Il miglioramento continuo è ciò che guida il mondo digitale. Applicata come metodologia specifica oppure semplicemente presente come parte del contesto rispetto al quale facciamo business, la disciplina del cambiamento e della misurazione dei dati è una parte fondamentale dell’ambiente digitale. Parliamo di termini che utilizziamo ormai quotidianamente. Queste parole vanno di pari passo con la comprensione del fenomeno cui si riferiscono? Di cosa si tratta veramente? A volte sembra che pronunciare la parola giusta, al momento giusto, apra opportunità straordinarie che non si possono nemmeno immaginare.

    Il termine “disruptive innovation” è stato introdotto da Clayton Christensen, professore di Harvard, che lo coniò per indicare l’effetto di una nuova tecnologia o di un processo su un modello di business. Christensen è l’architetto e la principale autorità mondiale sulla disruptive innovation. Le innovazioni disruptive, secondo Christensen, presentano funzionalità normalmente ritenute poco interessanti o difficili da comprendere (quindi non facilmente rilevabili dalle ricerche di mercato standard) e hanno una velocità di propagazione molto elevata.

    Le aziende in genere, per loro natura, dovrebbero essere portate a innovare le proprie attività in modo incrementale, riuscendo così a supportare meglio i propri clienti, ma spesso la necessità d’importanti cambiamenti attiva processi non sempre fluidi e veloci. Quello che però può essere portato all’interno delle aziende è un cambio di passo nell’innovazione dei processi di Marketing. La domanda quindi potrà essere: “Come possiamo cogliere le potenzialità della tecnologia per migliorare in modo radicale e veloce le nostre operazioni di Marketing?”

    La digital disruption è un processo abilitato da un’innovazione digitale. Gli esempi sono tanti, da WhatsApp ad Apple. Proprio quest’ultima ha fatto della disruption la propria cifra. L’innovazione basata sull’utente è perfetta per creare innovazione incrementale, ma difficilmente genera cambiamenti radicali. In effetti, non mette in discussione i bisogni esistenti, anzi li rinforza. Con l’iPad, Apple non ha fornito una risposta ai bisogni del mercato.

    Un ottimo punto di vista è contenuto in un recente di McKinsey che fornisce alcune indicazioni piuttosto chiare e che ci spinge a liberarci della timidezza all’azione. Questi che seguono sono passaggi in grado, secondo McKinsey, di liberare il potenziale del digitale in azienda. Ecco i punti salienti: partire configurando la customer experience “top down”. Evitare di riproporre in ottica digital le attuali modalità di contatto con il cliente, ma progettarne di nuove. Mediare tra capacità tecnologica, standard e aspettative di mercato per proporre nuove customer experience. Attivare le trasformazioni IT sulla base dei processi. Inutile utilizzare le risorse IT in modo tattico per supportare le singole trasformazioni. Meglio individuare processi comuni e fare leva su questi per far seguire il resto. Prototipizzare, imparare e scalare. Realizzare, possibilmente coinvolgendo i clienti in ottica collaborativa, una configurazione di prodotto minima da testare. In tal modo si potranno ricavare i feedback che serviranno poi per la realizzazione del prodotto definitivo.

    Ricordate Virgin Air? Iniziò la propria attività proponendo il servizio con un solo aereo e su una sola tratta. Era un test per misurare l’idea di business, contenendo il rischio. L’estensione di questa modalità di testing potrebbe diventare una vera e propria strategia per l’innovazione, anche per le grandi imprese. Noi di H2H seguiamo il metodo del Design Thinking ormai da anni che ci guida in questa direzione di progettazione. Attivare il cambiamento culturale. Ecco un punto nodale. Sono richieste competenze che mescolino sensibilità di business, leadership e attitudine digitale. Questa è probabilmente la parte più difficile, soprattutto in contesti aziendali altamente strutturati. In tal caso è necessario un impegno extra del top management.

    Come sostiene Steve Ballmer, già CEO di Microsoft: “Non si può delegare la cultura”. Ecco quindi la Misurazione. Le metriche stesse cambiano. Guardare al ROI a breve termine potrebbe scoraggiare l’innovazione in alcuni casi, c’è un tempo di assestamento del ‘nuovo’. In generale sarà ancora più forte l’esigenza di un monitoraggio continuativo del cambiamento. Una vera e propria “analytics culture”. Abbiamo detto all’inizio Digital Disruption? Forse, meglio parlare di Digital Transformation. Profonda e, a tendere, feconda. Attivata da una nuova cultura.

    di Emanuela De Marchi_Head of Innovation and Senior Strategist
  • Retail vs Digital Transformation

    Il retail ai tempi della rivoluzione 4.0: il digital marketing è l’alleato perfetto dello shopping offline

    Nell’era del digital, in cui gli utenti sono sempre più proiettati verso un futuro ricco d’innovazioni a portata di click come i chat bot, le smart home e i dispostivi wearable, l’e-commerce elettronico non ha rimpiazzato del tutto il retail: la cara bottega sotto casa è ancora apprezzata da una buona percentuale di consumatori che ama toccare con mano i prodotti. Nonostante non ci sia stata un’apocalisse dei negozi fisici, è altrettanto vero che il canale online ha tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio alleato del retail. Infatti, l’online integrandosi con l’offline, offre ai clienti un’esperienza d’acquisto indimenticabile, che va ben oltre il prodotto acquistato. Come si può dunque rendere lo shopping offline un momento più unico che raro? Sicuramente una strada vincente è quella della customer experience personalizzata: grazie all’estrapolazione dei big data, ovvero dei dati di vendita su tutti i canali, online e offline, è possibile giocare d’anticipo sulle scelte dei consumatori e creare esperienze d’acquisto totalmente personalizzate sul target di riferimento. In tal modo il brand può intercettare il consumatore al momento giusto con un’offerta su misura. Inoltre, grazie all’analisi approfondita delle conversazioni degli utenti sui social media, è possibile comprendere quali siano i beni più richiesti sul mercato e produrli in maggior quantità.

    Oltre ai big data, troviamo anche tante altre tecnologie di successo che accompagnano il consumatore passo dopo passo nell’acquisto:

    • Le app per smartphone utilizzate anche dagli stessi brand.
    • I social network per trovare informazioni e pareri sui prodotti.
    • L’internet of things che semplifica l’acquisto grazie a scaffali intelligenti, magic mirror e vetrine che sfruttano la realtà aumentata.

    Ecco quindi che un processo di digital transformation diventa importante per le aziende.

    Se da un lato, all’estero imprese tradizionali come Amazon e Walmart si sono innovate, in Italia, secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della School of management del Politecnico di Milano, il retail italiano avanza lentamente nel rinnovamento digital.

    Nonostante ciò, la convergenza tra fisico e digitale, è una delle priorità dei retail italiani: tra le principali innovazioni digitali i negozi del futuro saranno dotati di tecnologie legate alla realtà aumentata che permetteranno ai clienti di immaginare l’utilizzo di un determinato prodotto attraverso la simulazione in qualsiasi ambiente. Pertanto, la realtà aumentata offrirà loro un’esperienza di acquisto unica e divertente. Interazioni con il brand sempre più coinvolgenti ed emozionanti permetteranno quindi di ottimizzare la customer experience.

    a cura della redazione di RedWave_mag
  • Simple is Magic

    Il fascino della semplicità applicato alla comunicazione

    Era il 9 gennaio 2007 quando, durante la conferenza di apertura del Macworld di San Francisco, Steve Jobs svelava al pubblico l’iPhone pronunciando le seguenti parole: “Oggi Apple reinventa il telefono”. Poche parole, chiare, dirette, dritte al cuore dell’intero mondo che era in suo ascolto. In queste parole è rinchiuso quello che ritengo essere il vero cuore della comunicazione: “Semplice è meglio”.

    In effetti, nella sua accezione semantica, il termine comunicazione ha il significato di “far conoscere”, “render noto”. Nel mondo di oggi, in cui le imprese devono muoversi tra un’infinità di flussi comunicativi e tra universi connessi (web, social network, smartphone, email, ecc.), i marketer e i commerciali sono spesso disorientati e quello che sembra essere un concetto molto semplice – “far conoscere” -, in realtà non lo è più. La semplicità è un traguardo spesso difficile da raggiungere, con il risultato che a volte le campagne non danno i risultati attesi e le aziende non riescono così a comunicare in modo veramente efficace. Come fare, quindi, a disegnare una strategia di marketing e comunicazione che riesca a comunicare in modo davvero efficace? Come attirare con successo l’attenzione del cliente?

    Nel contesto attuale la semplicità è una necessità. Saper offrire esperienze di semplicità ai clienti attraverso prodotti, servizi, punti vendita, è un fattore differenziante. Un grande aiuto arriva, oggi, anche dalle neuroscienze, che analizzano le decisioni inconsce. Se è vero che addirittura il 95% delle nostre scelte viene sviluppato a livello inconscio, per un marketer che desidera prevedere e influenzare le scelte d’acquisto, appare necessario capire come funzionano i meccanismi mentali per andare a proporre un’esperienza di acquisto semplice, meravigliosa e positiva. Si torna lì, alla semplicità. Che può rivelarsi differenziante non solo nel momento della scelta di un brand piuttosto che di un altro, ma anche nel processo di fidelizzazione al marchio.

    E in questo processo, caratterizzato dal fatto che le persone chiedono esperienze di semplicità, nasce un paradosso di cui tener conto: comunicare con semplicità, infatti, è un esercizio complesso. E qui sta la vera essenza delle attività di content marketing. L’azienda deve saper creare contenuti di qualità, portare valore al consumatore trasferendogli il reale senso di utilità, ma spiegandolo in modo semplice, con concetti chiari e immediati, arrivando, così, al cuore e alla mente della “persona”, al centro di ogni politica di marketing e comunicazione.

    La semplicità attira i clienti, motiva i dipendenti a dare di più e rende i processi più efficaci. Probabilmente è lo strumento più potente nel mondo del business. Perché saper rendere semplici le cose significa anche operare in velocità, altro paradigma fondamentale del marketing e della comunicazione. Ecco perché la semplicità dovrebbe essere insita nella mission aziendale, anche a livello di servizi e di struttura. Dev’essere la vera guida per qualsiasi attività: innovazione, organizzazione, vendita e comunicazione.

    di Monica Magnoni_Communication & Business Development